Dalle origini in riva allo Stretto ai successi a Spoleto: la carriera e i ricordi del penalista per la rubrica “Visti da lontano”
VISTI DA LONTANO di Rosario Lucà
Tanino Puma, prima l’uomo e poi l’avvocato penalista
Ho incontrato Gaetano Puma a Spoleto, dove vive ormai da trent’anni. Mi dice subito di chiamarlo Tanino, perché è questo il nome con cui lo chiamavano in famiglia e lo chiamano ancora i suoi amici.
Tanino è un giovane avvocato di 65 anni, compiuti proprio qualche giorno prima del nostro incontro. È nato e cresciuto a Messina, dove si è laureato in Giurisprudenza e ha cominciato il suo praticantato.
Oggi è un affermato penalista che opera in Umbria e nelle regioni vicine. Nel corso della sua carriera ha affrontato casi molto importanti, alcuni dei quali hanno avuto anche risonanza nazionale.
Tanino si definisce un «avvocato di trincea». Gli chiedo di spiegarmi il significato di questa definizione e lui mi risponde:
«Ci sono avvocati che stanno dietro la scrivania: quando ricevono un caso studiano le carte, ricevono i clienti, preparano gli atti e vanno in udienza. Sono molto formali: fanno tutto in maniera professionale, ma asettica.





Io, invece, sono uno di quelli che va a trovare i clienti, va in carcere, approfondisce la loro conoscenza. Insomma, cerco di instaurare anche un rapporto personale.
Questo fa sì che i clienti si sentano protetti e fa crescere la fiducia nel rapporto.
Ci sono clienti che non si fidano del proprio avvocato perché lo ritengono poco preparato o disonesto, oppure perché percepiscono che faccia prevalentemente i propri interessi, pensando soltanto all’onorario.
Io, per mia natura, non sono attaccato ai soldi. Quindi, quando un cliente non mi vuole pagare, va bene uguale: lo mando a quel paese e finisce lì. Ma se mi dice “ti pago fra tre mesi”, va bene. L’importante è che non mi dica bugie».
La figura dell’avvocato penalista mi affascina e mi incuriosisce al tempo stesso. Gli faccio allora una domanda forse un po’ banale: un penalista non deve mai giudicare il proprio cliente, neppure quando è accusato di reati particolarmente gravi?
Tanino cambia registro ed entra subito nel merito, con la precisione di chi è abituato a soppesare le parole.
«Le motivazioni che stanno alla base di un’azione possono essere diverse e possono essere giuste da una certa prospettiva morale, ma sbagliate da un punto di vista giuridico.
Io cerco sempre di entrare nella mente dei miei clienti, di capire il processo che li ha portati a commettere il reato di cui sono accusati. Poi faccio le mie valutazioni.
Devo capire chi è la persona che ho di fronte. Cerco di comprendere la sua vita e le circostanze in cui si è svolto il fatto, per poi impostare la migliore difesa possibile, senza mai emettere giudizi personali».
Nel rapporto con i clienti Tanino non interviene: lascia spazio soltanto all’avvocato Puma.
Mi rendo conto di avere un’idea piuttosto convenzionale della professione del penalista. Le parole di Tanino mi aiutano a guardarla con occhi diversi.
Tanino è figlio di un famoso professore di latino e greco del liceo La Farina; sua madre insegnava matematica e fisica alle scuole medie. È il mediano di tre figli: ha una sorella più grande e una più piccola.
Gli chiedo della sua infanzia a Messina.
“Ho vissuto con due genitori che mi hanno coccolato tanto. Mi hanno dato ognuno il massimo di quello che potevano darmi. Mi hanno sempre lasciato libero di fare quello che volevo”.

“Avevo tanti amici, facevo tanti sport e studiavo, ovviamente poco, ma avevo la fortuna di poter recuperare velocemente. La mia maestra delle elementari disse una volta a mia madre: Tanino non studia, però è intelligente al 110%”.
Traducendo dal messinese più arcaico, a quei tempi Tanino aveva la testa al gioco e le occasioni non gli mancavano.
Sotto casa sua c’era un circolo Endas: molti di quelli che stanno leggendo conoscono bene questa sigla. Era un luogo di incontro, ma anche a rischio di perdizione per i ragazzi della nostra generazione.
Tanino ci andava molto spesso. Era un grande giocatore di biliardino, ma anche di flipper, l’ipnotico antesignano dei videogiochi, che si giocava con le mani ma molto anche con i fianchi.
A biliardino Tanino duellava con chiunque volesse sfidarlo. La posta standard era «la marca più 50 lire», dove la marca era il gettone che serviva a far scendere le palline e avviare la partita.
Ma Tanino era un giocatore quotato e alzava la posta: non si batteva per meno della marca più 100 lire.
Mi racconta:
«Giocavo tantissimo invece di studiare, però lo nascondevo a papà, che era impegnato a dare lezioni private. Mamma, che era più pratica, sapeva bene dove passavo molte ore del mio pomeriggio e veniva a scovarmi all’ENDAS, dove io tentavo invano di nascondermi».
All’età delle medie Tanino comincia anche a giocare a tennis.
«Giocavo con un mio amico che era un vicino di casa. I nostri due appartamenti erano al primo piano, con due ampi terrazzi adiacenti: quello fu il nostro primo campo da tennis.
Poi cominciammo ad andare a Mortelle, dove c’era un campo abbandonato. Prendevamo l’autobus numero 28 e andavamo a giocare lì, dove non andava nessuno.
Passavamo interi pomeriggi e quindi, di nuovo, studiavo poco».
Presto al tennis si affianca anche il basket e Tanino entra a far parte della Zanclon, la squadra della parrocchia di Sant’Elena, all’incrocio fra via Regina Elena e quello che all’epoca era il torrente Annunziata.
Insomma, l’adolescenza del nostro futuro avvocato è fatta di mille sport e di poco studio.
Della vita in famiglia ricorda le partite di poker della mamma con le amiche. Lui assisteva e, qualche volta, con il permesso della madre, poteva anche «spizzicare» le carte.
Ricorda poi le esibizioni di papà, che coltivava la passione per il canto lirico.
Il professor Puma cantava da tenore e, nel fine settimana, teneva dei concerti per pianoforte e voce davanti a un piccolo pubblico, eseguendo celebri arie della Traviata, del Trovatore o della Bohème.

Tanino mi dice: «Papà era un bravo tenore. Purtroppo non era mai riuscito a studiare canto e quindi a fare quel salto di qualità che avrebbe voluto. Rimpiangeva sempre il fatto che suo padre non avesse potuto permettersi di pagargli le lezioni di canto».
Poi ricorda le gite domenicali a Spartà, dove c’era una grande villa di proprietà di un giudice amico del padre e dove trascorrevano lunghissimi pomeriggi.
Tanino vive felicemente gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Purtroppo, poco dopo il compimento dei suoi diciassette anni, la mamma muore.
La sua morte lo segna profondamente e lascia in lui un vuoto incolmabile, proprio in una fase così delicata della crescita.
Degli anni del liceo La Farina, Tanino scherza sul fatto che lui e il padre fossero d’accordo che fosse meglio non averlo come alunno. Per questo frequentava una sezione diversa dalla sua.
Ricorda però che papà lo aiutava nello studio:
«Mi dava ripetizioni, ma soprattutto mi aiutava molto con le versioni di greco. Anzi, spesso me le faceva proprio.
Poi io telefonavo a qualche mio compagno e gliele passavo, e lui le faceva girare agli altri della classe».
Tanino era uno studente altruista.
Cominciano le prime esperienze con le ragazze. Si lancia senza difficoltà:
«Non ero per niente timido, anzi forse ero un po’ buffoncello, giocherellone, diciamo».
Arriva la prima fidanzatina, che conosce a scuola e che è anche un’alunna del padre.
Tanino continua a giocare a basket e diventa anche il portiere della squadra di calcio del liceo La Farina. Si fa crescere i capelli e si sente bello:
«Tutti mi dicevano che somigliavo a Cabrini», l’idolo delle ragazze di quei tempi.
Il sabato si usciva con quei quattro o cinque amici più stretti, si facevano le solite vasche sul Viale oppure si andava a vedere qualche film, magari qualcuno di quelli con la Fenech o Gloria Guida».
Arriva anche il motorino, il mitico Piaggio Ciao, e i giri di Tanino si allargano. Poi la prima moto, una Honda Italia 125, e infine, finalmente, una Suzuki 550: una moto vera, con cui sentirsi libero.
«Ero abbastanza corteggiato, anzi, diciamo che mi facevo corteggiare. È stato forse il periodo più bello della mia giovinezza e non studiavo per niente», sottolinea ancora.
Cominciano gli anni dell’università. Tanino ha una fidanzata molto studiosa, tutto il contrario di lui.
«In tre anni ho dato sei esami, una media di due materie all’anno.
Poi ci fu una svolta: lasciai la fidanzata. Continuavo a giocare a tennis, ma a un certo punto mio padre mi chiamò da parte e mi disse: “Ma tu da grande vuoi fare l’avvocato o il tennista?”.
Avevo capito che ero un buon tennista, ma non abbastanza bravo da impostare una carriera professionistica, e così risposi che l’avvocato sarebbe stata la mia professione».
Tanino mette la testa a posto e, nei successivi tre anni, supera sedici esami e discute la tesi.
Ricorda gli esami sostenuti con l’avvocato Carlo Taormina, che a quell’epoca insegnava a Messina e per il quale nutre grande stima professionale.
«Nelle sue materie ho preso voti alti, 26 e 28, cosa molto difficile con lui, che era stretto di voti.
Mi capitò di incontrarlo una volta, quando ero già avvocato. Lo chiamai ancora professore, lui mi chiese che voti mi avesse dato e poi mi disse: “Allora sei diventato un bravo avvocato”».
La sua prima udienza in un processo risale al 1991.
«Feci questo processo per abuso edilizio e trovai una soluzione difensiva che sorprese gli altri avvocati, più grandi di me, che non si aspettavano che un giovane alla prima esperienza potesse trovarla».
Da lì la carriera di Tanino cresce, raggiungendo sempre nuovi traguardi. Ma anche l’amore e la passione per le donne hanno un ruolo importante nella sua vita.
Tanino era in viaggio a Mykonos con gli amici più stretti. Dovevano fermarsi due settimane, ma finirono i soldi e dopo appena dieci giorni si imbarcarono per tornare a casa.
Fu proprio sulla nave del ritorno che conobbero alcune ragazze di Spoleto.
Una in particolare, Emanuela, colpisce Tanino.
«Le faccio un po’ di corte a modo mio, con fare un po’ guascone, e dopo un po’, scherzando, ci diamo il primo bacio.
Insieme al mio amico Sandro, che nel frattempo flirtava con un’amica di Emanuela, decidiamo di non tornare a Messina, ma di seguire le ragazze a Spoleto».
La storia di Sandro dura soltanto il tempo di quella fine d’estate. Quella di Tanino, invece, sfocia in un matrimonio lungo ventisette anni, dal quale nascono due figlie, Valentina e Bea.
Gli anni passano.
Purtroppo, a un certo punto, Tanino ed Emanuela si trovano ad affrontare il dolore più grande che un padre e una madre possano conoscere: la perdita di una figlia.
Bea muore in circostanze tragiche quando ha circa diciassette anni.
È una ferita profonda, che segna inevitabilmente le loro vite e cambia il loro modo di guardare al futuro.
Negli anni successivi, anche il loro rapporto attraversa una fase difficile, fino a quando il matrimonio si conclude.
Una separazione che arriva dopo una storia lunga ventisette anni, nella quale hanno condiviso molto, compresa la gioia di diventare genitori.
Tanino parla molto di questo trauma, che ha diviso la sua vita in un prima e un dopo. Ha rimesso in discussione tutta la sua esistenza: quella di uomo, di marito e di padre. Ha lavorato a lungo su se stesso, cercando una chiave di lettura per ciò che gli è accaduto.
Eventi come questo sono una montagna enorme da scalare. Tanino ha trovato la forza di continuare il cammino.
Dalle sue parole mi appare chiaro che questo percorso difficile gli abbia permesso non solo di trovare un modo per andare avanti, ma anche di uscirne come una persona migliore.
Tanino ha ritrovato la forza di sorridere.
Scherza molto, ma sotto quell’atteggiamento ancora guascone si avverte chiaramente la profondità del mare che porta dentro.
Resto in silenzio e lo ascolto.
«Ci sono stati momenti della vita in cui forse non ero il miglior Tanino possibile, anzi forse sono stato il peggiore.
Però, quando ti capitano cose come la peggiore che possa capitare a un padre, allora devi ritrovare il bandolo della matassa, devi ancora trovare una coerenza e la forza di vivere, di ricominciare.
Il mio matrimonio è finito, ma con Emanuela resta un rapporto di grande affetto e amicizia. Ci sono molti ricordi che ci uniscono, ma soprattutto abbiamo una figlia stupenda, Valentina, che ci ha dato due bellissimi nipoti.
Bea è sempre nel nostro cuore.
Sono cambiato profondamente, sono un uomo diverso, ma soprattutto mi sento ancora più vicino ai genitori che, come me, hanno perso i figli».
Adesso Tanino ha una compagna, Gloria, più giovane di lui, che gli dà equilibrio e della quale dice:
«Gloria è la parte migliore di me, non direbbe mai una bugia, è trasparente e, inoltre…», aggiunge sorridendo, «mi organizza la vita».
Mi accorgo che stiamo parlando da quaranta minuti. Voglio alleggerire un po’ il tono e gli chiedo di dirmi qualcosa della nostra città, Messina, di rispolverare qualche ricordo.
Tanino mi racconta:
«I ricordi più belli sono le partite a pallone in quei campetti improvvisati che ci inventavamo.
Dietro il Duomo, per esempio, nella parte bassa c’è un piccolo spazio: mettevamo delle pietre a segnare le porte e giocavamo cinque contro cinque.
Nelle strade di San Licandro facevamo la stessa cosa.
In un attimo il campo di calcio prendeva forma e, quando passavano le macchine, ci fermavamo come statuine, congelati nella posizione in cui ci trovavamo, come in un’antica moviola virtuale.
Poi ricordo le serate a Granatari o al Fanalino, dove si andava con le moto.
Mi mancano quegli amici e, ovviamente, quel tempo, quell’età. Estati che cominciavano a giugno e finivano a ottobre o anche a novembre.
Ricordo quando, da ragazzini, con il mio amico Sandro andavamo al Celeste a vedere il Messina e, non avendo i soldi per il biglietto, chiedevamo alle persone più grandi: “Mi fai entrare con te? Fai finta che sono tuo figlio”».
Adesso Tanino torna a Messina una volta all’anno con Gloria. Insieme visitano ogni volta un posto diverso della Sicilia, per poi concludere la vacanza a Messina.
Nel suo parlare c’è una frase che tradisce il suo legame ancora intatto con la città: quando parla del ritorno, mi dice «scendiamo a Messina». Glielo faccio notare e insieme ridiamo.
«Quando torno a Spoleto porto sempre con me le braciole messinesi».
Le braciole sono ormai protagoniste immancabili dei miei racconti di “
Visti da Lontano”, penso.
Tanino aggiunge:
«Purtroppo a Spoleto non sanno fare la focaccia alla messinese».
Allora gli dico che io, a Torino, la faccio a casa. Tanino risponde prontamente:
«Se la insegnassi a Gloria non sarebbe male».
Prima di salutarci, Tanino fa una specie di bilancio, quasi a voler sintetizzare il suo racconto e, forse, ciò che sente di essere oggi.
«Ho sostenuto difese per omicidio, per mafia, per bancarotta, per associazione a delinquere, in Corte di Cassazione e in Corte Militare d’Appello, ma prima dell’avvocato ho portato con me l’uomo.
Non sono mai stato egoista, ma ciò che sento forte dentro di me è che bisogna sempre cercare di essere d’aiuto alle persone che ami e con le quali condividi un sentimento.
Forse in passato ho messo me stesso al centro di tutto, ma ho capito che così diventi il primo, ma solo per te, e quindi sei solo.
Ho imparato a mettere sempre gli altri al primo posto. I valori del mio essere uomo sono la generosità, l’altruismo, l’onestà e la correttezza.
L’onestà premia sempre. Sai, magari all’inizio c’è sempre qualcuno che fa il furbo e ti frega, ma non bisogna farsi cambiare dalle circostanze.

Anche nella mia professione è questa la caratteristica che ti fa ricercare dai clienti».
Tanino mi fa un bel sorriso, uno di quelli da cui traspare la leggerezza di un ragazzino che forse è ancora presente da qualche parte nel suo cuore.
Ci salutiamo con un arrivederci a presto, da qualche parte. So già che dovrò fargli una lezione sulla focaccia alla messinese.
Testo e fotografie di Rosario Lucà

