Oggi pomeriggio replica a Messina. Testo e regia di Andrea Lupo. Interpretata da Cutrupi e Calabrò, la pièce è prodotta dal Teatro dei 3 Mestieri
MESSINA – La pièce “La merda degli altri” nasce da un testo di Andrea Lupo e con la regia dello stesso artista. Interpretata da Stefano Cutrupi e Tino Calabrò, è prodotta dal Teatro dei 3 Mestieri ed è stata messa in scena il 17 aprile in serale nello stesso spazio performativo messinese per l’odierna rassegna, di gran valore in corso, dal titolo “10”. Si replica oggi pomeriggio. Si tratta di una palpitante prova sulle miserie umane, che ha percorso inesauribili registri per indurre alla riflessione, ha emozionato davvero e prodotto umorismo sano e caustico, ponendo gli attenti e partecipi spettatori in intima connessione con gli attori della perturbante opera teatrale.
Tutti dalla stessa parte, parimenti fragili, timorosi e poco coraggiosi. Si è in grado infatti di percepire (e sovente di giudicare) la merda altrui, proiettando su di essa proprie carenze e tale operazione è necessaria per tirar fuori anche il personale malessere. Le situazioni di blocco, i contesti impossibili in cui d’un tratto ci si sente come incastrati, le inevitabili prese di coscienza sull’assenza di felicità, sono parte del comune sentire creaturale. Siamo allora come i personaggi rappresentati, come loro a confidare di poterci liberare dalle scorie che ci hanno come intrappolati. Bisogna riconoscere che occorre tanta voglia di conoscersi davvero e una dose abbondante di autocoscienza per la fuoriuscita della rispettiva merda interiore, ma, diversamente, non si potrà lasciare mai spazio a momenti pur brevi di felicità.
Andrea Lupo, autentico perno della performance, per aver dato vita alla drammaturgia, si è sovente centrato anche sulla stronzaggine, per rimanere in tema, come nella “mise en espace” “Lo stronzo”, accattivante monologo prodotto dal Teatro delle Temperie, che ha messo in luce il senso di impotenza che genera coazione a ripetere storie che producono dolore.
Inevitabile, allora, rintracciare il “fil rouge” che collega gli spettacoli fin qui citati, così come quello ulteriore “Bagno per signore”(di medesima produzione del precedente, ma strutturato al femminile), in quanto tutti fondati sul bisogno di analizzarsi, di rielaborare i vissuti per silenziare il comune stronzo interiore che, altrimenti, fa quel che sa fare.Togliersi le comode maschere, se è – come è – azione in sé irta di insidie, e’ anche l’unica possibile, e piece di tal fatta sospingono ad agire con onestà intellettuale, cosa che ci renderà anche più compassionevoli verso noi stessi e nei confronti degli altri. Un teatro, questo, quale strumento formativo e educativo, linfa per l’anima, che, pur se apparentemente può causare forte senso di oppressione, è infine generatore di vera cura.
Tornando all’odierno spettacolo, in uno irresistibilmente comico e emozionante, esso trova ambientazione nei bagni di una stazione di servizio di una qualunque strada provinciale, con convincente minimale scenografia di Cinzia Muscolino, alla quale si sono attestati anche i consoni costumi attoriali, quali divise di lavoro.
Il bagno, in via diuturna concepito come spazio di scarto, riacquista dignità in quanto luogo foriero di approccio con la realtà più celata, che deve venire alla luce per diven- tare liberatoria.
Protagonisti sono stati Luca e Peppe, anime diverse ma connesse: il primo, pur avendo studiato, è finito ad occuparsi di ripulire cessi all’alba e di notte, dunque deve per sbarcare il lunario confrontarsi con la merda dell’intitolazione, (spesso colloquiando con essa), è malamente divorziato, ma ancora disperatamente legato ad Angela (che si è invece rifatta una vita) e non più in contatto con la prole. Il secondo, non è colto, ma è solito filosofeggiare, espleta servizio di guardia armata nei quartieri ricchi della città per proteggere le altrui cose di valore correndo per questo alti rischi, è un inguaribile sognatore che anelerebbe fuggire in Messico per raggiungere Morena, ma vive ancora con la madre un po’ svanita, della quale si lamenta, ma che rimpiangerà tantissimo alla sua dipartita, (quella mamma fioraia che detestava le rose, “svergognate e dispettose” e amava tanto le fresie), un impulsivo con tratti di ingenuità. I loro turni si incrociano e le rispettive solitudini possono allora entrare in contatto, relazionarsi e scontrarsi, ma sempre supportarsi nei reciproci contesti di profondo scoramento, fra poetici momenti e triviale comicità.
È stato consentito di scaricare le tensioni interiori, ciò che rende tossiche le esistenze, quei grumi incrostati per i quali di certo non può bastare uno sciacquone per liberarsene, ma può costituire un buon incipit.
È così, fra intime connessioni e scomode verità, abbiamo potuto, riconoscendoci in questo o quel personaggio, togliere la stura ai bisogni tragicomici, silenziando le bugie bianche che ci andiamo raccontando, erroneamente reputando di soffrire di meno e accettando di vedere il mondo quali chiusi nel nostro bozzolo, come attraverso un vetro. Occorre invece coraggio.
Si sono toccate tematiche forti e dense, che hanno generato nel folto e attento pubblico autentici rovelli, quali l’invisibilità di talune occupazioni, che afferiscono a vite condannate a ripulire, e non metaforicamente “tout court”, quelle altrui, con inaccettabili diseguaglianze e vere e proprie violenze con connesse responsabilità. La rappresentazione, con uno script sempre in oscillante bilico fra crudo realismo e slanci di lirismo, e una direzione d’eccellenza, ha dato così vita a due figure di finzione rese magistralmente, che ci hanno condotto per mano entro territori che scottano, ma che si devono pur sempre attraversare per giungere a quell’approdo salvifico che sarà il giusto premio.
Per questo necessita però mettersi a nudo e… slacciare le cinture di sicurezza, magari lasciandosi cullare da melodie da canticchiare, quali l’indimenticabile “Messico e nuvole” di Enzo Jannacci.
