Alla malora la storia di Messina ?
Sempre attenti a mantenere viva l’attenzione su quanto può essere serenamente definito di pubblico interesse, a tal fine siamo andati a controllare lo stato di custodia del sito archeologico rinvenuto nei pressi di via La Farina, al costruendo complesso Colapesce. Tanto era stata l’eco mediatica intorno questo ritrovamento, ma poco l’interesse postumo. Abbiamo per questo intervistato la Dott. Bacci della sopraintendenza ai BB.CC.AA di Messina, la quale ha dichiarato che, “in seguito alle segnalazioni di ritrovamento di presumibili elementi archeologici, la sopraintendenza ha provveduto a riportare alla luce quanto era possibile, recuperare eventuali elementi di grande interesse, quali ad esempio corredi funerari, ed affidare al proprietario del terreno la custodia del sito-. Ma di fatto alla nostra vista si è presentato un ben diverso scenario. Una mal realizzata recinzione, fatta di tavoloni e di un debole cancello, il tutto lascia ben vedere cosa dovrebbe proteggere, le tavole di recinzione sono state sfasciate in più punti, e continui visitatori fanno del sito un luogo dove potersi incontrollatamente appropriare dei “pezzi- di vasellame che affiorano dal terreno, correndo così il rischio di cancellare le chiavi di lettura alla stratificazione dei reperti. Evidente è lo stato di mal curanza del sito, teli di plastica che dovrebbero coprire i ritrovamenti di maggiore interesse che invece risultano allagati, il fango si sta gradualmente riappropriando degli elementi scavati. Avendo a suo tempo costatato la sensibilità mostrata dal Prof. G. Restifo in merito al nostro patrimonio artistico ed archeologico, lo abbiamo raggiunto telefonicamente e alle nostre domande si è così espresso-Qual è la situazione – oggi – dello scavo archeologico di via La Farina? La preoccupazione è che finisca proprio male, dopo aver sollevato fra dicembre e gennaio l’attenzione dell’opinione pubblica, dei mass media e delle istituzioni. Le notizie che giungono dall’area sacra, dove forse fu celebrato il rito di fondazione di Messina, sono assolutamente inquietanti: non ci sarebbe più alcuna protezione né dagli agenti atmosferici né da quelli “umani-.
Era facilmente immaginabile – essendo nella stagione invernale – che avrebbe piovuto abbondantemente e che il fango avrebbe invaso i reperti riportati alla luce nell’area di circa 700 metri quadrati, destinati al complesso edilizio Colapesce.
Evitato, momentaneamente, il rischio di una immediata colata di cemento, si è aperta l’incognita degli agenti atmosferici: quanto danno è stato apportato da pioggia e fango all’area archeologica, solo parzialmente e malamente coperta da teli di plastica?
Ma altro danno – e anche questo incalcolabile – può venire da quanti possono penetrare nell’area del cantiere e dello scavo, attraverso varchi aperti nella recinzione? La “mania del coccio-, o peggio ancora del vero e proprio “pezzo- archeologico, potrebbe compromettere la lettura e lo studio della stratificazione di questa porzione della città che restituisce testimonianze che vanno dalla fondazione nell’ottavo secolo avanti Cristo, su per i secoli successivi.
In un confronto televisivo di due mesi fa, il soprintendente ai Beni culturali Gianfilippo Villari ha “ammonito- l’impresa edile a tenere una perfetta custodia e una efficace opera di salvaguardia dell’area. Il soprintendente sa se le sue indicazioni, previste peraltro dalle leggi, sono state seguite? Si hanno notizie della commissione nominata dall’assessore regionale ai Beni culturali per lo studio della scoperta archeologica e per le proposte di salvaguardia? Purtroppo i riflettori dei mass media si spostano di continuo e compaiono fasce sempre più grigie; ma in quel punto della città si gioca la conoscenza della sua storia e la ricognizione di un’area forse “unica- fra tutte le zone archeologiche della Sicilia e della Magna Grecia.
Chi si assume la responsabilità di lasciar andare alla malora questo “bene comune- della civiltà di Messina e del Mediterraneo? Per la giusta regola di replica, che insita nel modus operandi della nostra testata, abbiamo raggiunto telefonicamente l’Architetto Geraci, responsabile della ditta che sta realizzando le opere edilizie nell’area ora interessata dal sito archeologico, il quale da Verona, ci racconta:- sono assolutamente all’oscuro del fatto che l’area in questione sia stata interessata da attività non lecite, noi in quanto ditta in questo momento non siamo responsabili del cantiere e del suo sito, non ci è ancora stata consegnata dalla sopraintendenza la quale, ad oggi, mantiene la tutela del luogo e di quanto contenuto. Da parte nostra ci teniamo a far conoscere alla cittadinanza la nostra onestà di comportamento; ci siamo subito autodenunciati appena avuto il sentore di aver evidenziato la presenza di reperti archeologici, e a nostre spese, circa 150.000 €uro sono state condotte le operazioni di scavo, per cui all’evidenza di quanto detto non ci consideriamo responsabili per le attività di degrado derivanti da una cattiva tutela del sito-
La considerazione che ne consegue è che purtroppo una importantissima area archeologica, in una città dove le testimonianze del proprio trascorso tardo storico sono pressoché nulle, non sia tenuta nella giusta considerazione, alimentando così un senso di non attaccamento al territorio soprattutto nei giovani cittadini.
Ovviamente questo nostro atto di sensibilità verso la città non vuole rimanere solo opera di un “articolo giornalistico- ma com’è nostro modo di intendere la notizia, un modo per sensibilizzare i cittadini a sentirsi padroni della loro città, segnalandoci le proprie impressioni in merito.
(foto Dino Sturiale)
