Letojanni. "Le notti senza respiro", l'ultima fatica letteraria di Enrico Scandurra - Tempo Stretto

Letojanni. “Le notti senza respiro”, l’ultima fatica letteraria di Enrico Scandurra

Carmelo Caspanello

Letojanni. “Le notti senza respiro”, l’ultima fatica letteraria di Enrico Scandurra

venerdì 29 Novembre 2019 - 15:58
Letojanni. “Le notti senza respiro”, l’ultima fatica letteraria di Enrico Scandurra

Un reportage in versi delle umane miserie e dello splendore di nuovi e vecchi eroi

LETOJANNI – Scrivere per emozionare. Scrivere per informare. Scrivere per vivere. Ma soprattutto per sopravvivere in un mondo dove la materia ha ormai preso il posto dello spirito. E cosa fare se non cercare di distruggere la “cosa” per immergersi nel labirinto dei sogni sognanti nelle notti incensate di buio? Cosa fare se non leggere attentamente “Le notti senza respiro” (Algra Editore), ultima fatica letteraria di Enrico Scandurra, giornalista che ha fatto e continua a fare esperienza sul campo e che è alla sua terza pubblicazione.

Una silloge poetica frutto di quattro anni di duro lavoro, di gavetta, nel corso dei quali l’autore non si è sottratto al confronto con chi ha più esperienza di lui. E il risultato non poteva che essere uno: una raccolta strutturata in 9 sezioni che è pura sperimentazione, dallo stile nitido e cesellato. Uno stile attento ai dettagli. Qui le parole contano e la lingua chiede il conto. Non si lascia nulla d’intentato. Studio severo e prorompente curiosità si riuniscono nei suoi scritti.

La classicità del pensiero unitamente al desiderio di sperimentazione, secondo i moduli moderni – disciolti in apparenti versi liberi –, mostrano il lavoro da fabbro a cui i versi vengono piegati, per dire la sostanza stessa del suo stare al mondo.

“Le notti senza respiro” è soprattutto questo: una lettura che procede, con voluta lentezza, nella scoperta dei gusti letterari del giornalista e scrittore. “Dalla classicità greco-romana all’attualità devastante di Poe e Majakóvskij, sino a lambire le rive di Spoon River e far ridestare la poetica di Dylan, e Fabrizio De André – come scrive nella prefazione del libro l’editor Lisa Bachis – Li ritroverete nei versi.

Gli omaggi ai grandi della storia: artisti, letterati. Eroi senza tempo

Li avvisterete, camuffati, in titoli che sono citazioni: come Amore che vieni amore che vai. Ci sono gli omaggi ai grandi della storia: artisti, letterati. Eroi senza tempo, di cui è trascritta la mitologia, quali Che Guevara”. “Nel testo di Scandurra – dice ancora la Bachis – i versi sono passi essenziali e condizionanti per una metamorfosi dell’essere. La parola, così come è la parola poetica, è creazione scaturita da gioco e disciplina”. Sono “Notti senza respiro”, perché lo scrittore soffoca nell’insonnia del dover dire; quasi che vari conati lo spingessero a liberarsi da se stesso, vomitandosi l’anima. Sentimenti, passioni, scaturiti dal tentativo di stare a galla e sentirsi affondare in un ritmo dettato dalla vita stessa. Struggimento per l’amata e amore per la sua terra; in un salto senza appiglio. Ci sono poi i versi bifronti, cioè delle composizioni che si leggono dall’alto al basso e dal basso all’alto, come se si stesse capovolti sotto il plenilunio della notte.

Ed è proprio la notte la protagonista del testo, oltre alla Vita e al suo rovescio, la Morte, con l’occhio fisso sugli umani scellerati e i finti superuomini.

Il canto dell’umanità dei diritti negati

Lo scrittore costruisce così un reportage delle umane miserie, e dello splendore di nuovi e vecchi eroi, sublimandoli nei versi. Sono analizzati individui che non sanno d’essere coperti di fango. Viene cantata l’umanità dei diritti negati; straziata da guerre mosse da morte ideologie e pseudo religioni, che celano bassi istinti economici e s’arrampicano sulle vette del potere. Giganti dai piedi d’argilla, in una società forsennata, e ostinata nella ricerca del superficiale a ogni costo. Cuori di uomini e donne; occhi di bambini dall’infanzia negata. Il respiro si tramuta in ansito asmatico. E l’unica terapia resta la parola. Quella che Scandurra utilizza per lenire il male assoluto: la disumanità del genere umano.

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