Quando Fabrizio Miccoli incontrò il Gatto e la volpe e li scambiò per due Colombe

Quando Fabrizio Miccoli incontrò il Gatto e la volpe e li scambiò per due Colombe

Quando Fabrizio Miccoli incontrò il Gatto e la volpe e li scambiò per due Colombe

domenica 30 Giugno 2013 - 06:27

Fabrizio Miccoli, capitano del Palermo, accusato di estorsione ed accesso abusivo al sistema informatico, si è difeso in lacrime dichiarando. "Sono un calciatore non sono un mafioso". Le sue frequentazioni con parenti di boss erano note a tutti tranne a lui che spiega "Cercavo amicizie vere". Spesso il confine tra il fingere di non sapere e la connivenza diventa sottilissimo.

“Sono un calciatore non sono un mafioso”. Così Fabrizio Miccoli, tra le lacrime, in conferenza stampa dopo la bufera che ha travolto l’ormai ex capitano del Palermo, accusato di estorsione ed accesso abusivo ad un sistema informatico. Secondo l’inchiesta della Procura di Palermo l’attaccante si sarebbe rivolto al figlio del boss Antonio Lauricella per recuperare alcuni crediti vantati nei confronti di altre persone e si sarebbe fatto dare da un rivenditore schede telefoniche intestate ad ignari clienti per poi consegnarle ad altri. Ai giudici ha dovuto rispondere in merito alla sua amicizia sia con Mauro Lauricella che con Francesco Guttadauro (entrambi incensurati), nipote di Matteo Messina Denaro. Più che le sue frequentazioni, peraltro note, a far clamore sono state alcune intercettazioni nelle quali il calciatore parlando al telefono diceva: “Quel fango di Falcone” oppure invitava gli amici a non recarsi agli allenamenti perché “ci sono nuovi sbirri”. Miccoli, idolo indiscusso dei tifosi palermitani, dopo essere stato interrogato per quattro ore in Procura scoppia in lacrime in conferenza stampa chiedendo scusa alla città e ribadendo: “Sono un calciatore, non un mafioso”. In questa frase sono racchiusi gran parte degli ostacoli alla diffusione della cultura della legalità. Miccoli, per difendersi, spiega che il suo mestiere è quello del calciatore e non quello del mafioso, come se “mafioso” fosse una professione, un sostantivo e non invece anche un aggettivo. Secondo questa logica io nella carta d’identità ho scritto “giornalista” e Matteo Messina Denaro “mafioso”. Ma oltre ad essere una “professione” è quando diventa un aggettivo che si trasforma nell’arma peggiore, quella che uccide senza sparare. Se è vero che ci sono i “mafiosi” in senso stretto, si può essere giornalista-mafioso, poliziotto-mafioso, politico-mafioso, sacerdote-mafioso, calciatore-mafioso. E’ quando il termine diventa aggettivo che si trasforma in un virus che permea tutti gli strati della società e si fa più invisibile e più forte. La mafia, e lo sapeva bene Giovanni Falcone, attecchisce là dove c’è un contesto che nutre il comportamento mafioso, la cultura dell’omertà. Puoi fare qualsiasi mestiere ma nel momento in cui entri a far parte del sistema, ne sei consapevole e ne accetti le regole diventi responsabile eticamente. Dall’accettazione omertosa al concorso in reato o al favoreggiamento il passo è breve. Se ti rivolgi al nipote del boss per riscuotere un credito sei consapevole che il tuo amico non è Biancaneve né un esattore delle tasse e solo grazie a lui hai la certezza di riavere il denaro prestato. Il confine tra il commettere un reato mafioso ed il fingere di non sapere si fa sottilissimo. E’ in questi spiragli che sta la differenza tra l’omertà e la connivenza, tra il silenzio e l’azione. Che un calciatore arrivi a Palermo, diventi capitano della squadra e ci stia sei anni, frequentando amicizie quanto meno discutibili pensando di far parte del club delle Giovani marmotte, possiamo anche fare finta di crederlo, ma la gravità del suo comportamento sul piano simbolico non può essere sottovalutata. I calciatori oggi rappresentano dei modelli di vita, esempi da imitare per i giovani. Il ruolo di Miccoli non è stato solo quello di fare goal e firmare autografi. Quando un giocatore bacia la maglia, le giura fedeltà, quando dichiara che l’unica gioia della sua vita è giocare per il Palermo (e non certo incassare quasi due milioni di euro l’anno…) diventa un modello di comportamento. E’ vero al punto che le squadre fanno girare i loro tesserati nelle scuole come testimonial nelle campagne per la legalità. Un capitano che gioca nel Derby per il ventennale delle stragi e dedica il gol a Falcone e poi al telefono lo chiama “fango” non ha giustificazioni. Il capitano della nazionale magistrati Piero Calabrò ha dichiarato che in quell’occasione erano scettici sulla presenza di Miccoli in campo per via delle sue frequentazioni e gli chiesero di non farsi fotografare con loro: “Lui ci evitò. Non ha mai preso le distanze da certi ambienti. Per un personaggio pubblico la condanna etica è nei fatti”.

Un calciatore, un fornaio, un autista del tram, un avvocato, un medico, può essere chiamato ad una scelta, ed è il valore di quella decisione che determina il suo far parte o meno della cultura mafiosa. “Sono stato amico di tutti senza sapere a cosa andavo incontro- ha dichiarato piangendo- Ho cercato di essere non Miccoli capitano del Palermo ma semplicemente Fabrizio, cercando negli altri amicizia. C'era gente che non aveva i soldi per pagare la luce, per mangiare, bussava alla porta di casa e io sono stato sempre vicino a tutti, per essere uno di voi”.

Se Miccoli voleva essere uno di noi aveva modo di scegliere, anche perché non viveva in un rione a rischio, ma camminava su una strada lastricata d’oro. Frequentare un mafioso a Palermo non è inevitabile, non sbucano ad ogni angolo della strada. I siciliani sono i Falcone, i poliziotti, l’uomo qualunque che rispetta le regole, gli studenti che vanno allo stadio sognando un futuro migliore. L’obiezione che si può fare è che non puoi chiedere ad un calciatore di farsi simbolo della lotta alla mafia. E’ vero. Ma è questo banalizzare ogni cosa, questo giustificare la “leggerezza dell’essere”, che fa entrare la sabbia della mafia nella quotidianità. L’ex capitano del Palermo non è nato sotto un fiore ma in Puglia, conosce benissimo la vita e al catechismo gli avranno insegnato a distinguere il Gatto e la volpe quando li incontra. E’ libero di fare le scelte che vuole, ma quando ha dedicato il gol a Falcone sapeva che al telefono aveva definito “feccia” il simbolo di quella stessa terra che gli ha consentito di diventare un idolo. Proprio per questo non si può appellare al “non sapevo, sono solo un calciatore”. Quando varchi quella soglia la tua maglia si macchia e non è più rosa. E non lo sarà mai più, per quante lacrime, sicuramente sincere, tu possa versare.

Rosaria Brancato

4 commenti

  1. Un calciatore che si permette di insultare ed oltraggiare un Magistrato che è stato vittima della mafia andrebbe radiato da tutti i campi di calcio.

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  2. liliana parisi 30 Giugno 2013 14:18

    Non è mafioso?Forse è vero: però è sicuramente un opportunista, un ipocrita… un quaquaraqua. Sono questi i modelli che vogliamo per i nostri giovani?

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  3. Miccoli ed affini, ditelo a:
    * i poveri cristi che per guadagnare onestamente un pezzo di
    pane rifiutano “lavori” di dubbia natura
    * i giovani onesti che vanno via dalla Sicilia e non ci
    possono tornare più
    * a chi crede veramente nello sport e paga una fortuna per
    vedervi giocare
    * i carabinieri, che devono proteggere “fanghi” come voi dal
    popolo bue ed osannante

    Ditelo a loro. Ne saranno contenti e vi capiranno. Sicuramente…

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  4. puzza di bruciato 30 Giugno 2013 21:51

    Ma quando bossi disse che la bandiera italiana l’avrebbe buttata nel cesso nessuno si è indignato più di tanto. Certo miccoli l’ha detta grossa e pagherà per questo.

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