Il top manager della Impregilo -stuzzica- l'esecutivo: “Progetto pronto, ora tocca al Governo”. Ad oggi, però, manca anche la parte dei fondi non statale (3,8 miliardi) che dovrebbe servire a finanziare il collegamento stabile tra Sicilia e Calabria. Ammesso che quello del ponte sia considerato un investimento davvero remunerativo
Nelle vesti di presidente di Impregilo – capogruppo del Consorzio Eurolink, general contractor per la relizzazione del collegamento stabile tra la Sicilia e il Continente – Massimo Ponzellini ha incalzato il Governo a dare risposte sulla realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina, visto che l’impresa da lui diretta e che fa da contraente generale ha già depositato il progetto definitivo e il cronoprogramma dei lavori. ”Abbiamo presentato il progetto definitivo con i tempi – ha affermato Ponzellini, sollecitato dai cronisti a margine di un evento a Palazzo Marino a Milano sulla grande opera nel Mezzogiorno – il governo darà una risposta”. Una risposta, quella auspicata dai veritici di Impregilo, che fa da contraltare ai tanti quesiti che ancora ammantano il futuro dell’opera. Uno su tutti: chi ne finanzierà la costruzione?
Come si ricorderà, tra le principali obiezioni mosse dai contrari alla mega-infrastruttura, esiste quella che vorrebbe destinare i fondi previsti per il ponte verso la realizzazione e/o il potenziamento di altre infrastrutture ritenute prioritarie per il Paese, con specifico riferimento al Sud della penisola. I favorevoli controbattono adducendo che i fondi necessari alla costruzione dell’opera verrebbero per la maggior parte dall’ambito privato, secondo il metodo del project financing. La copertura del 60 per cento del fabbisogno, infatti, è attualmente prevista attraverso il reperimento di finanziamenti sui mercati nazionali ed internazionali dei capitali secondo lo schema tipico della finanza di progetto, mentre il restante 40 per cento sarà coperto da un contributo pubblico ed un aumento di capitale della società Stretto di Messina Spa (per un onere complessivo stimato in circa 6,3 miliardi di euro).
In questa configurazione ideale, sono i soggetti privati a finanziare, in tutto o in parte, con proprie risorse, una determinata opera pubblica in cambio degli utili che deriveranno dai flussi di cassa generati dalla gestione dell’opera stessa. Ma nel caso del ponte sullo Stretto, ad oggi, salvo un preliminare quanto aleatorio interesse della China Development Bank, manca ancora questo tassello fondamentale. Al di là degli schiarimenti venutisi a creare tra favorevoli e contrari infatti, servirà, probabilmente, tutta la persuasione del Governo italiano nei confronti dei grandi fondi d’investimento mondiali ma, sopratutto, occorreranno certezze sulle stime di traffico (costantemente in calo) e sulla reale remuneratività dell’infrastruttura (come “raccomandato” dalla Corte dei Conti non più tardi di 12 mesi fa).
Farà scuola, in tale ottica, l’esperienza del Golden Gate di San Francisco che, nonostante il traffico medio di circa 100mila veicoli al giorno (contro gli attuali 10mila dello Stretto), produce perdite per circa 30 milioni di euro l’anno. Va da sé che una gestione “in perdita”, pur giustificabile per un’Amministrazione statale, specie per servizi di pubblica utilità (basti pensare a quelli sanitari o dell’istruzione), non è parimenti sostenibile per un investimento di tipo privato. Su queste basi, sarà facile reperire quanto necessario per l’agognato ponte?
