Una realtà unica nel suo genere, amata e odiata, maledetta e ripudiata
Io vivo in una città dal duplice aspetto: conosco una Messina che amo ricordare come una città dalla storia invidiabile, la cui cultura risplende nel passato, come a ricordo costante dell’importanza che essa, un tempo, aveva, e conosco anche una Messina degradata, impoverita, scarna e abbandonata dall’indifferenza dei suoi abitanti.
Messina è una bellissima città, un posto a dir poco incantevole, che rivela il suo animo romantico soprattutto di notte, quando, illuminata solo dalla lieve luce della luna, è piacevole ascoltare i rintocchi del campanile, come un guardiano che voglia cullare nel sonno e voglia proteggere la sua cittadina. Possiede una collocazione geografica che può essere definita come una delle più belle d’Italia, e, volendo essere eccessivamente campanilisti, una delle più belle del mondo. È un paesaggio storicamente cristallizzato nel mito di Scilla e Cariddi, il cui fascino ancora sopravvive grazie all’onnipresente Colapesce che sta sempre lì, negli abissi, desideroso di non abbandonare mai quella colonna.
La storia serve da continuo monito a ricordare gli eventi passati, a trarne un insegnamento e a farne propri i dettami: questa città possiede una storia desiderabile a molte, è uno dei tanti semi piantati dalla bellezza greca che ha generato una gemma che si specchia nella acque ioniche, che insegna alla poesia ed alla filosofia elleniche. Il suo passato risorge dalle ceneri della storia per istruire i suoi abitanti: quella falce naturalmente collocata lì, che si specchia nel cielo, lì dove Orione ancora ci osserva e protegge.
Io amo il mare di Messina, che talvolta nasconde un cuore freddo, talvolta respira le calde correnti del sud; questo mare una volta conosceva il canto delle sirene, le quali conducevano i marinai ad ammirare per l’ultima volta questa città e poi farli morire nel suo cuore, il mare.
La realtà, tuttavia, mi costringe ad allontanarmi dai sogni e a constatare con severa concretezza che tutto ciò si è lentamente perduto, tra il disinteresse delle persone e la loro indifferenza. Vivo a Messina, di cui assaporo ogni giorno mille aspetti negativi, il cui carattere amaro mi rende più dura la vista di una città che non ricorda più il suo valore, o meglio non vuole ricordarlo. Il paragone con altre città è purtroppo inevitabile: tralasciando il drammatico evento del terremoto che l’ha disintegrata il 28 dicembre del 1908, Messina è tristemente una delle ultime, se non l’ultima, città d’Italia, una mera graduatoria che la definisce invivibile sotto molto punti di vista, eccessivamente inquinata per una popolazione urbana che non va oltre le trecentomila unità, impossibilitata a dare un’occupazione stabile a chi voglia introdursi al lavoro, degradata. Camminando per le sue vie, mi accorgo della sempre presente spazzatura che straborda dai cassonetti ma che è anche ben visibile sui marciapiedi, le cui mattonelle fuoriescono puntualmente al minimo acquazzone, e sulle strade più nascoste dal centro cittadino. La vivibilità è tra le più basse, una città che non offre servizi pubblici efficienti (storia già risaputa e spolpata fino all’osso), dove gli autobus hanno ritardi intollerabili: questa inefficienza ha creato una popolazione che non possiede la cosiddetta -cultura del mezzo pubblico-, causando un innalzamento dell’inquinamento atmosferico conseguentemente al fatto che gli abitanti usano più le macchine degli autobus o del tram (anch’esso tristemente noto per i suoi snervanti ritardi).
La popolazione messinese si lamenta dei problemi della propria città, ma non fa nulla per risolverli: è il frutto di un egoismo eccessivamente radicato nella coscienza di persone che si affidano a sindaci che vengono ricordati per la loro incompetenza, siano essi di destra o di sinistra; non riesco a tifare per una città che ha più a cuore una manifestazione religiosa piuttosto che il bene dell’ambiente in cui vive: la Vara non salverà di certo Messina dal degrado.
Tutto ciò è aumentato dal fatto che la maggior parte dei messinesi è affetta da un disinteresse molto profondo, malsano e pericoloso, che crea una coscienza amorale, senza regole. I piccoli gesti sono l’inizio per una grande opera che porterebbe Messina allo splendore di un tempo.
Questa città è piena di uno sconcertante benessere borghese riservato a pochi eletti, desiderosi di ostentare una ricchezza a dir poco stucchevole e ritirarsi nel misero e apatico mondo dei loro club privati, piuttosto che attivarsi prontamente per risolvere un problema che non lederà mai i loro appartamenti nel centro città e i loro suv nuovi di zecca. Tutto ciò è un’anomalia con cui i messinesi quotidianamente convivono: chi amministra la città, chi è eletto sindaco, dovrebbe vivere per un solo giorno nel corpo dei pendolari, di tutti coloro che ancora vivono nelle baracche-favelas, dei commercianti che sono costretti a pagare il pizzo, atteggiamento dettato dalla paura e dall’insicurezza che deriva da un protezione statale praticamente inesistente, per rendersi conto dell’impossibilità di vivere a Messina.
Ahimè mi è difficile ammettere che la bellezza della città non potrà mai essere sufficiente a salvare dal decadimento Messina: i tesori archeologici, di cui il suolo della città è cosparso generosamente, le bellezze architettoniche, il patrimonio culturale e paesaggistico staranno sempre lì a guardare con amarezza una cittadinanza che non si cura di loro, una popolazione non abbastanza istruita.
Non nascondiamoci dietro una maschera di ipocrisia, non dimentichiamoci dello sfacelo di cui siamo partecipi quotidianamente una volta tornati al sicuro sotto il tetto di casa nostra: non basta un ponte sospeso sul mare a definirci una città avanzata ed evoluta, è vitale un’istruzione adeguata e il rifiuto della banalità, di cui da troppo tempo ormai la città è satura.
Antonio Zaccone III F
