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Focus Pasolini: “Porcile” del 1969

Tosi Siragusa

Focus Pasolini: “Porcile” del 1969

sabato 31 Ottobre 2015 - 23:02

Un’umanità fattasi cannibalesca e perversa soccombe ad una classe sociale somigliante a quella dei suini. Impressioni e riflessioni di Tosi Siragusa

Il lungometraggio pasoliniano – scritto e diretto dall’artista nel '69, in collaborazione con Sergio Citti – di genere drammatico, dovrebbe essere ideale prosieguo di “Teorema”, ma, perdendosi in meandri e rimandi intellettualistici (appare cerebrale e eccessivamente manieristico) non ne possiede la capacità di addivenire a sintesi e dimostrare l’assunto; è inoltre scabroso (i titoli di testa scorrono emblematicamente in un moderno porcile) e anche per questo è stato fortemente discusso. Le riprese molto rapide di "Porcile" sono avvenute in due tempi, con coproduzione italo-francese, ma il budget è stato modesto. Le musiche originali del film si sono attestate a Benedetto Ghiglia.

Tema centrale è la disobbedienza verso le proprie ascendenze e le tragiche conseguenze connesse, e a tal fine, in ciascuna delle due parti, con episodi che si alternano, ambientati in epoche e spazi diversi, in ogni incipit vengono riprese e si dà lettura di lapidi su tali rivolte contro i genitori, e due lapidi di similare contenuto sono lette anche prima delle iniziali immagini del film. L’episodio della famiglia borghese tedesca, di Godesberg, è ambientato nella splendida villa Pisani di Strà, negli anni 60. Herz Klotz, fascista paralitico e la stereotipata consorte, tentano di convincere il venticinquenne delfino Julian alle nozze con l’amica Ida, studentessa diciassettenne, molto impegnata nelle rivolte del 67 sotto il muro di Berlino, che lo ama senza esserne ricambiata (degni di nota i loro dialoghi, indicativamente pieni di non-sense). Julian, che appare incurante e sovente fischiettante, definito dal proprio padre “né obbediente né disobbediente”, nasconde un perverso segreto, una passione zoofila, che lo spinge ad accoppiamenti con i suini di paterna proprietà. Lo stralunato rampollo (che la madre e Ida descrivono in modo totalmente contraddittorio) cade poi in uno stato di trance, indifferente a quel che accade…. E ne succedono di cose… Ida comincia a distaccarsi da lui, e giungono in visita alla villa, prima il servitore-spia Hans Guenther e poi Herdhitze, vecchio compagno di studi di Klotz, che ha mutato nome: infatti, come ha rivelato prima Guenther a Klotz, trattasi di un nazista arricchitosi rubando i denti d’oro dei cadaveri degli ebrei nei campi di sterminio… Klotz, inizialmente convinto dal falso Guenther che potrà ricattare il suo maggior concorrente, dovrà poi sottostare ed entrare in società con Herdhitze, quando scoprirà che il vizietto sui rapporti del figlio con i porci è di loro conoscenza. Julian si riprende e cerca di chiarire ad Ida il proprio non amore nei suoi confronti e il senso del suo amore, che è altrove. Ida gli annuncia poi il suo matrimonio, mentre la società affaristica si compone… Julian si dirige verso il porcile dell’intitolazione, facendosi divorare dai maiali della tenuta paterna, e quando i contadini avvisano il socio-criminale del padre, questi intima loro di tacere sulle devianze del defunto, del quale non vi è più traccia. Importante la scena dell’ironico paralitico, che per distrarsi dalle preoccupazioni, si trastulla suonando l’arpa e definisce la propria classe sociale somigliante a quella dei suini (con citazione umanista di Brecht e Grotz). È tratteggiato il rapporto fra il vecchio e il nuovo capitalismo, ma in realtà si evidenzia la sfiducia verso tutte le società storiche. Nelle intenzioni pasoliniane probabilmente la decadenza tragica e giocosa di questa famiglia – simbolo è generata dall’incapacità, per le proprie tradizioni dispotiche e spietate, di accettare le idee del figlio, diverse dalla normalità. Julian è magnificamente reso da Jean-Pierre Leaud, Alberto Lionello è un grande Klotz, Anne Wiazenisky l’intellettuale Ida, Ugo Tognazzi è Herdhitze e Marco Ferreri Hans Guenther; Giuseppe Ruzzolino è il sempre magico direttore della fotografia e le scenografie sono affidate a Danilo Donati.

L’episodio del cannibale, totalmente muto fino alla battuta finale del protagonista, è ambientato in una desolata landa vulcanica (è stato girato sulle pendici dell’Etna) in un indefinito passato, forse nel 1500. Un affamato giovane vaga uccidendo e divorando farfalle e serpenti, con sentimenti al contempo di dolore e piacere. Dapprima fugge dalle guarnigioni di soldati, avvicinandosi solo a cadaveri, ma ben presto, dopo aver attirato e ucciso un soldato e gettata la sua testa in un cratere fumante del vulcano, ne mangia la carne cotta sulla brace di un falò. Il giovane fa poi amicizia con un altro uomo, condividendo un infame pasto e trovando in lui un seguace, con il quale stermina interi villaggi, divorando i cadaveri e stuprando le donne…. Una di esse è divorata sotto gli occhi increduli del marito, che è riuscito a nascondersi. L’uomo rivela allora alla folla del paesetto, tra cui vi è il contadino Maracchione, il misfatto orribile e si pone a capo dei rivoltosi, offrendo ai cannibali, intanto cresciuti di numero, come esca, una coppia nuda, e, quando i mostri abboccano, scagliandosi contro i due, vengono catturati dai soldati con l’aiuto degli abitanti del villaggio. Il verdetto sarà l’esecuzione capitale attraverso cani randagi che li divoreranno. Il cannibale protagonista è l’unico a non pentirsi davanti alla croce, e pronuncia quattro volte, con le lacrime agli occhi, l’unica frase: ”Ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana, tremo di gioia". Maracchione fra la folla assiste alla processione dei condannati sul vulcano e l’attore che lo interpreta è anche muto testimone dell’ingresso di Julian nel porcile.

Il primo cannibale è un grande Pierre Clementi, il secondo Franco Citti, un soldato Luigi Barbini, e Maracchione e il testimone sono resi dal sempre perfetto Ninetto Davoli. La fotografia è di Armando Nannuzzi e Tonino Delli Colli; i costumi sempre di Danilo Donati. Il semplificato messaggio del film è che “la società, ogni società, divora i figli disobbedienti e quelli né disobbedienti, né obbedienti: i figli devono essere obbedienti e basta”. “Porcile”risente più di ogni prodotto cinematografico pasoliniano delle influenze della nouvelle vague godardiana e dell’impronta di Francois Truffaut. Il film è stato restaurato e proposto alla sessantanovesima Mostra del cinema di Venezia dalla produzione di allora, che lo aveva voluto presentare al Festival. Si rammenta che Pasolini nel 1969 era stato fortemente contrario alla presentazione di “Porcile” alla Mostra del cinema veneziana, ritenendo il Festival “sinonimo di ingiustizia e volgarità”, e organizzando una prima proiezione, sempre il 30 agosto di quell’anno, “di protesta”.

Tosi Siragusa

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2 commenti

  1. Pasolini? Mancu li cani!!!
    Personaggio ambiguo e fuori dal tempo in cui visse.

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  2. Pasolini? Mancu li cani!!!
    Personaggio ambiguo e fuori dal tempo in cui visse.

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