Il dialogo che permette di interrompere davvero la spirale della violenza. Come funziona il centro di Messina
Messina – Non esiste vera giustizia riparativa senza operatori che la attuino, permettendo a vittime e responsabili dei reati di incontrarsi e trovare entrambi un’altra strada da percorrere. Tanto è vero che, sino a quando non hanno cominciato a funzionare i centri per la giustizia riparativa, le prime applicazioni della nuova norma introdotta dalla riforma Cartabia hanno generato effetti paradossali e più di una perplessità. A permettere una svolta è stata una recente sentenza della Cassazione a sezioni unite che ha in sostanza dettato le linee guida per l’applicazione concreta della normativa.
Giustizia riparativa, il centro a Messina
Oggi i centri ci sono, e cominciano a funzionare quindi. Anche a Messina, dove il centro di giustizia riparativa, attivo a palazzo Satellite da circa 4 mesi, è stato presentato dal sindaco Federico Basile e dalla presidente della corte d’Appello di Messina Cettina Maiore. Il centro, gestito dall’associazione Spondé Ets, servirà l’intero distretto di corte d’appello, in sostanza l’intera provincia, ha già in carico diversi casi inviati dai giudici.
Uno spazio di dialogo, come funziona
All’interno del centro operano nove mediatori penali esperti in programmi di giustizia riparativa, formati dalla dottoressa Maria Pia Giuffrida del centro Spondé e coordinati da Giuseppe Macaione: “Siamo operatori indipendenti dalla magistratura, il centro è ubicato all’interno dell’ente locale proprio perché qui accogliamo i responsabili dei reati, pronti ad affrontare un percorso di recupero, lontani dagli apparati della giustizia, in totale privacy. L’obiettivo è realizzare concretamente la previsione della giustizia riparativa, lavorando in equipè per mettere al centro la figura della vittima, obiettivo della riforma Cartabia che recepisce gli indirizzi europei in tal senso”.
Il ruolo dei mediatori
Le figure professionali coinvolte nell’equipe hanno formazioni diverse, tutte operano da tempo nel campo della mediazione, della formazione e della giustizia, e nel centro operano cercando di creare un linguaggio comune in grado di costruire un percorso personalizzato che aiuti i responsabili dei reati a iniziare concretamente una nuova vita, scegliere un’altra strada, acquisire la consapevolezza dell’errore commesso. Ma l’obiettivo è soprattutto aiutare la vittima a superare concretamente quel che il reato ha “rotto”, permettendogli di superare la ferita attraverso l’incontro e il confronto con il responsabile, in uno spazio mediato dagli operatori esperti. Solo così la spirale della violenza si interrompe concretamente.
L’importanza dell’incontro vittima-responsabile
“Al centro si arriva su invio di qualunque autorità giudiziaria che può richiedere l’attivazione del percorso di giustizia riparativa in ogni stadio dei procedimenti, anche in sede di esecuzione della pena ma pure successivamente – spiega Macaione, che a proposito dei casi già in carico racconta – Sono arrivati soprattutto casi di violenza. In questi casi mediare vuol dire concretamente costruire l’incontro tra vittima e responsabile dell’offesa, tentare il dialogo riparativo. Una strada che a volte implica anche allargare il dialogo a gruppi parentali o “supporter” di vario genere, che possono portare le “ragioni” della vittima e quelli del responsabile. Il dialogo deve portare alla responsabilizzazione dell’autore della offesa attraverso il riconoscimento della vittima e alla riparazione concreta del danno”.

