Tindari Festival. Angelo Campolo: "Ecco il mio Ciclope solitario"

Tindari Festival. Angelo Campolo: “Ecco il mio Ciclope solitario”

Alessandra Serio

Tindari Festival. Angelo Campolo: “Ecco il mio Ciclope solitario”

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venerdì 26 Maggio 2017 - 05:09

Il dramma satiresco di Euripide apre la rassegna Teatro dei Due Mari. In scena Edoardo Siravo. Alla regia il messinese Angelo Campolo, che racconta la sua versione dell'orco che incontra e si scontra con Ulisse.

Il Ciclope di Euripide ha aperto ieri l’annuale rassegna del Teatro dei Due Mari. In scena un habitué del Tindari Festival, l’attore Edoardo Siravo.

Il regista messinese Angelo Campolo racconta il “suo” Ciclope.

E’ la prima volta che lavori a Tindari?

Ho portato un mio spettacolo nel 2013, che mi vedeva in scena come attore, ma questa è la prima esperienza da regista. Qual è il senso che hai voluto dare a questo dramma satiresco, giunto a noi integro nel corso dei secoli?

E’ un testo divertente, inconsueto, a tratti misterioso, dove si mescolano diversi generi. Ho preservato il gusto per il capovolgimento dei ruoli, mantenendo la forza lirica di alcuni passaggi. Non ho sottolineato in maniera diretta argomenti di stretta attualità come il dramma dell’immigrazione, sarebbe stata una scelta forzata e credo anche irrispettosa nei confronti dei sopravvissuti.

Ho portato con me, nella memoria, i tanti “segni” raccolti in questi anni nel lavoro con i migranti (a giugno porterò in scena “Vento da Sud Est”al Teatro India di Roma), scegliendo di far esplodere tutte le contraddizioni di senso rispetto al significato che i personaggi del Ciclope attribuiscono alla parola Xenos, “Straniero”. Una parola per i greci, dall'ampio significato, che racchiude concetti divergenti come "nemico" o "amico rituale”, a seconda della convenienza e delle circostanze in cui si trova colui che la pronuncia.

Questa differente attribuzione di senso è uno dei motori propulsivi dell’intera vicenda. Per Ulisse, portatore di valori democratici, l’ospitalità è sacra, mentre il Ciclope la rigetta come una forma di ipocrisia che sotto sotto nasconde il più bieco populismo. Entrambi si fronteggiano in uno scontro dialettico dove in mezzo ci sono un gruppo di satiri, simbolo positivo della natura libera e selvaggia, ridotti in condizioni di perpetua schiavitù.

Il tema già allora era scottante e controverso.

Tucidide ci ricorda che proprio nella splendente Grecia di Pericle, su 150.000 abitanti più della metà erano schiavi.

Come ti sei accostato ad Euripide?

Pur innestando nella drammaturgia di Euripide tanti altri brani tratti da Shakespeare, dai filosofi greci e da un libro che amo come "il libro dell'ospitalità" di Jabès, ho cercato di essere "fedele" all'autore nel rapporto che crea con il pubblico. Lui cattura l’attenzione con una vicenda famosa per poi parlare di qualcos'altro.

L’orco, per la prima volta, appare perfettamente consapevole della sua condizione, lo specchio deformante di un sistema di valori che, altrove costituito, ora sta cadendo a pezzi. Ho studiato e mi sono molto documentato sulle precedenti messe in scena tratte dalla riscrittura di Pirandello. Il nostro lavoro, però, prende una direzione completamente diversa.

Con il mio gruppo di lavoro (Marco Betta alle musiche, la traduzione di Filippo Amoroso, Simone Corso e Adriana Mangano, assistenti di regia, Giulia Drogo alle scenografie e i costumi, Sarah Lanza ai movimenti scenici, Giovanni Puliafito come sound designer, e Giuseppe Ministeri che con “Daf” produce lo spettacolo insieme al Teatro dei due Mari) abbiamo scelto di spogliare dei riferimenti folkloristici lo sguardo sulla Sicilia del Ciclope, studiando il tipo di percezione che il mondo greco di allora aveva nei confronti di questo territorio.

Nel testo, Euripide, per bocca di Ulisse, descrive un luogo deserto, inospitale, dove “non ci sono mura di città, né torri, solo balze desolate”. Parole che mi fanno pensare più a un quadro di Dalì o alla descrizione di un paesaggio di confine libico che ad una bucolica grotta siciliana intesa alla maniera novecentesca. La "Ciclopia" di cui parliamo nello spettacolo è l'incapacità di aprirsi al mondo, l'esigenza di doversi ritagliare uno spazio in solitudine, lontano dagli altri.

IL CICLOPE con: Edoardo Siravo, Giovanni Moschella, Eugenio Papalia, Francesco Natoli, Michele Falica, Patrizia Ajello, Tony Scarfì regia: Angelo Campolo traduzione: Filippo Amoroso musiche originali: Marco Betta movimenti scenici: Sarah Lanza scene e costumi : Giulia Drogo sound designer: Giovanni Puliafito assistenti alla regia: Simone Corso, Adriana Mangano produzione: Daf-Teatro dell’Esatta Fantasia – Teatro dei due mari

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