La storia di una città che in cento anni ha perso ogni attrattiva
Messina è stata, nella sua storia, anche meta di flussi sembra aver ormai perso quell’attrattiva commerciale e culturale, che nell’800 l’aveva resa meta di grandi immigrazioni straniere.
A seguito della liberazione Garibaldina (1860), infatti, famiglie di commercianti provenienti da tutta Europa, si insediarono in questa città, favorendo uno sviluppo economico senza precedenti.
Stiamo parlando dei Ruegg, dei Grill, dei Waldhausen, dei Weigart. Famiglie che seppero fare di Messina una vera e propria colonia commerciale. Fu il governo borbonico, in tale periodo, a sostenere la ripresa economica della città. Come ha spiegato lo storico Franz Riccobono «Vennero concessi incentivi, come agevolazioni sulle tasse, per tutti coloro che avessero intrapreso un’attività commerciale».
Ma oggi la realtà è ben diversa. Sono passati solo cento anni e la situazione è notevolmente degenerata. Nessuno sembra più scegliere Messina come luogo del proprio investimento. Oggi gli imprenditori tentano solo di scappare altrove per trovare condizioni e affari migliori. Gli stessi cittadini preferiscono acquistare lontano i propri prodotti, favorendo il crescente impoverimento della città.
«La città è stata ormai rovinata. E il fatto che sia rimasta a lungo senza sindaco ha influito molto». A parlare il direttore della gioielleria Ruegg, fondata nel 1848 dai fratelli Ruegg. La famiglia, giunta in città in pieno ‘800, vanta il privilegio di aver avviato il negozio messinese più antico ancora attivo. «Siamo noi i primi a scappare. Come possiamo pretendere che gli altri vengano a comprare qui?», ha incalzato il direttore.
I clienti scarseggiano, i negozi soffrono, l’economia ristagna. «I messinesi vanno a comprare altrove perché altrove trovano un’offerta vastissima concentrata in poco spazio e negozi confortevoli. Mentre fare accquisti qui è molto più scomodo», ha affermato Domenico Rinaldi, direttore del Centro Commerciale di Tremestieri.
«Ma se il commercio langue la causa, come per ogni cosa, va ricercata in chi gestisce la cosa pubblica. Se l’università va a rotoli la colpa di chi è? Del rettore o del venditore di fichi? – si chiede Riccobono -. Il fatto è che tutti ritengono che prendersela col venditore di fichi sia di gran lunga più facile.»
