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Il rispetto di una puttana. Attualità in loop

Domenico Colosi

Il rispetto di una puttana. Attualità in loop

domenica 27 Agosto 2017 - 13:29

Dallo ius soli alle propagande di stampo razzista, il progetto vincitore di MigrArti 2017 rielabora in chiave contemporanea La putain respectueuse di Jean-Paul Sartre

“Gli uomini di questa città io non li conosco”: echi scaldatiani mentre le caste sociali si rivelano sempre più impermeabili, i principi costituzionali restano lettera morta e le guerre tra poveri vengono infiammate da un torbido affarismo mafioso. In una metropoli mediterranea come tante suscita scandalo la solidarietà tra una prostituta e un ragazzo di origine africana, straniero solo all’apparenza. All’origine un tentato stupro alla stazione sfociato poi in un brutale omicidio: colpevole un esponente di spicco di quella borghesia collusa con la criminalità, un cittadino al di sopra di ogni sospetto da preservare mentre infuria la bufera massmediatica. Si apre dunque la caccia al capro espiatorio per mantenere lo status quo: trionfa il gattopardismo malavitoso, gli ultimi possono solo affinare l’arte della fuga.

Traslato nel conflitto permanente tra xenofobi e cosiddetti buonisti, il dramma di Jean-Paul Sartre La putain respectueuse trova una nuova via nella rivisitazione multietnica proposta dalla palermitana Babel Crew all’interno dell’Horcynus Festival: dallo ius soli alle propagande di stampo razzista, l’adattamento firmato da Giuseppe Provinzano si barcamena tra le istanze sociali dispiegate dal filosofo e drammaturgo francese nel 1946 e la stretta attualità dei nuovi nazionalismi e delle mille trattative tra la società civile e le mafie. Un obiettivo centrato solo in parte per un lavoro talvolta sbrigativo nei nessi narrativi e abborracciato nelle oscillazioni tra passato e presente (incomprensibili, ad esempio, i velati riferimenti al Ku Klux Klan nella realtà siciliana degli anni Duemila, nonostante l’originaria ambientazione americana dell’opera). L’afflato ecumenico si disperde subito nel caos di mille inutili ragguagli, mentre il plot può sorreggersi unicamente sull’intensa e sensuale interpretazione della protagonista Marta Bevilacqua in un contesto volitivo ma acerbo, troppo spesso erede dei difetti comuni a tutti i progetti nati in ambito laboratoriale. Poche intuizioni per una regia poco ispirata, tra citazioni oramai classiche (lo stupro in stile Arancia meccanica) e le abituali discese in platea degli attori di contorno; un plauso particolare, invece, alle musiche composte da Roberto Cammarata, loop ipnotici pronti a ridefinire azioni e progressioni narrative.

Provenienti da Centro e Nord-Africa, gli animatori del progetto Amunì (vincitore del premio MigrArti 2017 del MiBACT) Meniar Bouatia, Molka Bouatia, Bandiougou Diawara, Yousif Latif Jaralla, Hajar Lahmam e Bright Onyesue con Rossella Guarneri e Andrea Sapienza tessono una complessa storia di integrazione – spesso venata da humour e autoironia – senza mai approdare a quella compattezza stilistica in grado di incanalare provocazioni, proclami, appelli o inviti alla riflessione: verità e post-verità in serie, per tornare sempre al punto di partenza.

Domenico Colosi

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