Per la stagione del Teatro dei Naviganti, a Messina, l'interpretazione superlativa di Renata Falcone, diretta magistralmente da Basilio Musolino
MESSINA – Ai Magazzini del Sale, il 22 e il 23 novembre, con la “mise en scène” “Obitus”, la novella stagione teatrale del Teatro dei Naviganti è proseguita con inaugurazione della sezione “Doppia replica”.
Tale rappresentazione, a ridosso della odierna Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, è sembrata più che mai consona.
Si è trattato di una encomiabile produzione Adexo-Arti creative e Compagnia Ucriu, su eccellente script di Tiziana Bianca Calabrò e Eleonora Scrivo, con interpretazione monologante superlativa di Renata Falcone, diretta magistralmente da Basilio Musolino e musiche originali di Antonio Aprile. Già l’intitolazione in latino rimanda in guisa molto secca e scarna a decesso e obitorio.
La protagonista della piece è Vittoria, o meglio il suo cadavere, nelle assommate componenti anatomiche residuali all’intercorso uxoricidio e la resa emozionalmente davvero intensa è stata realizzata attraverso una sorta di scissione di personalità, facendo cioè interloquire Vittoria anche chiamando a gran voce in causa il proprio alter ego, tale Marta, che non è presente e non si è occupata, come avrebbe dovuto, di togliere la polvere, di pulire casa come il modello patriarcale ancora vigente avrebbe preteso. In un ininterrotto spostamento degli arredi di scena (l’ambientazione è stata riprodotta attraverso sedute-puff per lo più quadrati, ma anche rettangolari), la vittima – premettendo che nulla è come sembra, poiché delle altrui vite non si conosce nulla e si riesce a vedere quello che si vuole “tout court” – svela, con piccole rivelazioni e a più riprese episodi della sua storia esistenziale, con incipit da quella in seno alla famiglia d’origine e indi passando in rassegna tratti salienti di quella coniugale. Di agiato lignaggio, rimasta orfana di madre, con un padre reputato quale esemplare modello, avviata a carriera assai promettente nell’azienda familiare, dopo l’incontro fatale, ha sposato colui che le darà la morte. Gli inizi, come sovente accade, sono lastricati di buone intenzioni e dichiarata adorazione, ma i nodi verranno nel prosieguo al pettine (e le note canore della indimenticabile “Sei bellissima” di Loredana Bertè sono apparse davvero appropriate).
Proprio quando Vittoria sarà insignita di un importante riconoscimento, si scatenerà la inconsulta reazione del marito, che la colpirà proprio utilizzando la statuetta premiale ed addurrà quale giustificazione l’io ipertrofico della consorte e il suo eterno esser concentrata su se stessa, che lo avrebbe portato a percepirsi quale oggetto di continuativa svalutazione. E nel suo “coming of age” di ombre la morta richiama anche il rapporto con la madre e taluni episodi della sua infanzia, come,da bimba, la caduta da un albero, con connesso lancinante dolore ,anche fisico, materno, il suo essere stata esibita quale bambolina perfetta al parentado, una vita proseguita fra successi e eventi salottieri fittizi, inutilmente patinata alla luce di quella atroce sua dipartita, da apparire solo quale simulacro.
Vittoria…che non avrebbe voluto vedere, pur se le avvisaglie di quel ferale accadimento forse erano tutte in nuce ed evocavano quella possibile soluzione finale, ai nostri giorni sempre più ricorrente, o forse semplicemente più conosciuta, riconducibile a una moltiplicata presa di coscienza del sé femminile e del suo valore al di là di ruoli predefiniti. La facciata di perfezione così, mano a mano che Vittoria deve rievocare gli antecedenti e farne i conti, si va inesorabilmente sgretolando. E frattanto continua a scappare dalla verità, continua a cadere come fosse di gommapiuma, solo un corpo disarticolato che rimbalza e si rialza, finché dalla narrazione si comprende (e la protagonista deve realizzarlo) che non potrà avere scampo. La parabola conduceva, e a posteriori è innegabile, al crudele esito, dal labirinto non vi era possibilità di uscire se non attraverso resti disgiunti e oramai non più vitali. E la voce fuori campo che a tratti sgrana le risultanze dell’omicidio, con puntuale impietosa descrizione di ogni ferita inferta, si immagina quale quella del patologo implicato nell’autopsia dei resti di Vittoria. È inscenato un femminile che continua a subire, nonostante le innegabili conquiste, che non riesce a tenere abbastanza alta l’asticella delle proprie ambizioni e quando osa rivendicare per sé il meritato posto al sole, viene ricacciata indietro, pesantemente criticata e giudicata inadeguata al modello di brava femmina, già assennata figlia di, e poi moglie di e, si auspica, madre di. Il malessere serpeggia vischioso nella originale performance, e il tono è sempre asciutto, privo di retorica, con sapiente costruzione di un ulteriore tassello, un aggiuntivo spazio di riflessione di certo importante nella guerra contro la violenza di genere.
Per superare questo empasse, il presupposto e’ che si addivenga alla sostanziale parità, che oggi appare fantascienza, lontana come è dall’essere raggiunta, (forse secondo proiezioni internazionali solo nel 2148), quando potrebbe giungersi a quel cambio radicale, con adeguata tutela della dignità femminile che attraversi il linguaggio, l’educazione, le politiche pubbliche e la vita quotidiana, a mezzo interventi strutturali e buone prassi ,idonei a incidere sulle cause, per andare oltre la mera risposta emergenziale. Ciò per scardinare le dinamiche di potere e di non equità, quella onerosa eredità, naturalmente introiettata, che necessita denunciare senza tema, rompendo il silenzio dei soprusi e delle discriminazioni, per costruire un mondo post- patriarcale ove anche la donna abbia diritto di cittadinanza e non debba più ricoprire il ruolo di vittima di abusi e indifferenza, precipitando, prima della cancellazione fisica, nell’impotenza psichica. Necessita per questo promuovere una vera cultura del rispetto.
