Il punto di vista - «La cantieristica risorsa per Messina città porto»

Il punto di vista – «La cantieristica risorsa per Messina città porto»

Il punto di vista – «La cantieristica risorsa per Messina città porto»

lunedì 08 Febbraio 2010 - 12:14

Per il presidente dell'associazione L’altra città e dell’Istituto Mediterraneo di Bioarchitettura Biopaesaggio Ecodesign Caterina Sartori la ripartenza per la città dello stretto passa attraverso la grande risorsa portuale

Riceviamo e pubblichiamo

Definivo Messina, diversi anni or sono, come “città porto” nel Mediterraneo, volendo con ciò evidenziare la quintessenza di una città che sul porto aveva costruito e speso il suo passato, e che dal porto sarebbe dovuta ripartire per immaginare e progettare il suo futuro. In periodi ormai remoti della sua storia, la città esercitava un ruolo di rilievo come porto commerciale nel Mediterraneo. Successivamente, a seguito di mutazioni economiche epocali, prescindendo anche dalla catastrofe del 1908, la città ha dovuto fare i conti con altre realtà, con esigenze legate al mutamento dei mercati, con scelte nazionali che hanno inciso anche sull’assetto delle proprie aree costiere e portuali. In epoche recenti, alcune attività legate al porto e al mare, mi riferisco alla cantieristica, in particolare, hanno caratterizzato l’economia della città, ritagliando per quest’ultima, un ruolo di rilievo nel mondo e, ancor prima, nel Mediterraneo.

Tuttavia, al contrario di altre città, Messina ha assistito pigramente alla decadenza del settore e della sua imprenditoria storica, che avrebbero dovuto essere il punto di partenza per riprogettare il suo futuro economico, produttivo e sociale, al contrario di quanto avviene o è avvenuto in altri contesti urbani contemporanei, dove lo sviluppo è costruito sulla valorizzazione delle specifiche vocazioni, sulla specializzazione delle funzioni, anche mediante la creazione di aree produttive di nicchia, e sul recupero delle tradizioni e delle culture locali.Quando, già nel 2002, parlavo di Messina come città porto, e invitavo le amministrazioni locali a recuperare un rapporto della città con il mare, non mi riferivo certo ad una idea di “affaccio a mare” ma ad una serie di azioni mirate al recupero o all’avvio di attività che avessero ricadute di carattere economico e di sviluppo sulle realtà urbane dello Stretto e, in particolare su Messina, attività che avessero il comune denominatore di un rapporto con la vocazione prevalente della città, intesa appunto, come “città porto”.

Sebbene l’assunto di “città porto” abbia costituito la premessa al PRG portuale, non sembra che la tipologia di “porto” su cui è imbastito lo strumento, sia del tutto consona all’ottimale utilizzo delle aree, non del tutto. La preminente fruizione turistica delle aree portuali verso la quale una fetta di opinione pubblica sembra sia favorevolmente orientata, basata su un’idea di zona falcata dal carattere più urbano e “salottiero”, stride fortemente con una tipologia portuale quale quella della zona falcata, che poco o nulla dovrebbe concedere ad attività vocazionalmente e storicamente non proprie, pena la compromissione del suo vero carattere e della sua stessa ragion d’essere. Il rilievo paesaggistico ed architettonico della zona falcata non può farne dimenticare i caratteri fisici naturali che ne fanno una realtà strategica indiscutibile per tutto ciò che abbia attinenza ad attività legate ad un uso portuale non ludico dell’area stessa.

Un parco, una passeggiata possono farsi dovunque nella città, un porto, ed un porto come quello di Messina, no. Vorrei chiarire, per inciso, che Messina non è neppure descrivibile così come giocosamente, o semplicisticamente, qualcuno ha inteso definirla, come “città d’acqua”, definizione certamente presa a prestito da altre realtà urbane che con Messina hanno poco o niente in comune. Il rapporto con il mare e la valorizzazione a fini fruitivi della fascia costiera, banalmente definita “waterfront”, non deve necessariamente tradursi in un legame fisico o visivo con il mare. La “Palazzata” chiudeva la città al porto e ai suoi spazi, non ne agevolava l’apertura visiva eppure in essa trovavano ospitalità molteplici attività connesse all’uso del porto in attività.

La zona falcata non è mai stata un luogo urbano sebbene prossimo alla città. Essa ha ospitato saline, lazzaretti, insediamenti militari o di potere, come la Real Cittadella spagnola e, in prossimità, il Palazzo Reale. E’ stata e continuerà ad essere una zona di confine, una zona che guarda la città, una zona urbana ai margini dell’urbano, la frontiera a mare di Messina. In essa la città si specchia e si misura, da essa trae la sua forza e il suo futuro. La forza e il futuro della città si costruiscono partendo dai dati naturali e dalle vocazioni territoriali. E’ miope o in mala fede, chi non veda questo.

E allora ben vengano le attività connesse ad una fruizione turistica, l’adeguamento delle banchine alle grandi navi da crociera, e le attività connesse ad una migliore organizzazione della città in questa direzione ma ciò non deve avvenire a discapito di altre attività che possono produrre economia e lavoro oltre che garantire alla città un ruolo di primaria importanza nel panorama mondiale, né deve aprire il territorio a nuove speculazioni e appropriazioni che con il bene collettivo abbiano poco a che fare.

Mi chiedo che fine abbia fatto il Distretto della Cantieristica o il “distretto nautico dei due mari”. Mi chiedo a che gioco stia giocando il signor Colaninno e di quali interessi è portatore. Non certo di quelli della collettività messinese. Perché si parla tanto di Termini Imerese e non si parla altrettanto della Rodriquez? Che fine hanno fatto i cantieri Palumbo? Quale disegno, se ve ne è uno, si sta portando avanti per Messina, alle spalle dei suoi ignari cittadini? Qual’è il modello di sviluppo pensato per la città? Forse che coloro che sinora hanno lavorato nei cantieri navali si trasformino tutti in camerieri d’albergo, pronti ad accogliere con inchini i turisti delle navi da crociera? Se il modello esclusivo di sviluppo per Messina è turistico, allora si comincino a demolire tutti i complessi edilizi privati realizzati sulle colline oltre qualsiasi domanda di mercato, si sospendano tutte le concessioni edilizie per nuove edificazioni, si blocchi l’intervento della STU per il Tirone, si attui una politica di riqualificazione paesaggistica della città, e poi, soprattutto, si inventino attività che invitino i turisti a visitare la città e a permanere in essa.

Un piano regolatore della città dovrà pur farsi carico di tutto ciò, puntando alle aree portuali come risorsa di sviluppo e non solo sull’attività edilizia. Credo infine che, l’attuale situazione di stasi del settore cantieristico a Messina non possa che trovare un forte supporto in una programmazione ampliata a livello regionale, che consenta l’inserimento delle attività nell’ambito di una programmazione comunitaria costruita sulla specializzazione di ambiti e sedi. L’ho detto altre volte, non credo che la città possa affrontare e decidere del suo futuro al di fuori di un circuito, di un sistema di dimensione almeno regionale che le consenta di ritagliarsi un ruolo strategico futuro ed essere competitiva nei confronti di altre realtà sia italiane che europee, così riacquisendo un peso nel Bacino del Mediterraneo.

Una cantieristica che sperimenti soluzioni ecologiche, sia nelle modalità di produzione che nell’esito delle produzioni stesse, da una parte, e che rilanci nicchie produttive con forte caratterizzazione locale, è la direzione verso cui puntare, unitamente al mantenimento di attività cantieristiche quali il carenaggio ed anche attività quali il bunkeraggio. La Zona Falcata può essere l’avanposto per un circuito che potrà svilupparsi nell’entroterra, valorizzando e facendo sistema con altre realtà industriali e di ricerca esistenti nella provincia. La cantieristica deve essere inserita in una rete territoriale che consenta di avvalersi delle migliori esperienze nel settore e proiettarsi a livello internazionale.

Insieme alla cantieristica e alle altre attività citate, ben vengano i circuiti di fruizione dei beni culturali con annessi centri internazionali, le attività di ricerca del Talassografico (attività anche previste dal PRG del porto), un acquario dello Stretto, un uso residuale per la fruizione ludica, la realizzazione di spazi interstiziali a verde (anche con funzione di filtro e nel rispetto dei caratteri paesaggistici dei luoghi), ben venga tutto ciò che consentirà di uscire dalle illegalità e dall’abbandono e che consentirà di ricomporre quel ricco mosaico al limite dell’urbano che dev’essere il porto di Messina.

L’amministrazione comunale e quella provinciale della città dello Stretto, si facciano realmente carico di questa problematica, avviino una concertazione sul territorio, individuino i soggetti interlocutori, progettino in tal modo il futuro della città, in un dialogo forte con la Regione, lasciando da parte inutili contrapposizioni e pretese di protagonismo e mirando a ricadute economiche effettive sulla città senza foraggiare altri contesti. Tutto il resto sono solo chiacchiere.

Caterina Sartori

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