La condanna a morte della donnairaniana vista dal peculiare punto di vista del civile Occidente
I vostri articoli – E’ senza dubbio lodevole e necessario l’appello di opinione pubblica mondiale e istituzioni italiane, estere e internazionali per scongiurare l’esecuzione di Sakineh.
Ma qual è la differenza tra la donna iraniana e i condannati a morte in altri paesi, quali – a mo’ di mero esempio non esaustivo – gli Stati Uniti, che muoiono ormai nell’indifferenza generale? E che dire della politica adottata verso la Cina, gigante commerciale da coccolare e non infastidire incalzandolo su temi scottanti? Forse i condannati a morte da un sistema, come quello statunitense, democratico – considerato tale secondo i canoni della Scienza Politica – sono ritenuti -meritevoli- di tale fine e nessun appello dev’essere fatto per far loro salva la vita? O sono frustate, nodi scorsoi e botole che aprono un abisso sotto i piedi del condannato, sassate violentemente scagliate a breve distanza – mezzi senza dubbio più barbari rispetto a un’asettica iniezione paralizzante che ci priva della smorfia agghiacciante di un dolore mortale – che smuovono le nostre candide coscienze incapaci di concepire che una persona possa morire in un contesto da Alto Medioevo, soffrendo brutalmente, agonizzando tra lacrime e sangue?
Una condanna a morte è, sempre e comunque, esecrabile. Nessuno, neanche la leviatanica e tentacolare entità statale, ha il diritto di quando deve scoccare l’ora più buia di chicchessia, fosse anche il più spietato degli assassini, il più crudele dei torturatori, il più spregevole degli stupratori. Nessuno, ripeto, e men che mai lo Stato, può macchiarsi di un tale delitto abbassandosi allo stesso livello del più bestiale figlio di una società che, nostro malgrado, è formata da tutti noi – circostanza che ci rende, comunque, in parte responsabili degli atti aberranti compiuti da un suo membro.
Il sipario di questo teatrino mediatico – ammirevole nelle intenzioni e motivazioni – nasconde un’ipocrisia che impedisce sia agli individui che a un “sistema Stato” gestito da un Governo che rappresenta un Paese e la sua società, di alzare la voce anche di fronte a quelle condanne a morte emesse da sistemi giudiziari di paesi -amici- o appetitosi partner commerciali. E’ facile criticare e fare pressioni su uno Stato, l’Iran – paria internazionale da una trentina d’anni – giudicato bellicoso ed estremista, in ogni caso diverso. Nel frattempo Italia, Europa – qualora esista realmente come entità spirituale unitaria e unificante – e Occidente tutto continuano a poppare cultura, principi, usi, sistemi di valori e quant’altro dalla tetta nordamericana.
