Tra chiacchiere e illusioni, Messina si spopola e la Sicilia affonda

Tra chiacchiere e illusioni, Messina si spopola e la Sicilia affonda

Tra chiacchiere e illusioni, Messina si spopola e la Sicilia affonda

venerdì 08 Giugno 2012 - 16:24

Invece di proporre iniziative coraggiose, funzionali alle previsioni di crescita delle economie europee e mondiali, i rappresentanti della politica e delle istituzioni locali, nonché la folta schiera di opinion maker politicamente corretti, continuano a puntare su impossibili provvidenze pubbliche. Finalizzate all’avvio di iniziative minimaliste o a opere importanti ma economicamente insostenibili

Venerdì 28 Maggio, ad Augusta, si è tenuto un convegno sulle prospettive economiche e commerciali di quel porto. Lunedì 4 Giugno, a Messina, ha preso il via una 3 giorni organizzata dal Centro Studi Oikos, durante la quale sono state esaminate le cause della crisi della città e alcuni esperti hanno azzardato qualche timido rimedio. Contemporaneamente, al Circolo Pikwick, studiosi altrettanto illustri hanno fatto conoscere il frutto delle loro riflessioni su “Opere pubbliche, legalità e democrazia”.
Casualmente – ma la posizione era già ampiamente nota -, negli stessi giorni, il Presidente del Consiglio ha dichiarato ufficialmente che lo Stato non darà un euro per pagare i controllori di volo dell’ipotetico futuro aeroporto di Comiso. Il che significa che esso … decollerà solo se sarà in grado di autofinanziarsi, essendo i contributi regionali previsti assolutamente insufficienti. Intanto, sul campanile del Duomo di Messina, gli ex lavoratori di Servirail testimoniavano ad alcuni politici peloritani la loro drammatica situazione. Ciò mentre si svolgeva lo smontaggio delle gru del cantiere dei nostri ormai leggendari svincoli, a causa dell’eccessivo ammontare dei crediti vantati da un subappaltatore. Nel frattempo, altri politici locali si premuravano di testimoniare il loro sostegno alle Associazioni Musicali cittadine, all’Ente Teatro e ai suoi (numerosi) lavoratori in lotta per ottenere il reintegro dei finanziamenti, drasticamente ridotti dal Governo regionale.
Dall’esame di questi avvenimenti, uno specialista in psicologia dei gruppi potrebbe trarre la conclusione che ci troviamo di fronte a un caso di grave dissociazione tra realtà e immaginazione. In altre parole, un totale mismatching tra la tragica concretezza del Titanic siculo-messinese in pieno naufragio e i pifferai siculo-peloritani che continuano a intonare sempre le stesse melodie.
Entrando nello specifico, ad Augusta, alcuni floridi – dal punto di vista dei compensi percepiti – esponenti delle istituzioni e della politica hanno affermato che, di fronte alla crisi di produttività del porto, è necessario reperire urgentemente le risorse (pubbliche) indispensabili a creare una grande area commerciale comprendente 3 porti e 2 aeroporti (Comiso incluso). Oltre a infrastrutture adeguate alla gestione delle merci solide, molto più utili di quelle liquide – destinate alle inquinanti raffinerie della zona – ad assicurare la sopravvivenza dello scalo.
In soldoni, la voce di politici e grand commis si è levata alta e ferma per chiedere che Augusta diventi finalmente un grande porto di transhipment per le navi portacontainer che affollano il Mediterraneo.

Possibile che non sapessero che investire in un quarto hub italiano è una follia?. Quando gli altri 3 (Cagliari, Taranto e Gioia Tauro) sono, da anni, in profonda crisi, schiacciati dai nuovi scali nordafricani?
I pochi (Russo e Rizzo) interventi volti ad ammonire sul velleitarismo di programmi di sviluppo che non si basano su un’ampia visione sistemica nazionale, secondo la quale Augusta, come ogni altro scalo siciliano, non ha futuro se non si inserisce in una rete trasportistica collegata al Nordeuropa, sono stati quasi ignorati da un pubblico desideroso di ascoltare promesse e soluzioni miracolistiche politicamente corrette.
E’ più gradevole lasciarsi ingannare piuttosto che sentirsi sbattere in faccia una cruda verità!
Qualcosa di simile è accaduta al Convegno dell’Oikos. Dove – malgrado gli ammonimenti di Barbalace e le crude cifre elencate da Limosani – le speranze di sviluppo si sono concentrate nei servizi per crocieristi e nella green economy. Che quasi nessuno conosce realmente, ma che è molto, molto trendy.
Teniamo a sottolineare che saremmo personalmente felici se l’economia messinese e mondiale si indirizzasse verso il rispetto dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile, ma abbiamo molti dubbi che possano essere questi, da soli, la soluzione dei giganteschi problemi del Mezzogiorno.
Senza spirito polemico, va detto che l’economia verde non può prescindere da sostanziosi aiuti pubblici e/o incentivi di mercato – come quelli concessi negli ultimi anni al solare e all’eolico, che stanno costando un mare di denaro alle casse pubbliche – e che uno sviluppo verde e sostenibile non esclude affatto grandi opere.
Come si è cercato di far credere.

La più grande diga del mondo produce il 3% di tutta l’energia consumata in Cina (!!!), consente il risparmio di 50 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno e riduce in modo sostanziale l’emissione di polveri inquinanti causate dagli impianti a carbone di cui quel Paese è ricco. Per contro, ha sommerso centinaia di siti archeologici, eliminato definitivamente diverse specie animali e vegetali e costretto all’evacuazione oltre un milione di persone. Il suo EROEI (Energy Return On Energy Invested) – l’indice con il quale si misura la bontà di un investimento in termini energetici – è molto elevato (superiore a 50), il che dovrebbe consentire di classificare la gigantesca infrastruttura come un’opera verdissima. Molto più verde, per esempio, del biocarburante tratto dalla canna da zucchero del Brasile – sulla cui bontà hanno favoleggiato negli scorsi anni gli ambientalisti di casa nostra -, il cui EROI arriva, sì e no, a 8 e che comporta l’esaurimento dei terreni in cui è coltivata. Trasformando l’energia prodotta da rinnovabile in non-rinnovabile.
Insomma, ci vuole buon senso sia nell’essere a favore – dell’ambiente o delle grandi opere – che nell’essere contro.
Oppure, con altre parole: usare bicicletta invece dell’automobile è certamente lodevole, ma non si può pretendere che lo facciano tutti. Soprattutto coloro che stanno peggio, in un Mezzogiorno disperato come quello in cui viviamo.
Passando poi alla 2 giorni del Circolo Pickwick, che dire? Il solito attacco al Ponte sullo Stretto – ma non avevano detto che era stato cancellato, sia dal Governo che dall’Europa? E allora perché continuare quest’inutile peana? – e alla TAV Torino-Lione, più qualche novità del tipo “No al MUOS” (Mobile User Objective System), il nuovo sistema di difesa (o attacco?) della Marina americana che dovrebbe sorgere nella Riserva naturale di Niscemi. Applausi dagli intervenuti.
Sono queste le rivoluzionarie proposte per assicurare legalità e democrazia nella realizzazione delle opere pubbliche?
Tutto lascia pensare che gli ex lavoratori Servirail dovranno restare sul campanile del Duomo ancora per tanto tempo.
I dolori più facili da sopportare sono quelli degli altri.

Un commento

  1. FRANCESCO TIANO 9 Giugno 2012 11:39

    L’articolo è molto interessante, sottolinea diversi aspetti delle criticità dei settori che potrebbero essere presi in considerazione per un eventuale sviluppo del territorio locale e regionale. E’ evidente che nei programmi di sviluppo vanno considerati i lati positivi e quelli negativi ed è anche giusto proporzionare lo sviluppo alla sostenibilità dell’area in cui viene previsto. Messina è una città costruita senza un piano strategico che si rispetti. Spesso si programmano gli interventi futuri senza passare prima dalla competenza degli esperti di settore, quelli veri e non quelli indicati dalla politica o diventati tali per una stretta parentela con uomini già piantonati nelle poltrone che contano. Lo sviluppo necessario pertanto bisogna farlo partire attraverso quel competente ed esistente, ma non utilizzato, patrimonio umano. Riguardo i lavoratori disoccupati vorrei aggiungere che vanno compreso quelli che giornalmente germogliano dalle imprese private in crisi. La situazione è grave e non servono i convegni ed i congressi per risolverla , serva l’istituzione, la politica, la forza di volontà e una buona dose di rischio sociale altrimenti tutto si impantana e continuiamo a fare soltanto chiacchiere.

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