La "cassaforte" estera dei Genovese, cadono le accuse più gravi - Tempo Stretto

La “cassaforte” estera dei Genovese, cadono le accuse più gravi

Alessandra Serio

La “cassaforte” estera dei Genovese, cadono le accuse più gravi

giovedì 11 Luglio 2019 - 20:23
La “cassaforte” estera dei Genovese, cadono le accuse più gravi

Nessun riciclaggio e autoriciclaggio nella gestione dei fondi esteri della famiglia Genovese, che subiranno il processo ma soltanto per le irregolarità contabili.

fEsce ridimensionata, dal vaglio preliminare, l’inchiesta che ha portato all’ultimo sequestro milionario per la famiglia Genovese. Non reggono infatti le accuse di riciclaggio ed autoriciclaggio, cade l’illecito amministrativo contestato ad una delle finanziarie, mentre restano in piedi le ipotesi legate ai reati fiscali, che saranno vagliati dal giudice monocratico.

E’ cominciata di buon mattino ed andata avanti fino alle 16.30 passate l’udienza preliminare sul caso del “tesoro” non scudato dei Genovese ed esportato all’estero, in parte rientrato in Italia dopo aver “attraversato” società diverse e i parte intestate a familiari diversi.

I PM Antonio Carchietti e Fabrizio Monaco hanno ribadito la richiesta di rinvio a giudizio per tutti gli indagati: Francantonio Genovese e il figlio Luigi, la moglie Chiara con le sorelle Rosalia ed Elena Schirò e gli altri familiari Marco Lampuri, Franco Rinaldi, Daniele Rizzo e la società L&G Group.

Il notaio Stefano Paderni ha scelto l’abbreviato e per lui l’Accusa ha chiesto la condanna a 2 anni e mezzo. Tornerà davanti al Gup per la decisione il prossimo 20 settembre.

Poi il Gup Monica Marino ha ascoltato i difensori, gli avvocati Nino Favazzo, Antonio Amata, Alessandro Billè, Paniz e Marcello Parrinello e dopo 3 ore e mezzo di camera di consiglio, ha dato lettura della propria decisione: le ipotesi di reato fiscale meritano di essere approfondite al processo, che comincerà il 20 marzo davanti al giudice monocratico per tutti gli indagati, ad eccezione della società. Per tutti è stato dichiarato il non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato per le accuse di riciclaggio e autoriciclaggio.

Gli accertamenti della Guardia di Finanza avevano portato al sequestro a novembre 2017 del conto corrente presso la Giulius Bar di Montecarlo intestato alla Palmarich Investiment SA, il conto corrente Unicredit e quello Banca di Credito Peloritano intestato a Chiara Schirò, il conto di credito Banca Peloritano di Francatonio Genovese e tutti gli altri conti nella sua disponibilità, i saldi attivi della L&A e della GePa intestati a Genovese e Marco Lampuri, i conti correnti di Rosalia Genovese fino a 380 mila euro circa, fino a 450 mila euro nei conti della Schirò, la villa di Ganzirri, gli appartamenti di via Duca degli Abruzzi, via Lodi, via Brescia e via Sicilia, l’appartamento in residence a Piraino, le quote GePa e L&A in capo a Francantonio Genovese.

Leggi qui: i dettagli dell’inchiesta

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2 commenti

  1. Non sono i soldi che mi fanno impressione non capisco perché portarli fuori dell’Italia.Tutti sappiamo la loro ricchezza portarli via perché? Potrebbero investirli a Messina e creare posti di lavoro.Non capisco quali imbecilli li consigliano ?

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  2. Antonio551 — perchè tenere una città che ha necessariamente bisogno di te per sopravvivere è segno di potere e dominazione invisibile ma costante, facendo investimenti e beneficenza avrebbero arricchito Messina e dunque portato lavoro e ricchezza per tutti, MA non ti avrebbero tenuto al guinzaglio stretto per il collo come ti tengono adesso. Questo nessuno lo conprende e VOTA, VOTA, VOTA, non per convinzione ma ……. vuoi per leggi di trasparenza etc etc, si puo’ sapere quanti voti in quale sezione e si sa in quale sezione voti TU qundi un semplice calcolo matematico ovviamente con percentuale ovvia di errore si vede dove ci sono state le falle, comprendi adesso….. comunque questo giochetto matematico lo fanno tutti i partiti.

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