Gli indagati erano quattro. Provvedimento revocato per una giovane imprenditrice
Il Tribunale di Catania ha annullato il sequestro da quasi mezzo milione di euro effettuato a metà del gennaio scorso dal Reparto Tutela Agroalimentare dei Carabinieri di Messina nei confronti di quattro imprenditori agricoli dei Nebrodi.
Alla base del provvedimento c’era la presunta indebita percezione di fondi europei destinati ad agricoltura ed allevamento. I sigilli erano scattati per quattro imprenditori operanti tra Cesarò, Troina, Bronte e San Teodoro. La Procura Europea aveva chiesto e ottenuto il sequestro di denaro e disponibilità finanziarie, ad equivalenza di 203 titoli di pagamento (cosiddetti diritti all’aiuto), per un totale di 454.493 mila euro.
Il commento del legale

Il Tribunale però ha accolto l’istanza dell’avvocato Nino Cacia e disposto la revoca del sequestro per l’azienda di Cesarò. “Dalla lettura dell’imputazione provvisoria cristallizzata nel provvedimento oggi annullato, era già emerso un patente errore di diritto atteso che proprio la normativa euro unitaria e la Pac di riferimento menzionata negli atti di indagine dalla polizia giudiziaria, consentivano di ritenere non necessario il rilascio di codici pascolo per allevamenti posti in essere all’interno dello stesso comune.
Nel caso che riguarda la mia assistita, giovane imprenditrice incensurata di Cesarò, ha fornito la prova documentale che contrariamente a quanto ritenuto nel decreto di sequestro preventivo, i terreni condotti in regolare concessione dalla signora Leanza e appartenenti alla azienda silvo pastorale, erano effettivamente oggetto di pascolo come accertato negli anni di riferimento dal Comando Stazione Carabinieri di Cesarò e dal Corpo Forestale del medesimo Comune. Auspichiamo, maggiore attenzione in futuro, atteso che grave è il pregiudizio patito dalla mia assistita e aggiungerei dall’intero comprensorio nebroideo, dal clamore mediatico suscitato dalla vicenda“, commenta il legale.
L’indagine sul comparto agricolo
Le indagini dei Carabinieri avevano ipotizzato una sofisticata truffa aggravata finalizzata al conseguimento illecito di rilevanti contributi pubblici destinati al comparto agricolo ed erogati dall’Agea (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura). Secondo gli investigatori gli allevatori indagati, benché nelle domande di pagamento in ambito Pac avessero attestato di aver svolto attività di “pascolamento” su superfici agricole al di fuori dal compendio aziendale (cioè aver movimentato il bestiame, per farlo pascolare su quelle aree), non avevano attivavano il prescritto “codice pascolo” necessario all’espletamento delle attività sui terreni. Così facendo avevano volutamente eluso il controllo veterinario circa la reale movimentazione dell’allevamento. Questo costituisce una delle condizioni richieste dalla normativa per l’erogazione del contributo.
