Nessuna può essere demolita, alcune sono state rese inagibili, in altre si continua a vivere
Torna l’attenzione sulla -baraccopoli- di Fondo Fucile a seguito di un sopralluogo dell’Istituto Autonomo Case Popolari nell’area. Lo Iacp nel dettaglio si è occupato di cinque casette, a seguito di un articolo comparso sulla stampa lo scorso 27 settembre secondo il quale le stesse, già rese libere nell’anno 2006, erano state nuovamente occupate. Fin qui tutto tristemente vicino alla normalità, ma dietro questa visita si celano particolari che specchiano una realtà davvero difficile da affrontare.
Via 26/a, due baracche risultano ancora chiuse e con le aperture murate (foto a sinistra) e di conseguenza non abitate, rese inagibili. Il Comune però ha provveduto a strasferire gli abitanti in casette vicine, che però risultavano pronte alla demolizione. Bloccato dunque l’intervento dell’Istituto, che stamattina ha però comunicato che in questo senso si sta procedendo, previo ulteriore accertamento, ad organizzare eventualmente ulteriori opere di danneggiamento. Tra le cinque due risultano occupate abusivamente. Una di queste, successivamente al blocco dell’accesso, è stata resa nuovamente accessibile attraverso l’abbattimento della muratura di chiusura e riabitata. Il presidente Santalco ha spiegato che non è stato possibile procedere alla demolizione totale, per motivi tecnici e di sicurezza anche delle abitazioni adiacenti e con tetti o pareti comuni. Altro caso che si ripete e che sicuramente deve far riflettere è quello di un nucleo al quale nonostante fosse assegnato un alloggio da sistemare sito in villaggio Aldisio, è tornato nella stessa -residenza- di partenza. Questo perché i lavori per completare la nuova abitazione non sono stati completati come ha precisato anche il dipartimento Risanamento del Comune di Messina. Ultimo caso, quello forse più complesso, riguarda una baracca che come indicato il 20 maggio di questo anno dal dipartimento Risanamento doveva essere demolita. A seguito di un sopralluogo congiunto con la Polizia Municipale è stato però rinviato l’intervento, in quanto l’abitante aveva chiesto del tempo per liberarla completamente e che appena svuotata lo avrebbe comunicato direttamente e immediatamente allo Iacp. Risultato? In atto abitata da altro nucleo familiare.
Detto questo, durante la conferenza tenutasi oggi, il presidente Santalco ha voluto segnalare che l’Istituto continua a mantere alta l’attenzione sulle aree di riferimento, precisando che anche in quei casi in cui non è stato possibile procedere alle demolizione totale delle baracche rese libere, per motivi tecnici o di sicurezza, si è proceduto a rendere le unità inabitabili attraverso l’eliminazione della copertura, il distacco delle utenze (acqua, luce), la distruzione dei servizi igienici con l’occlusione degli scarichi e la muratura delle aperture esterne.
Resta però il problema sociale e culturale oltre al rischio igienico e all’abusivismo. Queste persone saranno comunque portate a trovare una nuova sistemazione, quindi come è ovvio che sia, bisogna prima accertarsi che abbandonare una baracca non vuol dire transitare in un’altra. Non vogliamo credere, speriamo, che non ci sia ancora qualcuno a cui è stata segnata un’abitazione dignitosa e preferisca tornare a vivere in mezzo ai topi e agli scarichi, con i tombini in mezzo al salone e i muri che crollano. Fermo restando che c’è anche chi ha installato strumenti come il condizionatore o la parabola (lo si evince da queste foto). Dal punto di vista istituzionale lo Iacp ci ha tenuto a ribadire che tutti gli interventi e il lavoro prosegue di concerto con il Comune e con i Vigili Urbani, ma in questo momento, sembrerebbe che non tutti i conti tornino e che la confusione la faccia da padrone (di baracca, non di casa).
