Il senso di claustrofobia e poi di libertà sotto “Le Mur- di Bruno Cany

Il senso di claustrofobia e poi di libertà sotto “Le Mur- di Bruno Cany

Il senso di claustrofobia e poi di libertà sotto “Le Mur- di Bruno Cany

lunedì 10 Novembre 2008 - 16:09

“Un forte sentimento di claustrofobia-, questo trasmetteva la città circondata come era. Si tratta di Berlino al tempo divisa dall’odioso Muro tra la parte Est e quella Ovest. Una barriera che per 28 anni privò della libertà di movimento centinaia di migliaia di concittadini. Una libertà non solo fisica ma anche mentale, intellettuale, un pesante scoramento del cuore.

Sono queste le prime sensazioni che scaturiscono avventurandosi tra le righe di “Le Mur-, “Il Muro-, breve racconto del filosofo francese Bruno Cany, docente all’Università di Saint – Denis di Parigi, tradotto e presentato in Italia, a Messina, presso la libreria Mondadori, da “Eurolab – Laboratorio d’Europa-, in collaborazione con il Comune di Messina e la Fondazione Bonino Pulejo.

L’incontro aperto dalla giornalista Adele Fortino ha visto la partecipazione del presidente del Consiglio comunale Pippo Previti, il quale ha portato il saluto dell’amministrazione e incoraggiato altre iniziative culturali di livello in città. Il pomeriggio letterario è proseguito con la brillante introduzione al lavoro di Cany curata dalla dott.ssa Emilia Scarcella, la quale ha evidenziato come la claustrofobia gravante dal Muro fosse un limite pesante anche per qualsiasi forma di sconfinamento del pensiero. E quindi l’autore: “Le Mur è solo l’estratto di una serie di racconti che riguardano un’intera sezione dedicata all’Europa, che farà parte di un volume al quale sto lavorando da tanto tempo e spero a breve di pubblicare in Francia-.

Intenso nella sua narrazione, il racconto, procede quasi steso sulla ragnatela di una sceneggiatura cinematografica: scene, sensazioni, personaggi appena accennati ma che si materializzano in nomi precisi come Mstislav Rostropovič, il celebre violoncellista e direttore d’orchestra russo, che si trasferì negli Stati Uniti perché in dissenso con il regime sovietico; o ignoti nel caso dell’altro dissidente, non nominato nel racconto, ma dall’identikit – “lo scrittore bandito…- – riconducibile a Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn, lo scrittore che attraverso le sue opere fece conoscere al mondo intero la crudeltà dei gulag sovietici, al punto da meritarsi il premio Nobel nel 1970.

Quindi tra “flashback- esili come macchie d’acquerello, ma indelebili come violenti colpi di spatola ad olio sulla tela del destino della storia dell’umanità, Cany arriva a quel novembre del 1989 dove i suoni del violoncellista segnano entro uno spartito di musica inedita le emozioni di quel momento; attimi che fanno immediatamente il giro del mondo: i primi colpi tesi ad abbattere quella barriera in cemento alta circa tre metri e mezzo, una cicatrice vergognosa e sanguinolenta dal 13 agosto 1961; il simbolo di quella cortina di ferro che oggi non esiste più e che spezzava il potere sul mondo in due blocchi contrapposti, quello occidentale e quello sovietico. Un ostacolo alla libertà che costò la vita di chi osò attraversare il Muro (furono uccise, dalle guardie comuniste della Repubblica Democratica Tedesca, almeno 133 persone).

Poi, finalmente, quel 9 novembre di 19 anni fa: dopo diverse settimane di disordini pubblici, il governo della Germania Est autorizzò le visite verso Berlino Ovest. Subito migliaia di cittadini della parte orientale si arrampicarono sul muro e lo varcarono.

La festa si scatenò. Nel corso delle settimane successive iniziarono a sparire piccole porzioni di mattoni sottratte dalla folla e dai cercatori di souvenir, quindi ci pensarono le ruspe “autorizzate- a fare tutto il resto.

La caduta del muro di Berlino aprì la strada per la riunificazione tedesca che fu formalmente conclusa il 3 ottobre 1990.

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