Messina: la pax mafiosa regge. Parola di capo della Squadra Mobile - Tempo Stretto

Messina: la pax mafiosa regge. Parola di capo della Squadra Mobile

Alessandra Serio

Messina: la pax mafiosa regge. Parola di capo della Squadra Mobile

giovedì 07 Novembre 2019 - 07:30
Messina: la pax mafiosa regge. Parola di capo della Squadra Mobile

Antonio Sfameni, nuovo capo degli investigatori della Polizia di Messina, spiega cosa sta accadendo in città e provincia. Dagli equilibri tra i clan di quartiere all'ascesa dei tortoriciani

Messina è una realtà molto complessa, la sua provincia presenta aree diversissime tra di loro. Stiamo parlando della realtà criminale della città dello stretto e del suo entroterra, e a sottolineare la sua complessità è il nuovo capo della Squadra Mobile, Antonio Sfameni.

Palermitano di nascita, Sfameni è il nuovo dirigente degli investigatori della Questura di Messina, dove è arrivato di fatto da un paio di mesi. E ha già le idee chiare sul quadro criminale che, insieme ai suoi uomini, è chiamato a “tenere a bada”.

Poliziotto di razza e ottimo organizzatore degli uffici, Sfameni ha alle spalle ruoli direttivi in realtà altrettanto delicate, da Palermo a Trapani passando per Brindisi, ultima destinazione prima di Messina.

E’una delle pedine principali, insieme agli altri dirigenti delle sezioni recentemente insediatesi, e volute dal nuovo Questore Vito Calvino per rafforzare i quadri della Polizia messinese. La prima domanda, quindi, sul quadro che si è trovato di fronte

“Il quadro della criminalità messinese è davvero molto sfaccettato. A cominciare dalla provincia, vasta e composta di zone molto diverse sia economicamente che socialmente, e organizzazioni criminali altrettanto diverse che cercano di “spartirsela”. Se la provincia jonica e aree della città del centro e del nord sono sicuramente attratte dai poteri catanesi, sul versante tirrenico sono i barcellonesi e i tortoriciani ad influenzare quei territori. Stiamo parlando di clan molto ben radicati sul territorio, più familistici, che hanno alle spalle un tessuto economico più “povero”, se così possiamo dire, che nelle loro zone d’interesse cercando di sfruttare “vantaggi” storico-logistici, considerato che per lo più si muovono ed operano in aree come quelle montane del tutto diverse dagli agglomerati urbani più vasti ed importanti. In questo momento storico in particolare, poi, i tortoriciani hanno un ruolo sicuramente di livello nel panorama della criminalità siciliana. A Messina, invece, ci sono gruppi che esprimono interessi diversi e tra loro pare si rapportino solo al collimare di comuni obiettivi e strategie”.

In cosa consiste in particolare questa diversità della città di Messina?

E’ una specificità che si riscontra sia rispetto alla sua provincia che rispetto alle altre cellule criminali mafiose siciliane. A Messina conosciamo storicamente i clan della zona sud, il gruppo di Giostra, gli addentellati dei catanesi. Ma nessuno di questi gruppi pare vantare sfere di competenza specifiche o comunque esclusive. A Palermo, per fare un esempio pratico, le famiglie si spartiscono i territori, e tutto quello che succede all’interno di quell’area cittadina è cosa loro, non c’è attività criminale che non passi da loro. A Messina la situazione è molto più fluida, e fino a che i grossi interessi non vengono in contrasto o ci si pesta i piedi, ogni gruppo si organizza autonomamente, ma non necessariamente nel proprio quartiere. Così come si evidenzia la presenza dei così detti colletti bianchi e quindi degli interessi che si muovono in quella zona grigia dell’economia e che connota una mafia che, attraverso il metodo corruttivo-collusivo, tenta di infiltrarsi nei settori pubblici, provocando comportamenti illeciti degli amministratori

Come si affronta, investigativamente, questa specificità messinese?

Anzitutto con una profonda conoscenza del territorio, del tessuto criminale locale e delle dinamiche delinquenziali che lo caratterizzano: una conoscenza che hanno senz’altro i colleghi messinesi che costituiscono gli attuali assetti e organici della struttura che ho il privilegio di guidare. Ho trovato uomini preparatissimi ed evoluti professionalmente che hanno bisogno di pochi spunti per inquadrare le situazioni che gli si presentano davanti o per intuire quali siano le piste più utili da seguire. E’ un aspetto molto importante, perché aiuta a superare le difficoltà che si possono presentare nel lavoro investigativo.

Ci sono criticità che si è trovato ad affrontare, a livello organizzativo, particolari necessità alle quali è urgente far fronte?

Le difficoltà sono comuni un po’ a tutte le Questure. Per quanto attiene alle Squadre Mobili, da tempo si registra un aumento delle competenze in ragione di protocolli e normative che, in relazione a particolari situazioni prevedono approfondimenti investigativi da attuarsi in tempi ridottissimi. Non di meno e come appena detto, la Questura di Messina conta su uomini molto preparati, che riescono a fare fronte a tutto. E, poi, il Questore Calvino attraverso un costante e ponderato lavoro di riorganizzazione, sta cercando di ottimizzare le risorse disponibili anche per consentire – soprattutto alle articolazioni della Questura così dette “operative” – di svolgere al meglio ogni tipo di attività di natura preventivo-repressiva a tutela della collettività tutta.

Un tempo, forse, la Squadra Mobile poteva privilegiare le attività più importanti o che richiedevano una più ampia azione di risoluzione. Oggi ci si deve confrontare con altre tipologie di urgenze come, ad esempio,gli sbarchi, che importano una celere ed articolata attività d’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica e che impone verifiche stringenti anche su gravissime ipotesi di reato ai danni dei migranti durante le fasi dei loro lunghi viaggi per raggiungere l’Europa.

Qualche settimana fa è stato arresto il figlio di un boss, a Giostra, perché mandante di un agguato che sembra travalicare le storiche regole criminali. Poco dopo il ferimento a Bisconte di un giovane che non sembra, almeno sulla carta, avere grosso spessore criminale. C’è preoccupazione in città per questo ritorno alle armi. Commentando questi episodi la Procura ha spiegato c’è fermento negli ambienti criminali cittadini, forse perché i capi storici sono lontani ormai da tempo e mancano veri punti di rifermento per i vari gruppi. Secondo lei è un momento di riorganizzazione, è finita la tradizionale pax mafiosa tra i clan, in vigore ormai da un decennio, e rischiamo una recrudescenza dei fatti di sangue?

Quando i personaggi più rappresentativi, dal punto di vista della caratura criminale, sono assenti perché da tempo in carcere per le numerose operazioni di polizia giudiziaria è possibile percepire un “vuoto” che può comportare attriti e momenti di fibrillazione tra le varie cosche criminali e, soprattutto, tra coloro che, in seno a tali sodalizi, tentano di emergere e, in un certo senso, assurgere a nuove figure di vertice. Al momento non pare vi siano concreti segnali e fatti che possono essere letti in questa direzione o, addirittura, far ipotizzare il ritorno di una recrudescenza delittuosa particolarmente violenta come quelle di qualche decennio addietro. Le organizzazioni criminali, con particolare riferimento a quelle mafiose, agiscono anzi “in silenzio”, cercando di mantenere quella pax, per evitare ulteriori e ancora maggiori attenzioni delle Forze dell’Ordine, attirate in genere proprio dai fatti di sangue o da quelli caratterizzati da un alto grado di allarme sociale.

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