La moglie dell'ex prefetto di Reggio, Michele Di Bari, indagata per caporalato - Tempostretto

La moglie dell’ex prefetto di Reggio, Michele Di Bari, indagata per caporalato

Dario Rondinella

La moglie dell’ex prefetto di Reggio, Michele Di Bari, indagata per caporalato

sabato 11 Dicembre 2021 - 09:08

La moglie dell'ex prefetto di Reggio, Michele di Bari è socio amministratore di una delle dieci aziende coinvolte nell'indagine dei Carabineri di Foggia

Tra le 16 persone indagate dell’inchiesta sul caporalato condotta dalla procura di Foggia che ha portato all’arresto di cinque persone, due delle quali in carcere, figura Rosalba Livrerio Bisceglia, moglie del Capo Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del ministero dell’Interno, Michele di Bari, ex prefetto di Reggio Calabria.  Per la moglie di Di Bari è scattato l’obbligo di firma, mentre l’ex prefetto di Reggio Calabria si è dimesso dall’attuale incarico ministeriale

L’INDAGINE

L’indagine, ha interessato attività comprese tra luglio ed ottobre 2020, ed ha portato anche ad una verifica giudiziaria su oltre dieci aziende agricole riconducibili ad alcuni degli indagati.

In carcere sono finiti due cittadini stranieri, un senegalese e un gambiano, mentre nei confronti degli altri tre arrestati da parte dei carabinieri sono stati disposti i domiciliari.

L’ORDINANZA

“Rosalba Livrerio Bisceglia, moglie del prefetto Michele di Bari, “è consapevole delle modalità delle condotta di reclutamento e sfruttamento”. Lo scrive il gip di Foggia nell’ordinanza. La moglie del prefetto di Bari impiegava nella sua azienda “manodopera costituita da decine di lavoratori di varie etnie” per la coltivazione dei campi “sottoponendo i predetti lavoratori alle condizioni di sfruttamento” desumibili “anche dalla condizioni di lavoro (retributive, di igiene, di sicurezza, di salubrità del luogo di lavoro) e approfittando del loro stato di bisogno derivante dalle condizioni di vita precarie”.

Trattava direttamente con Bakary Saidy, uno dei due caporali finiti in carcere nell’inchiesta di Foggia. Saidy portava nei campi i braccianti dopo averli reclutati “in seguito alla richiesta di manodopera avanzata da Livrerio Bisceglia, che comunicava telefonicamente il numero di lavoratori necessari sui campi”. Lavoratori “assunti tramite documenti forniti dal Saidy” che per questo “riceveva il compenso da Livrerio Bisceglia”.

L’INTERCETTAZIONE

“Porta da Nico tutti i documenti. Devi portare prima perché così io devo fare ingaggi… e poi il giorno dopo iniziate a lavorare”, affermava Rosalba Bisceglie Livrerio rivolgendosi al “caporale” Bakari Saidy in una intercettazione citata dal gip nell’ordinanza di custodia cautelare.

L’INCHIESTA

Reclutavano tra le baracche del ghetto di Borgo Mezzanone (Foggia) manodopera per aziende agricole del territorio da impiegare nei campi del Foggiano. E’ questo il contesto dell’indagine dei carabinieri e della procura di Foggia che ha portato all’arresto di 5 persone e all’obbligo di firma per altre 11 tra le quali la moglie del prefetto Michele di Bari, capo del dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Viminale che si è dimesso appena appreso dell’inchiesta. I due finiti in carcere – un 33enne gambiano e un 32enne senegalese che vivevano nel ghetto – erano secondo gli investigatori “l’anello di congiunzione” tra i rappresentanti delle varie aziende del settore agricolo della zona e i braccianti. Alla richiesta di forza lavoro avanzata dalle aziende, i due si attivavano e reclutavano i braccianti all’interno della baraccopoli, provvedevano al loro trasporto preso i terreni e li sorvegliavano durante il lavoro, pretendendo 5 euro per il trasporto e altri 5 euro da ogni bracciante per l’attività di intermediazione. E’ stato accertato che il principale dei due reclutatori si occupava anche di dare direttive ai braccianti sulle modalità di comportamento in caso di controlli. “Caporali, titolari e soci delle aziende avevano messo in piedi un apparato quasi perfetto – sottolineano i carabinieri – che andava dall’individuazione della forza lavoro necessaria per la lavorazione dei campi, al reclutamento della stessa, fino al sistema di pagamento, risultato palesemente difforme rispetto alla retribuzione stabilita dal Ccnl, nonché dalla tabella paga per gli operai agricoli a tempo determinato della provincia di Foggia”. Le buste paga, infatti, sono risultate non veritiere, poiché nelle stesse venivano indicate un numero di giornate lavorative inferiori a quelle realmente prestate dai lavoratori, senza tener conto dei riposi e delle altre giornate di ferie spettanti. I lavoratori, tra l’altro, non venivano neanche sottoposti alla prevista visita medica.

La moglie dell’ormai ex capo dipartimento Immigrazione del Viminale Michele di Bari è socio amministratore di una delle dieci aziende coinvolte nell’indagine dei Carabineri di Foggia, la, indagata nell’inchiesta della procura pugliese che coinvolge 16 persone, 5 delle quali arrestate. L’accusa ipotizzata per tutti è a vario titolo di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

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