I miei anni con Falcone e Borsellino

I miei anni con Falcone e Borsellino

I miei anni con Falcone e Borsellino

martedì 02 Dicembre 2008 - 01:53

E' il sottotitolo del libro “Chi ha paura muore ogni giorno-, scritto da Giuseppe Ayala, edito da Mondadori e presentato ieri sera, al Comune di Messina, dall'autore

Il Giuseppe Ayala che forse ti aspetti per capacità dialettica ed istrionicità di affabulatore ma che allo stesso tempo non finisce di sorprenderti con la sua intensa carica di umanità e lucidità intellettiva, è il protagonista dell’incontro-dibattito di ieri sera, alle ore 18, svoltosi presso il Salone delle Bandiere del Comune ed organizzato dalla Libreria Mondadori, con la collaborazione del Collegio Sant’Ignazio, presente all’iniziativa con tanti giovani e docenti. A dialogare con Ayala inizialmente il prof. Mario Centorrino, già docente di Economia Politica presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Messina ed assessore al Bilancio nella Giunta Genovese, poi, via via, alcuni dei presenti in sala, coinvolti emozionalmente dai racconti del giudice e senatore. L’occasione la fornisce la presentazione di un libro, che è la testimonianza di una grande, indistruttibile amicizia che supera i confini del tempo e dello spazio, vincendo anche la morte degli amici protagonisti. Il libro è intitolato “Chi ha paura muore ogni giorno-, che si ispira ad una delle frasi più note di Paolo Borsellino, tratta da un’intervista, nella quale il giudice istruttore, interrogato sul perché, nonostante tutto, continuasse ad andare avanti e se non avesse paura, risponde: “E’ bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.- Presentando l’autore, il prof. Centorrino lo descrive come un “siciliano a 360 gradi, che unisce nella propria persona le due tipologie dei siciliani: quello che rimane attaccato alla sua isola natìa come uno scoglio e il siciliano d’altomare, capace di staccarsi dalla propria regione per fare grandi cose anche altrove ma la qualità della vita del quale è determinata in fondo anche dalle piccole cose, se egli è capace di apprezzarle-. Il libro, nella descrizione del professore, che lo ha letto attentamente, commuovendosi e sorridendone, a seconda degli episodi narrati in esso, rappresenta una sorta di viaggio attraverso 5 aspetti, caratterizzati da un’iniziale: la lettera A.

A come Amicizia innanzi tutto, perché, come indicato dal sottotitolo del libro medesimo in copertina, “I miei anni con Falcone e Borsellino-, rappresenta e narra questa storia di amicizia mai interrotta neppure dalla morte di alcuni dei suoi protagonisti e che riesce a varcare i limiti imposti dal tempo e dallo spazio. Il libro getta una nuova luce sui protagonisti, la cui intensa e semplice umanità rimane quasi prepotentemente schiacciata dall’essere assurti a simbolo dopo la loro fine e ci restituisce quell’atmosfera di sana schiettezza e di semplicità della vita di ogni giorno trascorsa insieme dai protagonisti, pur in condizioni di difficile assedio ed isolamento, composta anche di scherzi e battute. A come la narrazione di un Amore timido, pudico, descritto dall’autore. A come Amarezza, sia essa quella provata dai numerosi tradimenti accusati, sia quella riferita ai numerosi misteri non svelati, passando attraverso la mancata nomina di Falcone quale procuratore a causa delle opposizioni in seno al Consiglio Superiore della Magistratura che gli preferisce il giudice Meli, finendo con le ‘sparizioni’ dei contenuti del computer di Falcone e dell’agenda di Borsellino, mai più ritrovata. A come storia dell’Antimafia, che si concretizza proprio con la costituzione del Pool di Palermo, che affronta finalmente la Mafia quale fenomeno unico, cosa non tanto scontata nell’Italia precedente al Pool stesso. Ed infine A come Amoralità, nella descrizione di Ayala dei Siciliani, verso i quali, da buon siciliano anch’egli, nato a Caltanissetta, è combattuto da una sorta di dicotomia composta da intenso amore ed odio profondo, quando noi rilasciamo giudizi amorali che la dicono lunga sulla nostra pressoché totale assenza di senso civico, quale la convinzione che “la persona brava è quella che mangia ma che comunque faccia anche mangiare-.

“Questo libro, in verità, era già pronto nella mia mente vari anni prima- – ci confessa Ayala in sala – “ed arriva almeno con 15 anni di ritardo. Non l’ho scritto prima perché da un lato mi avrebbero certamente accusato di volermi ‘arricchire sfruttando le stragi ed il sangue dei miei amici’, cercando di ottenere visibilità e dall’altro lato perché attendevo il momento più giusto per farlo: adesso mi sembra che questo momento sia arrivato, perché proprio ora si tenta di riformare – dicono proprio così – la Giustizia e spinto da alcuni amici, che si sono dimostrati davvero tali anche in anni difficili, che mi esortano a farlo, quale ‘dovere’ anche nei confronti di Paolo e Giovanni. Io questo libro in realtà lo dovevo a loro- – commenta il giudice e senatore – “ma lo devo un po’ anche a me stesso ed esso è stato in realtà una sorta di seduta psicanalitica, nella quale io ero contemporaneamente sia lo psicologo che il paziente, nel corso della quale ho sofferto tantissimo, con la memoria di chi comincia ad invecchiare, che è magari incerta per le cose recenti ma vivissima e che ha sorpreso anche me per ciò che riguarda le cose trascorse: me le ricordo tutte!

Mia moglie mi chiamava – perché ero andato a scrivere questo libro da un’altra parte per concentrarmi – ed io non volevo sentire nessuno: stavo rivivendo drammaticamente tutto ma dopo averlo fatto già cominciavo a sentirmi meglio, confortato anche dal fatto che potesse servire quale testimonianza ed in realtà, nel farlo, ponendomi un duplice obiettivo: Fare conoscere Falcone e Borsellino per ciò che realmente furono nella loro, anzi, nella nostra straordinaria avventura umana;

Effettuare una ricostruzione fedele e seria che rendesse onore a persone serie quali essi furono ma con quella leggerezza che li contraddistingueva di persone profondamente umane e straordinarie proprio nella loro semplicità.- Indubbiamente la storia stessa dimostra come il Pool antimafia insediato a Palermo per volontà di Antonio Caponnetto ottenne dei risultati senza precedenti nella storia, mettendo in ginocchio la Mafia. “Noi in realtà non abbiamo perso la guerra ingaggiata contro la Mafia- – sostiene Ayala – “ né da essa siamo mai stati traditi, perché essa era un avversario che avevamo messo perfettamente in conto di dover affrontare. Noi siamo stati invece disgregati da alcune Istituzioni dello Stato: il Pool, di fatto, non esisteva più dall’89, ben 3 anni prima delle stragi di Capaci e Via d’Amelio, con le quali la Mafia ha inteso distruggere la memoria storica di un qualcosa già di fatto scomposto per volontà altrui. I nostri veri nemici non sono stati i mafiosi: per farvi comprendere meglio con un paragone calcistico, ormai di moda, è come se si affrontassero due squadre, nelle quali la prima gioca compatta contro la seconda e in quest’ultima, invece, alcuni giocano per la squadra avversaria. E’ ovvio che in queste condizioni è assolutamente impossibile vincere.- Il giudice, nel ricordare le sue esperienze politiche, a proposito della prima ci racconta: “Me lo chiese Giovanni Falcone, che aveva un contatto con l’onorevole La Malfa e mi candidai per la prima volta con il P.R.I. (il partito repubblicano). Per farvi capire com’erano Falcone e Borsellino, sempre con la voglia di scherzare su tutto, nonostante la loro grande serietà etica e sul lavoro, vi racconterò questi episodi. La mia elezione non era scontata, dovendomi scontrare con una persona di straordinaria integrità morale come la Pucci. Viene da me Falcone e mi dice: ‘Cosa posso fare per aiutarti?’ Gli rispondo: ‘Giovanni, che ti devo dire? Non ti scordare di andare al seggio, così almeno piglio il tuo voto.’ Dopo un po’ torna e mi fa: ‘Ho trovato: organizzo subito un bel convegno sulla crisi della Giustizia’, argomento perenne e secolare. Nel frattempo arriva Paolo Borsellino, noto per le sue simpatie di destra e mi fa: ‘Peppino, io faccio di tutto per aiutarti ma non mi chiedere il voto perché tu le mie simpatie le conosci ed io non ti posso votare: io sono monarchico! Tu l’hai visto mai un monarchico che vota repubblicano?’ Il giorno delle elezioni, mi chiama e mi fa: ‘Peppino, sai che m’è successo? Stavo andando a votare e quando mi sono ritrovato da solo nell’aula m’è venuto uno scrupolo di coscienza. Ho pensato: e se poi Peppino non vince per un voto e finisce che gli manca proprio il mio? E così t’ho votato.’

Questi erano i miei amici: sempre con la voglia di non prendersi fino in fondo sul serio e scherzosi fino allo spasimo, pur rimanendo le persone più serie che abbia mai conosciuto.- E prosegue: “Eravamo una squadra davvero fortissima, ognuno consapevole del suo ruolo e compensandoci complementarmente. Noi lavoravamo con il vecchio Codice di Procedura Penale, nel quale la figura del giudice istruttore era centrale e i due giudici istruttori erano loro due. Poi, per presentare il lavoro e portare avanti i processi, occorreva ovviamente il lavoro del Pubblico Ministero, che svolgevo io e mi avevano scelto proprio per le mie riconosciute capacità dialettiche. Spesso mi pigliavano in giro. Giovanni mi diceva: ‘Non fare troppo lo scaltro, perché noi siamo quelli veramente importanti. La canzone da cantare te la scriviamo noi.’ Ed io rispondevo: “Si ma se voi la canzone la date a un cane, quello ve la rovina. Invece voi avete trovato in me il vostro Frank Sinatra-. Un bel dibattito in sala ha seguito poi il convegno. Molte domande sono giunte dai tanti giovani presenti in sala a rappresentanza degli studenti del Collegio Sant’Ignazio di Messina. Ad una ragazza che ha chiesto ad Ayala come giudicasse effettivamente i suoi corregionali, il giudice ha risposto: “Non li ho mai considerati filomafiosi ma nemmeno totalmente antimafiosi, nella loro complessità di società ovviamente, poiché le eccezioni sono tante. Io non sono convinto che i Siciliani siano mafiosi antropologicamente, come sostengono alcuni, specialmente del nord: dico piuttosto che 25 secoli di storia, nella quale siamo stati sempre invasi da altri e di fatto colonizzati, hanno avuto il proprio peso nella formazione di certi atteggiamenti sociali. Il siciliano è così avvezzo, per propria formazione, a ricevere favori o ad elargirli, vivendo in definitiva di questo. Io ritengo la Sicilia quasi assolutamente priva per queste ragioni della coscienza del diritto, insieme alla totale assenza di senso civico. Al di fuori del valore Famiglia, noi non riconosciamo null’altro né c’importa davvero di altro. Questo dover vivere costantemente di favori, tenendoci vicini coloro che potrebbero elargirceli, non fa che legittimare socialmente la Mafia, presente nei salotti a livello dei suoi capi, alla stessa stregua del politico, del cardinale di turno. Il nostro lavoro è assai complesso invece: è come quello del medico, il quale prima individua la diagnosi e successivamente attua la terapia. Se però le due non lavorano insieme, il malato non guarisce. Ora noi avevamo individuato la diagnosi ma alcuni pezzi delle Istituzioni non hanno permesso che venisse applicata la successiva terapia.- Alle successive domande degli studenti, Ayala, la cui disponibilità è enorme ed a tratti commovente, si scatena procedendo a ruota libera: “Sul giudice Carnevale, io lo giudico un misero. Pensate che lo querelai e quello mi mandò il suo avvocato per convincermi a ritirare la denuncia. Gli risposi provocatoriamente, non pensando affatto che quello si prestasse: ‘Ditegli che mi mandi una lettera nella quale la parola meno rilevante sia la parola ‘Scusa” Lo fece davvero. Ora hanno dovuto fare una legge per permettergli di restare a galla altri anni. Non ti curar di lor…- E ancora: “Sulla mancata nomina di falcone alla SuperProcura ne ho per tanti: mi avesse risposto qualcuno di quei miserabili! Chi tace acconsente: lì la responsabilità è chiarissima. Per invidie personali ed altre piccolezze umane, furono alcuni dei componenti del CSM che ci bloccarono. Il fatto è che noi, già appena arrivati a Palermo, costituivamo un precedente pericoloso ed inviso a gente abituata alle raccomandazioni o ad andare avanti per diritto di vecchiaia. Noi imponevamo l’ideologia della meritocrazia, perché eravamo più bravi di loro e questo ce lo fecero pagare. Un nemico che non ci aspettavamo di dover combattere: la miseria umana.- Su questo punto, noi di Tempo Stretto poniamo al giudice e senatore Ayala una domanda, ovvero se per caso non ritenga, alla luce di un periodo in cui la Mafia sembra quasi essere stata dimenticata per certi aspetti ma assunta come un valore per altri, non rientri invece in quell’assenza di risposte di chi tace, alla luce della stesura del suo libro e delle affermazioni che li chiamano in causa, una sorta di strategia nel tenere un profilo basso, affinché se ne parli poco, il meno possibile.

“E’ possibile sia così- – ci risponde – “anzi, glielo assicuro. E le dico di più: questo libro è stato totalmente ignorato da tutti, a partire da politici e a finire con la stampa. E’ come si volesse tacere, come se questo libro, che ha già venduto 50mila copie, un numero rilevantissimo per un saggio, fosse scomodo per il solo fatto di ricordare ciò che è stato al di là dei canoni tradizionali nei quali si può ricordare Falcone o Borsellino: due volte l’anno, in occasione dell’anniversario della loro morte. Nessuno mi vuole sulla stampa o sui Mass-media: nessuno m’invita. Nel frattempo però i giornali pubblicano una storia in 6 Dvd di Totò Riina, ripropongono il Capo dei capi, serie contro la quale io mi scaglio in modo più che critico e pubblicano, come fa Repubblica, addirittura una storia sulla vita in carcere di Provenzano. Ma a che serve tutto ciò se non a dare la misura di Istituzioni di fatto schierate con la Mafia, perché la favoriscono, dimenticando invece di dare lustro a chi ha cercato di combatterla e di sconfiggerla? Sempre i maledetti pezzi d’Istituzioni che ci si scagliano addosso, come quando un’agenzia che io definisco ‘funebre parallela’ fece sparire dagli incartamenti dell’onorevole Moro addirittura una borsa, dopo l’attacco terroristico delle Br, che non venne mai rinvenuta. O analogamente quando sparirono delle informazioni che il Generale Dalla Chiesa teneva in cassaforte o quando il computer di Falcone venne ripulito da ciò che conteneva, ovvero delle annotazioni pesantissime sulla gestione della Procura della Repubblica di Palermo quando lui si trovava lì o ancora quando l’agenda rossa, nella quale Paolo Borsellino annotava tutto sparì e non venne mai più ritrovata. La tempestività di tale ‘agenzia’ mi è sospetta: è come se sapessero ancor prima che omicidi eccellenti o stragi vengano effettuati che essi saranno eseguiti. In definitiva- – conclude Ayala – “è come se una mano parallela guidasse certi avvenimenti e ne impedisse altri, fino alla stessa pubblicizzazione ‘eccessiva’ del ricordo di avvenimenti scomodi, come quelli narrati nel mio libro.-

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Premi qui per commentare
o leggere i commenti
Tempostretto - Quotidiano online delle Città Metropolitane di Messina e Reggio Calabria

Salita Villa Contino 15 - 98124 - Messina

Marco Olivieri direttore responsabile

Privacy Policy

Termini e Condizioni

info@tempostretto.it

Telefono 090.9412305

Fax 090.2509937 P.IVA 02916600832

n° reg. tribunale 04/2007 del 05/06/2007

Questo sito è associato alla

badge_FED