Al Nuovo Teatro Scaletta originale adattamento da Shakespeare a cura di Santi Cicardo, pure bravo interprete affiancato dall'eccellente Enrica Volponi Spena
Il 12 aprile alle 18:30 il Nuovo Teatro Scaletta per l’odierna stagione “Abitare il tempo” ha proposto una ulteriore “performance” di valore, “Otello e Desdemona o del femminicidio”, un originale adattamento, dalla drammaturgia del 1604 di William Shakespeare, di Santi Cicardo, al quale si è altresì attestata la accurata direzione; si dà anche atto delle ben calibrate interpretazioni di quest’ultimo artista, nel ruolo di Otello e della eccellente Enrica Volponi Spena, che ha ricoperto i panni di Desdemona, di Emilia o comunque di un personaggio femminile quale testimonial del ferale accadimento e di Iago, in quest’ultimo caso attraverso la mera aggiunzione di una giubba e di una aderente pellicola a deformargli il volto. Una incisiva produzione Officine Teatrali QuintArmata/Casa Teatro, con essenziali e intense scene e illuminazione ben congegnata, che ha virato dal bianco accecante fino a tonalità rosso-sangue, passando per il giallo, di Nicolò La Rosa e indovinati ambienti video di Leonardo Bruno, che hanno conferito il tocco aggiuntivo e impreziosito la “piece”, ponendo il focus sul disvalore di questo antico esemplare di femminicidio. Appropriate anche le musiche originali di Federico Arnone, con quei suoni a tratti volutamente ossessivi.
La figura del Moro, co-protagonista shakespeariano in “Otello” unitamente a Iago (nel solco di una storia tratta dalla novella dell’italiano Giraldi Chintio), è stata costruita e quasi unanimamente ritenuta quella di un personaggio irretito dal traditore alle sue dipendenze, che anche per vendetta per la sua mancata scelta a luogotenente e invidia del padrone, lo sospinge a grandi passi al delitto. Otello dunque sarebbe stato in preda a incontenibile gelosia verso Cassio e travolto da un sentire volutamente provocato con affabulazioni dal diabolico calunniatore, che gli avrebbe fatto perdere totalmente il controllo fino a uccidere la moglie sospettata di tradimento (mai realmente perpetrato). Questa riscrittura tende invece giustamente a concepire, in linea con gli approcci in corso già a partire dagli anni 70, l’Otello di finzione quale pienamente responsabile dell’orrido gesto delittuoso, compiuto semmai con la complicità di Iago, e non quale sua vittima. Egli ha commesso dunque deliberatamente il delitto, in preda sì ad uno stato di esaltazione, ma per ragionato odio verso Desdemona, divenuta emblema sacrificale. L’amore è in lui divenuto disprezzo brutale, e vi ha seminato via via pensieri altamente distruttivi, che sono stati genesi del femminicidio.
La rappresentazione si è proposta allora, riuscendovi, di indagare sui meandri mentali del Moro, (nella fattispecie trattasi di un uomo di colore, e ciò nella prospettiva shakespeariana ha mutato i presupposti di fondo), concepito quale unico artefice della propria vicenda esistenziale, con la chiusa che ce lo mostra mentre si lava il volto, come a volersi purificare, mentre ripete: “Io non sono più io”, e non si toglie la vita, diversamente dall’Otello tradizionalmente concepito.
L’emergenza sociale del femminicidio ai nostri tempi è divenuta tristemente attuale e la mano assassina del Moro si è oggigiorno moltiplicata nei tanti presunti “innamorati” che, accecati della bestia del dominio, non riuscendo a domarla e essendone sopraffatti, divengono assassini e come il Moro della tragedia finiscono sovente per darsi la morte.
Tutte le Desdemone innamorate, vittime di amori criminali, sono in via diuturna – prima dell’ orrorifico epilogo – innocenti oggetti di violenze maschili, fisiche, quali percosse, e psichiche, come mortificazioni e insulti, che hanno già sottratto loro ogni possibile anfratto di vita. Otello è come Iago una maschera minata da fragile insanità ed entrambi inconsciamente odiano le donne. Quelle scarpe rosse, che al corpo bianco, come la veste, senza più vita di Desdemona vengono fatte calzare, ci hanno tristemente allora riportato alle cronache attuali, a quella sordità patriarcale che anela mettere a tacere le voci femminili. Il colore rosso è stato altresì presente attraverso i fili “rouge” che il magistrale interprete maschile ha intersecato nello spazio, a simboleggiare sia i tormentosi pensieri che occupano insidiosamente il suo cervello, che il suo voler ridurre sempre più lo spazio vitale della donna, fino a restringerlo a quello dell’alcova, ove sarà messa a morire.
Solo dando la morte Otello potrà riamare Desdemona: il suo dolore “colpisce dove ama” perché la fedeltà della sposa e’ specchio della sua immagine idealizzata di nobile guerriero castrato dalla presunta infedeltà. La donna deve perciò morire per proteggere l’identità maschile minacciata; il problema è quindi quello identitario, il rapporto con l’altro, quello uomo/donna, l’amore romantico e quello coniugale e non ultimo, nella tragedia, lo scontro di civiltà fra l’Occidente cristiano (Venezia) e l’Oriente islamico (i turchi) e il razzismo non troppo sotteso. Il femminicidio è allora sostanzialmente una pratica di negazione della libertà della donna. In verità il conflitto è in fondo sulle libertà femminili, come quella della parola e sul controllo della sessualità delle donne e la drammaturgia di Otello appare quale trasposizione dell’immaginario misogino dei due co-protagonisti. Desdemona non è di certo passiva, ma assertiva anche verso il marito per il quale da giovane donna bianca ha trasgredito le gerarchie della sua patria, della sua razza e classe sociale e, maritandosi con Otello, lo ha fatto da soggetto sessuale desiderante, quale donna disobbediente e trasgressiva al volere del padre Brabanzio, perciò deviante nei confronti del patriarcato volendo essere padrona del proprio destino. Ha sviato dunque dal cammino per lei tracciato, per essere stata affabulata dalle parole di Otello, avendo desiderato anzi di essere al suo posto e godere come lui della vastità dei mondi, avendo cioè voluto emulare quel Moro pur acculturato e cristiano, ma pur sempre straniero, appellato da Iago “Sua negritudine” e paragonato ad un caprone ed al diavolo.
Il maschio mai divenuto uomo deve per questo molestare, abusare, opprimere e sopraffare il sesso femminile. Non dimentichiamo ancora che anche Emilia, dama di compagnia di Desdemona, è messa a morte dal proprio consorte per avere supportato la sua padrona, anche lei per essersi rifiutata di comportarsi secondo i canoni della visione maschile. Al maschio mai cresciuto si è spalancato l’abisso per il presunto allontanamento femminile e anzi solo per essersi la donna concretamente contrapposta all’oggetto del suo desiderio. Trattasi di un maschio quale figura di essere rimpicciolito, per dirla con Virginia Woolf, non adatto alla vita, che, se la donna non corrisponde al ruolo assegnato dalla società patriarcale, a sostegno cioè del compito sociale maschile, si perde e la perde. Ben vengano allora, per scuotere le coscienze, rappresentazioni di tal fatta: e, infatti, il pubblico ha espresso gradimento verso la odierna “mise en scene”, con ripetuto plauso e, in chiusura, anche formulando interessanti interrogativi, che hanno fatto meglio sviscerare lo spettacolo.
