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Largo Avignone: tutelare “quel che resta” o versare lacrime di coccodrillo?

Rosaria Brancato

Largo Avignone: tutelare “quel che resta” o versare lacrime di coccodrillo?

lunedì 22 Gennaio 2018 - 05:44
Largo Avignone: tutelare “quel che resta” o versare lacrime di coccodrillo?

Dalle demolizioni del 1985 è rimasto in piedi, ma inabitabile, l'is. 96. La palazzina settecentesca è stata danneggiata in modo irreversibile e la domanda è: vogliamo tutelarla o preferiamo dimenticarcene per poi lamentarci all'arrivo delle prossime ruspe?

I riflettori sono accesi nel punto delle ultime demolizioni al Largo Avignone, nel sito dove dovrebbe sorgere l’ormai noto grattacielo. Mentre impazza il dibattito tra vincoli sì, vincoli no, 10 piani, 20 piani, amnesie, repentini cambi di rotta, nessuno ha spostato lo sguardo per vedere cosa c’è pochi centimetri accanto.

Ebbene invece è proprio “quel che resta” che merita attenzione per non dover poi un giorno versare lacrime di coccodrillo o dire “non lo sapevamo”.

Quel che resta dalle demolizioni vicine dell’ottobre 1985 e di quelle successive, è un’altra palazzina storica del ‘700, irrimediabilmente danneggiata proprio dall’azione delle ruspe e finita al centro di una serie di contenziosi a dir poco kafkiani.

Non vogliamo tediare i lettori con i dettagli del contenzioso ma soffermarci su un aspetto: se si leva alto il coro di chi vuol proteggere dalle ruspe un pezzo di storia, allora sarebbe bene provare a tutelare quell’ultimo “brandello” delle palazzine Avignone sopravvissuto al terremoto del 1908, a due guerre mondiali e ad una serie di demolizioni. Sopravvissuto anche ai guai di uffici distratti e di scarsa memoria.

Le case in questione sono CONFINANTI con l’area oggetto del contendere. Quando furono costruite (probabilmente dopo il terremoto del 1783 come attesa un’incisione su una delle lesene tra gli edifici: “1785” come si vede nella foto sotto), formavano uno “steccato”, lungo la via Porta Imperiale. Erano a schiera ed avevano una “spina dorsale” in comune, di modo che, se abbatti un edificio, un po' come i birilli del bowling, metti a rischio caduta anche le altre.

La demolizione avviata nella notte tra il 4 ed il 5 ottobre del 1985 (prima che venisse bloccata da vincolo la domenica 6), operata dall’allora impresa Crinò, tagliò anche l’edificio confinante, l’is.96 (che era una sorta di “gemello siamese”, attaccato a quello abbattuto).

L’edificio rimasto in piedi era abitato, come dimostrano una serie di foto che attestano panni stesi e fiori sui balconi, garage sottostanti, attività di riparazione meccanica. Era cioè, fino all’ottobre del 1985 “vivo”. Quelle case erano state acquistate dalle originarie famiglie nobiliari ad inizio secolo scorso proprio perché erano residenze borghesi di pregio. Erano le tipiche abitazioni settecentesche siciliane: la bottega al piano terra, l’ammezzato, quindi i piani superiori destinati ad abitazione (da qui il detto “casa e putìa”). Nell’era post bellica il governo stanziò contributi per le restaurazioni là dove c’erano i danni del bombardamento.

Quando dunque, le ruspe notturne buttarono giù il primo palazzo, le conseguenze furono devastanti per i vicini. I confinanti originari erano Merenda- Arnò- Morabito e Spagna. Le ruspe furono fermate, ma ormai le macerie erano lì, le pareti sventrate e quando il cantiere fu sequestrato le fondamenta restarono aperte ad ogni tipo d’infiltrazione. Le palazzine confinanti, in questo stato, divennero inabitabili.

Tra i proprietari dell’edificio danneggiato vi era un noto e stimato collezionista di automobili e motociclette storiche, che custodiva all’interno dello stabile i suoi mezzi. Nella notte del 4 ottobre 1985, per effetto delle vibrazioni e degli scuotimenti provocati dalla ruspa all’edificio contiguo, le auto e le moto subirono notevoli danni ed alcuni mezzi furono schiacciati.

Da allora si innescò un nuovo contenzioso che dura da quasi 30 anni. Nel ’91 gli eredi Crinò vendono l’impresa alla Socim che porta avanti progetto e contenziosi. Nel frattempo però vi erano una serie di “pendenze” causate dalla prima demolizione e dai danni provocati all’edificio dell’is.96 rimasto “in piedi” ma inabitabile. La demolizione infatti era stata fatta senza le cosiddette “opere provvisionali”, né peraltro si seppe nulla dell’indicazione data dalla Sovrintendenza dell’epoca di conservare gli elementi lapidei originari e di pregio per la successiva ricostruzione in anastilosi (nel rispetto cioè del valore storico). Così se da un lato i proprietari confinanti alla zona delle macerie contestavano all’impresa i danni irreversibili causati all’immobile, dall’altro la Socim si rivolgeva ai giudici per intimare proprio a quei proprietari i lavori di messa in sicurezza dell’area.

Oltre al danno, la beffa. I giudici danno ragione all’impresa e condannano i proprietari “vittime” delle ruspe a pagare i lavori di messa in sicurezza ma, impossibilitati a farlo furono anche condannati a demolirli a loro spese. C’è di più, perché nel frattempo l’impresa chiede anche i danni per il cantiere fermo.

La causa originaria (quella scaturita dal vincolo apposto dalla sovrintendenza il giorno dopo la demolizione del 1985) intanto va avanti tra ricorsi al Tar e rimpalli.

Arriviamo al 2013, quando gli uffici del Comune hanno le stesse “distrazioni” che si sono avute nel 1985. Il Comune dapprima non autorizza la demolizione poi dimentica di presentarsi al Tar per il ricorso dell’impresa. Nel 2014 dimentica di fare appello.

Nel 2017 la Sovrintendenza e gli uffici del Comune non comunicano all’impresa dei sopravvenuti vincoli per il Piano Paesaggistico. Si arriva così alle demolizioni dell’8 gennaio ed al nuovo putiferio.

Ripercorrendo le cronache degli anni successivi al 1985 scopriamo che i ragazzi del professor Corrao, gli alunni della 3 F e della 3 della scuola Alessandro Manzoni realizzarono consegnarono un dossier fotografico agli assessori comunali dell’epoca, Cambria e Miceli. Rileggendo quegli articoli del 1987 e 1989 scopriamo che sin da allora gli assessori si dissero pronti ad intervenire ed anzi, ad attivare gli uffici comunali per acquistare le palazzine del ‘700 sfuggite alle ruspe.

Due studenti della 2 F, fratelli gemelli, scrissero una lettera pubblicata il 27 giugno 1987 dal Giornale di Sicilia: “I nostri nomi sono Andrea e Tommaso Delia. La no­stra è una denuncia di un fatto spiacevole che doveva essere evitato: è stata abbattuta una palazzina che assieme a tante altre vicine era stata definita "Vincolata», nella zona storica chiamata Avignone, nel centro storico della città! Quello che è ancora più grave sta nel fatto che oltre a vedere le macerie del palazzo distrut­to, ci siamo accorti che nulla finora è stato fatto per rimedia­re. Quella palazzina del '700 ridotta ormai in macerie adesso non esiste più né il vecchio palazzo del Settecento, né altro edificio che lo sostituisca! Tutto ciò in bar­ba alle leggi che ci governano. Quale fiducia può avere un ragazzo che cresce in un clima del genere? Nonostante tutto, però, spe­riamo che le cose possano mi­gliorare in futuro”.

In 30 anni non è cambiato nulla e la speranza dei due gemelli che “le cose possano migliorare in futuro” è stata smentita dai fatti. Probabilmente adesso i due fratelli saranno quarantenni, ma quell’area non è stata riqualificata. Non si è costruito nulla né tutelato nulla. C’è solo la Messina immobile.

Rosaria Brancato

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3 commenti

  1. “Messina immobile” sembra il nome di un’agenzia immobiliare invece è il punto di equilibrio attorno al quale ruota tutta la città

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  2. Il servizio dell’ottima Rosaria Brancato mette a nudo il problema di Messina… una città senza passato, senza storia e per questo senza futuro.
    Oh povera Messina!

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  3. MessineseAttenta 22 Gennaio 2018 16:18

    Se è inabitabile deve essere demolito.

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