L'opinione. "Per il ponte sullo Stretto non è stato coinvolto il territorio"

L’opinione. “Per il ponte sullo Stretto non è stato coinvolto il territorio”

Autore Esterno

L’opinione. “Per il ponte sullo Stretto non è stato coinvolto il territorio”

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domenica 10 Maggio 2026 - 09:39

Una riflessione dell'ingegnere messinese Giovanni Mollica a partire dal "modello danese" e la grande e discussa opera tra Messina e Reggio

L’opinione. Dall’ingegnere Giovanni Mollica (nella foto in basso) riceviamo e pubblichiamo sul discusso tema del ponte sullo Stretto, “modello danese” e coinvolgimento del territorio.

In sostanza, sostiene l’ingegnere: “Nel Modello danese, l’obiettivo è creare un “progetto di territorio” nel quale l’opera è solo la punta di diamante di un rilancio economico molto più vasto. Potremmo dire tante altre cose ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa, sia per i favorevoli che per i contrari all’opera.
Non possiamo però non chiederci perché questo collaudato strumento di coinvolgimento del territorio sia stato completamente ignorato da tutti (da tutti!) gli attori che si occupano della realizzazione del Ponte sullo Stretto”.

Giovanni-Mollica

La riflessione sul Ponte tra Europa e territorio

Qualsiasi opera pubblica è oggetto di polemiche. Sia se di dimensioni ridotte – perché piantare tutti quegli alberi lungo le strade cittadine? Limitano lo spazio per i parcheggi – che se di grandi dimensioni. O grandissime, come il Ponte sullo Stretto. In questi ultimi casi intervengono elementi di campanilismo miope, acuiti dalla mancanza di consapevolezza dell’interesse generale. Tipica del nostro Paese.

Ma ci sono pure delle “disattenzioni” da parte dei pubblici decisori – nazionali, nel caso delle grandi opere – che lasciano perplessi. Il fenomeno delle polemiche locali, infatti, non è nuovo ed è stato affrontato da decenni anche in sede europea. Da quando l’Ue ha iniziato a occuparsi delle strategie trasportistiche, nella convinzione che la connettività tra le regioni a basso reddito e quelle ricche sia la precondizione per una riduzione degli enormi squilibri economici, sociali e culturali esistenti tra i diversi territori dell’Unione.

Senza entrare in dettagli – superflui per chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale -, può essere utile dire due parole sul Modello danese: perché è nato e cosa ha prodotto.
Per poi chiedersi perché non è stato adottato dal Governo e come mai non è stato richiesto (preteso?) dagli amministratori che si sono avvicendati nell’Area dello Stretto.

Per non essere noiosi, procediamo per definizioni, con l’avvertenza che possono essere facilmente verificate. Cominciamo con la prima e omnicomprensiva: “Gli obiettivi delle Grandi Opere Pubbliche sono passati, in poche decine di anni, dall’opera in sé a strumento di crescita dei territori nei quali l’opera deve sorgere”.
Basterebbe questa frase per sconvolgere le procedure di attuazione del collegamento stabile che ci riguarda da vicino. Soprattutto se sono durate decine di anni e, quindi, c’è stato tutto il tempo per comprendere ciò che è accaduto o, meglio, ciò che non è accaduto.
La seconda definizione mette il dito su un’altra piaga che affligge Messina, Villa e Reggio. Ma anche Sicilia e Calabria. Secondo l’Ue “le grandi Opere Pubbliche irradiano sviluppo ed evitano lo spopolamento”. Pare scritta per noi.

Andiamo sul concreto, saltando a piè pari le esperienze di successo fatte decenni addietro in occasione della realizzazione di grandi ponti come quelli sul Great Belt (1998 !!) e sull’Øresund (2000 !). Entrambi in Danimarca, da cui il nome “Modello danese”.
La migliore dimostrazione del successo di questo metodo di “costruzione” del rapporto tra grande opera e territorio si è avuta in questi ultimi anni sulle rive del Femern Link, lo stretto che divide il Land tedesco dello Schleswig-Holstein con la “povera” (in termini relativi) isola danese di Lolland. Sulla linea ferroviaria Amburgo-Copenaghen. Un tunnel soffolto (appoggiato sul fondo di quello Stretto che non supera i 40 metri di profondità) i cui giganteschi moduli in cemento armato pesano 21 mila tonnellate. Enormemente più grandi e pesanti di quelli, in acciaio, del “nostro” Ponte. Dove sono stati (e continuano a essere) costruiti?
A Rødbyhavn, punto d’imbarco della galleria sulla sponda danese. La Messina del Tunnel.

Nel solo cantiere dove vengono costruiti i moduli – considerato il più grande cantiere d’Europa – hanno lavorato e lavorano direttamente 2000 persone in media, provenienti da oltre 40 Paesi diversi.
Per ospitare le maestranze, è stata costruita una vera e propria cittadina temporanea (Fjord Link) che può ospitarne circa 1.300/1.350 lavoratori in alloggi singoli con servizi dedicati (palestra, mensa, cinema).
Si stima che il progetto generi altrettante migliaia di posti di lavoro indiretti attraverso i subfornitori e la logistica. Solo per la produzione specifica dei segmenti di cemento armato (5 linee di produzione), sono impiegate diverse centinaia di unità specializzate.

Principali benefici per il territorio?

  1. Migliaia di nuovi posti di lavoro diretti destinati a figure specializzate (fabbri, elettricisti, ingegneri).
  2. Il numero dei posti di lavoro indiretti, più difficili da valutare con precisione, è quantomeno analogo;
  3. Migliaia di ore di apprendistato dedicate ai giovani, con esercitazioni pratiche concordate anticipatamente con la società concessionaria (pubblica) e le imprese appaltanti;
  4. Indipendentemente dai lavori di costruzione, sono attive oltre 800 imprese locali, nei servizi di logistica, ristorazione (mense del villaggio), pulizia, manutenzione e forniture tecniche di materiali;
  5. Drastica riduzione del tempo e del costo di attraversamento;
  6. Creazione di un Polo di Innovazione Tecnica, Logistica e di Rigenerazione ambientale;
  7. Creazione di nuove Aree naturali e ripristino delle Biodiversità marine.

Qualora questi benefici di cui godono i territori danese e tedesco non fossero sufficienti a porsi la domanda sulle ragioni per le quali non è stato utilizzato il Modello danese nel caso del Ponte sullo Stretto, vale la pena aggiungere che l’Ue non solo suggerisce, ma promuove attivamente questo modello attraverso le linee guida che regolano la realizzazione della Rete TEN-T (Trans-European Network Transport).
Non è una “prescrizione” di legge rigida, ma è la condizione de facto per accedere agevolmente ai finanziamenti europei (Connecting Europe Facility).
Inoltre, riduce i conflitti sociali e i ritardi burocratici.

In altre parole, nel Modello danese, l’obiettivo è creare un “progetto di territorio” nel quale l’opera è solo la punta di diamante di un rilancio economico molto più vasto.
Potremmo dire tante altre cose ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa, sia per i favorevoli che per i contrari all’opera.
Non possiamo però non chiederci perché questo collaudato strumento di coinvolgimento del territorio sia stato completamente ignorato da tutti (da tutti!) gli attori che si occupano della realizzazione del Ponte sullo Stretto.

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2 commenti

  1. il problema a Messina è voler realizzare una opera faraonica e quindi visibile (ma purtroppo irrealizzabile – vedi cavi d’acciaio, il particolare più importante) accantonando tutte, dico tutte, le altre soluzioni prospettate. il ponte di 3300 metri è solo propaganda elettorale, stipendificio a 5 zeri per dipendenti di SDM e un regalo sotto forma di penale al general contractor

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  2. Maddalena Fumagalli 10 Maggio 2026 16:56

    Secondo me il problema non è il benaltrismo ( secondo chi non è assolutamente in grado di comprendere ciò di cui si parla). Il vero problema, come giustamente sostiene l’ing. Mollica, è non coinvolgere il territorio. Non nel senso di chiacchiere, ma di azioni concrete che il ‘modello danese’ ha dimostrato e tanti altri Paesi del mondo continuano a dimostrare. Come fanno l’Italia e in particolare il Mezzogiorno. E quindi noi italiani rimarremo sempre indietro.

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