Grande successo di pubblico per la prima di Turandot al Vittorio Emanuele

Grande successo di pubblico per la prima di Turandot al Vittorio Emanuele

Giovanni Francio

Grande successo di pubblico per la prima di Turandot al Vittorio Emanuele

sabato 14 Febbraio 2026 - 11:41

Uno spettacolo atteso a Messina e che non ha deluso. Un’ottima rappresentazione dell’opera di Puccini grazie alla prova dell’orchestra

MESSINA – Venerdì scorso è andata in scena la prima di “Turandot” (replica domenica alle ore 17:30) al Teatro Vittorio Emanuele di Messina – una produzione del Teatro Vittorio Emanuele – E.A.R. Teatro di Messina – Centro di Produzione Teatrale – spettacolo molto atteso e che non ha deluso le aspettative del pubblico messinese, accolto numerosissimo all’evento. Infatti, abbiamo assistito ad un’ottima rappresentazione dell’opera di Puccini, grazie ad una più che soddisfacente prova dell’orchestra del Teatro V.E., e soprattutto ad una elevata qualità artistica dei cantanti e del coro.

Il capolavoro di Giacomo Puccini, suddiviso in tre atti e cinque quadri, rappresenta l’ultima opera del compositore, rimasta incompiuta per la sua morte, ed affronta tematiche e ambientazioni del tutto nuove anche per lo stesso Puccini. Si tratta infatti di una storia fiabesca ambientata a Pechino, in Cina, su libretto di G. Adami e R. Simini, tratto dall’omonima fiaba di C. Gozzi.

L’opera narra, come è noto, la storia di Turandot, principessa della Cina, che, per vendicare un torto fatto ad una antica ava, costringe i suoi nobili pretendenti a sottoporsi alla prova di tre enigmi: gli sventurati, indovinando gli enigmi, avranno in premio la principessa, ma in caso contrario verranno decapitati dal boia. Ben 12 nobili subiranno l’infausta sorte, ultimo il principe di Persia, per il quale il popolo invano chiederà la grazia, fino alla venuta di Calaf, principe straniero, che indovinerà i tre enigmi. Di fronte alla disperazione di Turandot, il principe straniero le offrirà una possibilità: se scoprirà il suo nome entro l’alba del giorno successivo la principessa otterrà la sua morte. Tutta la notte ai sudditi del regno, fra i quali i tre ministri Ping, Pong e Pang, sarà vietato dormire, per cercare di scoprire il nome del principe straniero (da cui la celeberrima aria “Nessun dorma” una delle più celebri e sublimi di tutta la storia del melodramma). I tre ministri, che prima delle prove degli enigmi avevano narrato la triste fine degli altri nobili cimentatisi, e che prima della prova di Calaf erano impegnati a preparare i due cerimoniali alternativi (le nozze o le esequie), cercheranno di carpire il nome dallo stesso principe, offrendogli in cambio schiave, denaro e la fuga, ma invano. Solo Liù, la dolce schiava del vecchio e malconcio re tartaro Timur, padre di Calaf, spodestato dal trono, conosce il nome del principe, ma non lo dirà neanche sotto tortura, anzi lei stessa si darà la morte.

La Turandot è un’opera incompiuta, fu completata, sulla base degli appunti lasciati dal maestro, da F. Alfano.

Puccini ha lasciato il suo ultimo capolavoro con l’aria di Liù “Tu che di gel sei cinta” prima che lei stessa si tolga la vita. Alla prima rappresentazione, il 25 aprile del 1926, al Teatro alla Scala di Milano, Arturo Toscanini, che la diresse, dopo l’aria di Liù, posò la bacchetta, si rivolse al pubblico con un moto di commozione, e disse, “Qui il maestro è morto”, abbandonando il palco e lasciando attoniti gli spettatori.

La maggior parte delle versioni di Turandot vengono rappresentate con il finale postumo di Alfano, ove Turandot, alla scena del suicidio di Liù, si scopre attratta da Calaf, si fa baciare da lui, che le svela il proprio nome, e annuncia di conoscere il nome dello straniero: “Amore”.

La fine incompiuta però, per uno strano caso del destino che accomuna molte altre incompiute, che vedono l’ultimo brano autentico come uno dei più belli e commoventi dei capolavori di riferimento – un esempio per tutti il Lacrimosa del Requiem di Mozart – regala una delle arie più belle e toccanti dell’opera, e nel contempo fa assurgere Liù, finora figura secondaria, quale assoluta protagonista, simbolo del vero amore, disposta al sacrificio della vita per non tradirlo, in contrasto con la gelida Turandot, che rifugge l’amore, ma anche di Calaf, innamorato, anzi abbagliato dalla fugace bellezza di Turandot.

La rappresentazione del Teatro V.E. ha optato per la versione con il finale postumo, che a me personalmente non convince, ma che ha dato modo ancor di più di esaltare le doti canore dei due principali protagonisti.

Questa la trama, per sommi capi, che al Teatro messinese si è sviluppata attraverso la regia, di stampo tradizionale, di Carlo Antonio De Lucia, assecondata dalla scenografia di Daniele Piscopo, ricca ed essenziale ad un tempo (delle grandi lanterne ai lati del palcoscenico, la consueta scalinata e il gong al centro della scena, il trono ove in cima è seduto il sovrano, padre di Turandot, mentre in piedi sta la figura immobile e statuaria della principessa, fredda e altera, nell’atto di formulare gli enigmi fatali) che ha utilizzato delle immagini cangianti sullo sfondo, (videodesigner Matthias Schnabel lightdesigner Giuseppe Calabrò), evocative e pertinenti alla scena in svolgimento, come ad es. all’inizio, ove appare la minacciosa figura di un teschio, simbolo di morte, toccata questa volta al principe di Persia per non aver saputo risolvere gli enigmi, o i rami di ciliegio e mandorlo ad evocare i giardini orientali nel terzo atto.

Di carattere tradizionale anche i costumi, non particolarmente vistosi quelli del coro, modesti quelli di Liù, a fare da contrasto all’elegante figura di Calaf e soprattutto al bellissimo abito indossato dalla principessa.

Come detto all’inizio, di grande spessore la performance dei solisti: i bravi Ping, Pong e Pang, interpretati da Luca Bruno,
Raffaele Feo e Orlando Polidoro, ottime voci, anche se un po’ statici nella gestualità; la bravissima soprano Desirée Rancatore, eccellente e sofferta interpretazione nel ruolo di Liù; il soprano Daniela Schillaci, una splendida Turandot, dalla bella voce, e sicura, davvero immersa nel proprio ruolo altero di principessa. Infine Calaf, il principe forestiero, il tenore cinese Zi-Zhao Guo, straordinario protagonista dell’opera, dotato di una eccellente voce, brillante, che non teme

neanche gli acuti più ardui, ma anche con grande capacità di modularla, anch’egli perfettamente immerso nel suo ruolo, che ha riscosso enorme successo in “Nessun dorma”, la celeberrima aria che il tenore ha dovuto bissare, visti gli entusiastici applausi del pubblico.

Molto bene anche gli altri cantanti comprimari come Vincenzo Crucitti (L’imperatore Altoum), Guido Dazzini (Un Mandarino) e soprattutto il bravissimo e molto applaudito Abramo Rosalen,

nell’ interpretazione dolente del vecchio Timur.

Efficaci nel loro ruolo anche i danzatori, dalle eleganti movenze.

Un plauso particolare meritano i due cori, importanti protagonisti dell’opera pucciniana, il Coro lirico “F. Cilea” diretto da Bruno Tirotta e il Coro di voci bianche “Biancosuono” diretto da Agnese Carrubba, davvero superlativi.

Infine, l’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele ha offerto una prova maiuscola, fra le migliori che ricordi di questa orchestra, molto precisa e attenta a non sovrastare le voci, sotto l’intensa direzione di Carlo Palleschi.

Una rappresentazione davvero assai convincente, imperdibile per gli amanti dell’opera e di Puccini.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Premi qui per commentare
o leggere i commenti
Tempostretto - Quotidiano online delle Città Metropolitane di Messina e Reggio Calabria

Salita Villa Contino 15 - 98124 - Messina

Marco Olivieri direttore responsabile

Privacy Policy

Termini e Condizioni

info@tempostretto.it

Telefono 090.9412305

Fax 090.2509937 P.IVA 02916600832

n° reg. tribunale 04/2007 del 05/06/2007

Questo sito è associato alla

badge_FED