L’esperienza di Michele, messinese alla ricerca della stabilità. I numeri sulla disoccupazione giovanile resi noti dalla Cgil dimostrano quanto sia imponente il disagio in città. Le difficoltà sono per i neo laureati, per i diplomati, ma anche per coloro che perdono il lavoro dopo anni e devono mantenere una famiglia
Non tutti gli italiani sembrano far parte della Repubblica, di quella che costituzionalmente si dichiara “fondata sul lavoro”. Quello della disoccupazione è uno dei cancri principale della nostra società. Un male collettivo che si ripercuote indistintamente su tutte le fasce d’età, creando un disagio che coinvolge individui e famiglie, e che lacera a partire dai singoli nuclei l’intero “sistema Paese”. Una ferita ancora più profonda al sud, in città come Messina, dove si fatica a trovare sbocchi lavorativi e in molti casi si finisce addirittura a perderlo il lavoro, anche in età nelle quali trovarne un altro diventa faticosissimo. Un dramma che diventa quotidiano per chi deve portare a casa “il pane”, ma anche per chi, dopo anni di studi e sacrifici, propri e dei propri genitori, si ritrova a “girovagare” senza riferimenti. E di loro parleremo oggi, iniziando il nostro viaggio all’interno del mondo del lavoro, o per meglio dire del “non lavoro”.
Professionalità chiuse nel cassetto. Competenze nel cestino. E una rabbia che sale. Motivazioni? Tante, forse troppe. La più ricorrente fa riferimento al “mercato”: la competitività nell’inserimento del mondo del lavoro. Si è parlato anche dei tanti corsi di laurea senza un reale sbocco occupazionale. Ma i motivi tirati in ballo in questi anni sono tantissimi e forse anche variabili in base al contesto a cui si riferimento. La “fotografia statistica” presentata qualche giorno fa dalla Cgil di Messina è buia. Questi i numeri: dal 2008 al 2009 il tasso di occupazione tra i 15 e i 24 anni in provincia di Messina è sceso di ben 7 punti percentuali passando dal 21,5% del 2008 al 14,4 del 2009. Mentre nella classe 25-34 anni si è passati addirittura dal 67,1% al 48,4 (Fonte: Istat, 2008 e 2009). Nel 2009 il dato nazionale sulla disoccupazione giovanile si attestava al 25,4%, al 36% quello cittadino. Nell’anno in corso il dato nazionale ha toccato quota 27,7%, ma non si conosce ancora il dato locale.
Cresce la disoccupazione tra i giovani e conseguentemente la sfiducia, perché sempre meno sono coloro che credono in uno futuro post-universitario e ancor meno coloro che si iscrivono agli uffici di collocamento. Così anche i dati registrati risultano essere ancor più parziali. La disillusione è totale e con essa cresce la sensazione di impotenza. Umiliazione interiore per chi si vede superato senza spiegarsi come e per quale motivo ciò sia accaduto. Il segretario provinciale del sindacato, Lillo Oceano, ha commentato affermando: «la crisi è tutt’altro che finita e a Messina e nel Mezzogiorno attecchisce più che in altri luoghi, in quanto colpisce un territorio già fragile. Tutta la flessibilità creata e di cui tanto si è parlato ha portato solo al precariato. Non c’è una vera lotta al sommerso, non ci sono investimenti pubblici per le infrastrutture, e quel che è peggio non c’è programmazione». E questo clima si propaga creando disaffezione anche nei confronti del sindacato stesso, nonostante le diverse iniziative e le battaglie per le “grandi vertenze”.
Nell’immaginario collettivo emerge una realtà fatta di raccomandazioni e spinte necessarie ad andare avanti. E la fiducia diminuisce sempre più, finendo tristemente nella mani degli “sciacalli”. Storie, esperienze personali, racconti carichi di rancore per un muro che sembra non potere essere superato e che condanna alla precarietà. Addio speranze, certezze minime per porre le basi per creare una famiglia e guardare al futuro con un pizzico di ottimismo. E’ questo il racconto di Michele, con il quale apriamo il nostro spazio testimonianze. (E.Rigano)
Mi chiamo Michele Spinelli, potete anche chiamarmi Michele Cerchi o Renti, non ha molto valore. Un cognome vale l’altro perché in realtà cognome non ho. Età 27, diploma di geometra. Laurea triennale in Scienze Politiche, così come la Specialistica, entrambe conseguite presso l’Università di Messina. Segni particolari: nessuno. Perché io sono nessuno. Cerco da anni il mio ciclope da accecare per ottenere la libertà dalle catene che si prendeno gioco del bisogno. Ho aperto questo file sul pc perché volevo raccontarvi di me, fare conoscere a tutti la mia testimonianza, ma mentre il fumo invade questo mio piccolo domicilio ho perso anche la speranza di scrivere. Volevo dirvi della mia famiglia, dei valori con i quali sono stato educato, del calore di cui non sono mai stato privato. Mia madre casalinga, mio padre ha lavorato per anni per un azienda cittadina poi fallita. Disoccupato a quasi 50 anni. Da allora ha fatto di tutto per non farmi mancare niente, con grande coraggio seppur fisicamente non al massimo perché falcidiato da acciacchi di varia natura. Non smetterò mai di ringraziarlo. Mi ha permesso di studiare, ma con umiltà ho sempre cercato di darmi da fare per non gravare troppo sugli equilibri familiari. Uscito da scuola ho cominciato a lavorare nel campo che ho scelto, diciamo un posto “fisso” per più di due anni (circa 200 euro al mese, ovviamente in nero). Contemporaneamente piccoli lavoretti, con lo spirito che mi è stato trasmesso non ho mai detto di no a niente. Consegne, facchinaggio e tanto altro. Sempre in attesa di una stabilità, mai arrivata. Volevo raccontarvi del mio vagabondare appena l’azienda di cui sopra ha deciso di “tagliare” parte del personale. Io continuo a lavoricchiare e intanto a studiare. Acquisisco anche titoli utili per la mia professione. Incontro tante persone, politici, amministratori, “amici”. Parole e parole. Promesse, specie in campagna elettorale. Fatti pochi. Si sperava, si guardava avanti con ottimismo. Nonostante le scarse prospettive, la volontà era ed è sempre quella di creare una famiglia nella mia amata (e da molti offesa ed umiltà) Messina. Ho sempre pensato che bisogna lottare per ottenere ciò che si vuole. Non bastano i bla bla bla per cambiare le cose. E la riscossa dovrebbe partire da noi ragazzi, che ancora lottiamo affinché questa città possa cambiare. Lo credo ancora?
Volevo raccontarvi di tutte le volte che nel momento in cui pensavo di essere ad un passo dal farcela, arrivava qualcuno che mi si poneva davanti. Con quali mezzi? La carta d’identità. Forse era figlio o nipote di qualcuno. Amante o parente. Boh, probabilmente “doveva” essere aiutato più di noi “comuni mortali”. Guardiamoci intorno. Purtroppo è così, sembra andare avanti solo chi ha santi in paradiso, per gli altri canta Morandi: “uno su mille (forse) ce la fa”. Nel mio campo, ma in qualsiasi ormai. Anche gridare la propria rabbia sembra divenire pericoloso, perché il rischio che si corre è che le gambe ti vengano definitivamente tagliate. E allora il silenzio viene comprato dalla necessità, a sua volta schiavizzata dal potere di chi può farti avere ciò che non hai: un lavoro. Niente di più. Quanto sancito dalla Costituzione del nostro ipocrita Paese ormai fondato sul cognome. Un sistema che ognuno di noi, nel nostro piccolo, dall’interno o dall’esterno dovrebbe provare a smantellare. Quello che ho “chiesto” fino ad oggi anche a coloro che si trovano ad un livello più elevato rispetto alla condizione sociale in cui mi trovo, è stato fatto esclusivamente sulla base di quello che mi sono (secondo un modesto parere personale) sudato con il lavoro, lo studio e l’applicazione. Con i titoli in carta e sul campo, con le competenze acquisite. Come nel calcio però, purtroppo ho imparato che non sempre chi è “più forte” vince, specie se l’arbitro è di parte.
Continuo a studiare. Mi preparo per diversi concorsi. Ma siamo davvero tanti per il miraggio di pochi posti da conquistare lontano dalla mia Messina. Tutti nella stessa condizione. L’impressione che mi sono fatto? Ci vogliono schiavi del bisogno per potere continuare il loro gioco.
Ci hanno riempito la testa di proclami sui giovani. “Il futuro è loro”, ho sentito, “lavoriamo per loro”. Intanto le facce restano sempre le stesse. Alcuni si ostinano a definirci ancora “bamboccioni”, non che non ci siano quelli che lo sono, ma non vedo prospettive per coloro che invece, come me, hanno solo la voglia di creare una famiglia nella propria terra. Ho messo l’ambizione sotto i piedi per scalare la vetta della libertà. Per non essere più costretto a dovere chiedere e sperare. A non dovere attendere fuori da qualche porta per un pezzo di lardo dato quasi per favore. Forse mangerò meno e peggio. Avrò una cuccia “sgangherata” e non bella (e artificiale). La dignità purtroppo, per me, non è in vendita, anche se (e giusto per la verità) devo ammettere di averla “affittata” nella speranza di potere cambiare le cose.
Probabilmente lascerò Messina tra qualche settimana. Sto prendendo in seria considerazione un’offerta di lavoro proveniente dal centro Italia. Ancora una volta niente di sicuro, specie per il futuro, ma che potrebbe permettermi oggi di vedere le cose con più calma. Volevo raccontarvi di un lieto fine, che temo non ci sarà. Un altro “giovane” a cui sono state tarpate le ali con il solo scopo di potere continuare ad ingrassare facendo lievitare i propri conti in banca. Messina in questo sembra essere al primo posto. Il sogno di crescere i miei figli tra le colline violentate dell’Annunziata, della Panoramica e di Montepiselli e le acque dello Stretto non valorizzate a dovere, resterà forse tale. Il desiderio di chi, tra tante contraddizioni, comunque ama la sua città, lascerà il posto a chi continua a riempirsi le tasche e parlare male della città che lo arricchisce. Vorrei dirvi tanto altro, ma so che non sono il solo costretto a vivere questa realtà. Ognuno ha le sue odissee da raccontare e il suo Polifemo da accecare…
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