Ieri al cinema Lux di Messina, su iniziativa della Comunità di Sant’Egidio, la toccante testimonianza di chi per ben 19 anni ha vissuto nel braccio della morte. «Dopo essere stato scagionato, per nove mesi non sono riuscito ad uscire di casa»
A sentirlo raccontare la sua vita, nell’incontro organizzato ieri pomeriggio al Cinema Lux dalla Comunità di Sant’Egidio in occasione della giornata “Città per la vita – città contro la pena di morte”, l’eco di romanzi come “Il miglio verde” e “Il conte di Montecristo” risuona naturale. Perché quella di Curtis Edward McCarthy, ragazzo con alle spalle problemi di droga (e qualche guaio con la giustizia), condannato alla massima pena in Oklahoma nel 1985 e definitivamente scagionato nel 2007, ha tutte le caratteristiche di una storia da fiction: accusato di aver ucciso la diciottenne Pam nell’appartamento di un amico, Curtis viene incastrato dalla falsa testimonianza di un perito della polizia che aveva esaminato alcuni reperti biologici raccolti sulla scena del delitto.
Trascorre 22 anni in carcere, di cui 19 nel braccio della morte. «Mi sentivo tradito dal mio Stato», ha spiegato nel corso dell’incontro. «Stringendo amicizia con gli altri detenuti, provavo compassione. Attorno a me vedevo solitudine, miseria, oppressione». Come Edmond Dantes, Curtis passeggiava a vuoto dentro la sua cella: «Sono arrivato a perdere qualsiasi speranza». Come John Coffey, anche lui condannato alla pena capitale, Curtis guardava gli altri detenuti attraversare per l’ultima volta il loro miglio verde. Un incubo insostenibile per lui che sapeva di essere innocente e di essere stato incastrato, «solo perché qualcuno aveva sentito che io sapevo chi fosse l’assassino». Finché, un giorno, grazie alla buona fede di un giudice e all’intervento dell’associazione “Innocence Project”, Curtis viene sottoposto all’esame del DNA. E’ la fine dell’incubo. Viene scagionato e poi rilasciato l’11 maggio 2007. Secondo gli avvocati di “Innocence Project”, si è trattato di uno dei casi più eclatanti di “condotta persecutoria” nei confronti di un imputato da parte del sistema giudiziario americano.
Dopo 22 anni Curtis ha potuto riabbracciare sua madre: «Doveva essere un momento di grande felicità, ma non è stato così. Entrambi sapevamo che le nostre vite erano state rovinate per sempre. Come anche la vita di Pam e della sua famiglia, dal momento che il vero colpevole non è mai stato preso». Nove mesi senza avere la forza di uscire di casa, finché, grazie a “Innocence Project” e alla “Comunità di Sant’Egidio”, Curtis non ha trovato il coraggio di rendere pubblica la sua storia per sostenere la causa contro la pena di morte. «Avrei tante cose da raccontare riguardo alla mia vita dentro il carcere – conclude – ma non posso: l’esperienza è stata più grande di me». Fosse stato il conte di Montecristo si sarebbe vendicato del male compiuto contro di lui, ma Curtis ha voluto permettere agli altri di dare un senso alla sua esperienza. Per sostenere la vita, quel valore supremo dell’essere umano che ha rischiato di vedere sacrificato in nome di una falsa giustizia.
Enrico Anastasi
