Il complesso monumentale di San Placido Clonerò ridotto ad un rudere

Il complesso monumentale di San Placido Clonerò ridotto ad un rudere

Il complesso monumentale di San Placido Clonerò ridotto ad un rudere

sabato 23 Maggio 2009 - 08:46

La struttura composta da due magnifici chiostri in completo stato di abbandono

I nostri politici hanno il merito di essersi guadagnati la burla dell’architetto Zanca che ha adornato la facciata del municipio con ben

duecento “buddaci”. Il beffardo Zanca avrebbe fatto meglio se, al posto dei duecento buddaci rifilati per delfini, avesse messo al loro posto duecento piranha. Sarebbe stata una ben giustificata burla o forse un ben azzeccato simbolo rappresentativo della rapacità edilizia che ha afflitto dal dopoguerra la città di Messina. Voglio ricordare, scusate la memoria di un ottantenne, quello che è successo al monumentale complesso rinascimentale di San Placido Calonerò che ospitava l’Istituto tecnico agrario.

Nel 1999 tecnici esterni nominati dalla Provincia Regionale avevano partorito uno studio di stabilità che si concludeva con un giudizio di “elevata vulnerabilità”. La stampa dell’epoca a grandi titolo annunciava alla città che il monastero “sta cadendo a pezzi”e l’assessore Capone tuonava: l’istituto tecnico ed il relativo convitto devono “andare via”. Preso atto di tanto pericolo il Presidente della Provincia del tempo dava incarico per la progettazione di un nuovo Istituto che doveva sorgere nell’area di Briga. Dirigeva allora l’Istituto il preside Raffone, ingegnere e galantuomo, che esasperato chiese al Genio Civile ed al Dipartimento Protezione civile di edigere una relazione di vulnerabilità sismica. I due enti concordemente, dopo prove strumentali, stabilivano: “l’immobile in oggetto presenta un indice basso di vulnerabilità sismica” e rilevavano che poteva essere ridotto “”mediante interventi di manutenzione periodica” e concludevano: “il complesso edilizio presenta un indice di vulnerabilità sismica che evidenzia un sufficiente stato di sicurezza complessiva”.

A questo punto mi corre l’obbligo di ricordare, a quella parte da miei concittadini affetti da smemorataggine (o che comunque non conoscono i luoghi), che il convento è dotato di due magnifici chiostri. Il primo, della superficie di mq 625, consiste in un portico delimitato all’esterno da snelle colonne che poggiavano su uno zoccolo continuo. Il giardino interno era costituito da uno largo spazio occupato da aiuole separate da vialetti con al centro una un grande vasca rotonda entro cui crescevano bellissime e folte ninfee. Dal centro della vasca si elevavano altre tre vasche concentriche più piccole sormontate da un regolare strobilo di Pinus pinea (pigna), da cui sgorgavano le acque che defluiva verso il basso.

Attorno alla fontana nelle grandi aiuole erano presenti quattro grandi Chorisie insignis dagli spinosi tronchi bombati, un grande Rhododendron russatum dagli imbutiformi fiori purpurei, una Magnolia purpurea, un grande e vigoroso Chamaerops humilis, una splendida Araucaria araucana dalle coriacee foglie embricate e da Strelitzie reginae dai fiori simili agli uccelli di paradiso. Il secondo, simile al primo, differiva per una minore ampiezza ed ha una superficie di circa mq 552 ed è caratterizzato dalla presenza al centro di una edicola ottagonale, risalente al XVI secolo, sostenuta da otto snelle colonne.

Nelle aiuole intorno all’edicola si trovavano a dimora un Prunus Laurocerasus dalle lucide coriacee foglie lanceolate, spendidi Hbiscus syriacus dai delicati fiori azzurri, 4 Feijoa sellowiana di cui due fruttiferi, e 3 grandi Chorisie insignis dai tronchi ricoperti da grosse spine le cui chiome, nel periodo autunnale, erano ricoperte da carnosi fiori simili ad orchidee.

Ciò premesso vediamo come è stata attuata la manutenzione, “periodica” I restauratori sono stati attirati subito dal cemento “violato” dalle radici degli alberi e con pronta scelta all’insegna della cultura della ecmentificazione, hanno deciso di tagliare tutti gli alberi e gli arbusti e, persino di eliminare le ninfee dalla vasca del primo chiostro. La stessa sorte è toccata anche al secondo chiostro con l’eliminazione delle Feijoa sellowiana e Hbiscus syriacus. Compiuto l’intervento, i tuttologi restauratori, senza essere stati mai sfiorati dall’idea di interpellare un esperto agronomo, hanno privato dalla lussureggiante storica vegetazione.

Rivolgendosi agli esperti potevano ben risolvere il problema, equilibrando, con interventi di dendrochirurgia, gli apparati radicali e le chiome e drenando opportunamente il terreno in modo di costringere la radici ad espandersi in altre direzioni. Oggi i due chiostri sono ricoperti da vegetazione spontanea denominata ruderale il cui sviluppo premia le scelte di una parte politica che in questi anni è riuscita a privare Messina non solo da importanti enti pubblici, ma anche dal poco residuo patrimonio artistico.

Salvatore Tignino

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