Adozioni internazionali: una scelta di vita

Adozioni internazionali: una scelta di vita

Redazione

Adozioni internazionali: una scelta di vita

sabato 19 Luglio 2008 - 14:03

Tra costi e burocrazia, cosa significa diventare genitori di un bambino straniero

Per molti paesi è ancora un business, ma il valore umano di una simile scelta è immenso. Adottare un bambino straniero è un percorso lungo, faticoso e costoso, che scoraggia molti, ma che può garantire un futuro migliore a chi non ha prospettive. Le associazioni che accompagnano le coppie in questo percorso sono 3 a Messina (l’-Ai.Bi.-, l’-Istituto La Casa-, l’Associazione -Cicogna – Amici di Chernobyl-), 70 in tutta Italia.

«Adottare un bambino italiano è molto difficile – ci spiega Dinah Caminiti referente di Messina dell’-Ai.Bi-, O.n.g. presente in 24 Paesi del mondo, che opera nel campo delle adozioni internazionali -. La burocrazia è intricata e, inoltre, molti bambini hanno almeno un genitore, in galera o in una comunità di recupero, per cui vengono affidati, non adottati. L’affido è come un limbo, dura finché la famiglia di origine non ritorna ad essere affidabile. In Italia, però, succede spesso che l’affido diventi sine die, perché la famiglia di origine non viene seguita e non recupera mai. Il bambino intanto cresce nella famiglia affidataria, aspettando di tornare a stare con i suoi genitori naturali, finché non si affeziona e comincia a considerare quella affidataria come la sua vera famiglia. Cosa che non è, neanche dal punto di vista giuridico. Per questo noi sconsigliamo l’affido a coppie che non hanno già figli, per scoraggiare la speranza che questa sia una scorciatoia per l’adozione.»

L’adozione internazionale è la seconda opzione: se non si riesce a trovare un bambino adottabile in Italia, si passa al canale internazionale. In Italia sono 30 mila, secondo l’Unicef, i minori al di fuori della famiglia, a cui vanno aggiunti i bambini fantasma, che non sono mai stati registrati e quindi non sono censibili.

I Paesi più spesso contattati sono quelli del Sudamerica, il Brasile in testa, e dell’Est Europa, come l’Ucraina (dove si trova Chernobyl), che ha ormai una lunga storia di soggiorni solidaristici di bambini in Italia trasformati dopo qualche anno in adozioni. Ma anche il Sudest asiatico e l’Africa. La trafila non è, comunque, breve: «La normativa – ci illustra Dinah Caminiti – prevede che la coppia si sottoponga ad un periodo di osservazione da parte di un giudice, che dura circa un anno, al termine del quale ottiene il decreto di idoneità. A quel punto la coppia ha un anno di tempo per iniziare una pratica di adozione. È consigliabile girare più enti, perché ognuno è in contatto con realtà diverse all’estero. Si prepara un dossier con le caratteristiche della coppia e il giudice del paese del bambino fa l’abbinamento. L’attesa per conoscere il bambino abbinato può variare da uno a tre anni. Conosciuto il bambino, la coppia deve andare nel Paese di provenienza e rimanerci da un minimo di 15 giorni (Est Europa) a un massimo di 60 (Sudamerica)».

E le spese sono notevoli: «Attualmente l’operazione costa 20.000 euro – ci informa Dinah Caminiti -, che si dividono tra l’ente autorizzato in Italia, il volo della coppia, la permanenza all’estero e la pratica burocratica all’estero. Per molti paesi l’adozione è ancora un business, in cui ha un ruolo anche la corruzione (soprattutto nel Sudest asiatico), nonostante i regolamenti internazionali. Lo scorso governo ha rimborsato 2 mila euro ad ogni coppia, mentre la Regione Sicilia rimborsa fino al 50% delle spese».

Nonostante le difficoltà, le adozioni internazionali in Italia sono state, nel 2007, 3.420, un numero record. E potrebbero aumentare se andasse a buon fine la campagna -L’adozione non ha prezzo-, promossa dagli Enti autorizzati e dalle associazioni familiari, al fine di ottenere la gratuità dell’adozione internazionale, così come è per quella nazionale. Chi vuole, può firmare la petizione a sostegno della campagna, sui siti www.aibi.it e www.nopriceforchildren.org.

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