Come cambierà la scuola dell'autonomia
Gli esponenti del governo, incaricati di applicare il programma del Pdl, cercano di riservare una particolare attenzione alla scuola e alla qualità degli apprendimenti, in caduta libera stando agli ultimi risultati dell’indagine Ocse-Pisa. L’on Aprea, già sottosegretaria all’Istruzione del precedente governo Berlusconi, precisa che le future norme sulla scuola del nuovo governo Berlusconi, dovranno puntare sulla necessità di garantire ai ragazzi «solide conoscenze e solide competenze certificate, a partire dalla lingua inglese, dalla matematica e dalle scienze». L’on Aprea e altri esponenti della maggioranza si dicono preoccupati tanto dell’ignoranza scolastica (esorcizzata con la considerazione che «al Sud si sta peggio che al Nord anche se i dati fanno media nazionale») quanto della scarsa attitudine della classe insegnante a sottoporsi a valutazione. E’ necessario intervenire sugli apprendimenti e dunque sugli insegnanti e per questo si chiederà di predisporre l’introduzione degli albi professionali dei docenti e si lavorerà per raggiungere questo obiettivo». Si lavorerà inoltre «per una rigorosa valutazione di docenti e dirigenti». Si precisa poi che esistono insegnanti che sono passati di ruolo dopo avere accumulato punti in graduatorie burocratiche (“una supplenza non si nega mai a nessuno-) e che non conoscono l’essere valutati. Il problema esposto dall’on Aprea è serio e reale. Quindi brucia tutte le tappe l’onorevole Valentina Aprea, presidente della Commissione Cultura della Camera, con la presentazione di una proposta di legge dal titolo -Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti-. L’analisi della situazione attuale, nella relazione di presentazione della relatrice, individua nel formalismo burocratico, nell’ossessione procedurale e nell’eccessiva regolazione dello Stato che soffoca autonomia e responsabilità dei docenti, le cause dei mali della nostra scuola. Per ridare slancio, efficacia e autorevolezza alla scuola italiana propone dunque una ricetta che prevede l’apporto di soggetti esterni e privati alla gestione della scuola, un finanziamento regionale alquanto indeterminato in quanto legato ad un concetto aleatorio di costo medio per alunno, una riscrittura di tutte le norme che presiedono al reclutamento e alla carriera dei docenti per legge, un forte ridimensionamento degli spazi di contrattazione sindacale e l’abolizione delle RSU di scuola. Le norme di contesto di questa proposta di legge sono: l’art. 117 e 118 della Costituzione (la proposta rientra nelle norme generali sull’istruzione di competenza esclusiva statale), la legge 53/03 e i suoi decreti attuativi, il DPR 275 /99 sull’autonomia scolastica, la legge 62/00 di parità scolastica, il decreto legislativo 165/01, la legge 131/03 che contiene disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale n. 3/2000. Dunque gran parte dell’attuazione di questa proposta di legge è fortemente intrecciato con l’attuazione del regionalismo previsto dalla legge costituzionale n. 3/2000. Vengono completamente cancellate e riscritte le norme sugli organi collegiali di scuola , fortemente ridimensionata la contrattazione nazionale, cancellata la rappresentanza sindacale di scuola, istituita una rappresentanza sindacale unitaria regionale per i docenti e l’area contrattuale della docenza da cui restano esclusi gli ATA. La rappresentanza di tipo professionale viene scorporata da quella sindacale e ad essa vengono affidate funzioni oggi comprese nella rappresentanza sindacale. Fondazioni, Consigli di amministrazioni ed esperti esterni sono le nuove leve su cui si dovrebbe incardinare il rinnovamento della scuola, promotori di miglioramento delle performance degli alunni e della qualità complessiva dell’istituzione scolastica. Una carriera per i docenti su cinque livelli, che vanno dal contratto di inserimento formativo al lavoro per i neo assunti, al ruolo di vicedirigenza a cui si accede tramite concorso per titoli ed esami, passando per i livelli di docente iniziale, docente ordinario e docente esperto; un nuovo percorso di formazione iniziale e di reclutamento, che di nuovo ha poco visto che riprende quasi integralmente il decreto attuativo dell’art. 5 della legge 53/03 abrogato dall’ultima finanziaria; la costituzione di una docenza che si rappresenta con i caratteri della libera professione, albo professionale, organismi tecnici rappresentativi nazionali e regionali che redigono il codice deontologico e istituiscono commissioni disciplinari, la conseguente riduzione degli spazi di contrattazione, costituiscono il nuovo stato giuridico dei docenti. Con ciò superando le norme sul personale contenute nel T.U. del 1994 e quelle relative alla contrattazione sui luoghi di lavoro del D.lgs 165/01. Basta con i Consigli d’istituto, parlamentini scolastici che giocano alla finta democrazia mentre le decisioni che contano rimangono saldamente nelle mani di viale Trastevere: dando piena attuazione al titolo V della Costituzione (riscritto dal governo D’Alema), le scuole verranno affidate a veri e propri consigli di amministrazione, responsabili in tutto e per tutto della gestione degli istituti e dell’amministrazione dei fondi che lo Stato affiderà loro.
Una novità inaudita nel monolitismo dello Stato italiano: ciascun Consiglio, di «non più di undici membri», «delibera il regolamento relativo al proprio funzionamento, comprese le modalità di elezione, sostituzione e designazione dei suoi membri». Tradotto: non sarà il ministro a decidere se in tutte le scuole della Repubblica dovranno esserci due o tre insegnanti, due o tre genitori, due o tre bidelli, con le relative infinite discussioni che negli anni passati hanno bloccato ogni iniziativa analoga; ma ciascuna scuola valuterà la composizione del proprio Consiglio, che potrà comprendere anche «rappresentanti delle realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi».
Come a dire: siete maggiorenni, siete in grado di valutare da soli quale sia l’assetto più funzionale e magari di cambiarlo, in tempi ragionevoli. Accanto al Consiglio di amministrazione, il Collegio dei docenti, che si dota da sé di un regolamento che ne determini il funzionamento, e un «nucleo di valutazione dell’efficienza, dell’efficacia e della qualità complessive del servizio scolastico», composto da «docenti esperti» e anche da «membri esterni». Anche qui la composizione è lasciata
alle singole scuole.
Tanto più decisiva la riforma degli organi di governo in quanto la legge prevede che le risorse necessarie al funzionamento delle scuole – tutte, da quelle per riparare il tetto a quelle per pagare i docenti – siano conferite tramite le Regioni a ciascun istituto, «sulla base del criterio principale della “quota capitaria-, individuata in base al numero effettivo degli alunni iscritti a ogni istituzione scolastica, tenendo conto del costo medio per alunno, calcolato in relazione al contesto territoriale, alla tipologia dell’istituto, alle caratteristiche qualitative delle proposte formative, all’esigenza di garantire stabilità nel tempo ai servizi di istruzione e di formazione offerti, nonché a criteri di equità e di eccellenza». I protagonisti, in pratica, sono gli istituti, lo Stato fa un passo indietro: qui ci sono le risorse, nessuno ha ricette magiche, ciascuno provi la sua ipotesi, sarà la realtà delle cose (la soddisfazione di studenti e famiglie) ad indicare quali sono le migliori, e a dirottare automaticamente con la propria scelta le risorse verso le soluzioni più efficaci. Recita il Pdl 953: «Ogni istituzione può decidere, in base ad una valutazione delle circostanze che è lasciata a ciascuna realtà – costituirsi in fondazione, con la possibilità di avere partner che ne sostengano l’attività», partecipando anche ai suoi organi di governo. È quel che nei paesi che ci sorpassano nelle classifiche Ocse-Pisa avviene abitualmente, è quel che già oggi le scuole più attente al rapporto col territorio, cioè al futuro vero dei propri studenti, cercano di fare, aggirando i mille bastoni che la normativa attuale mette tra le ruote della collaborazione col mondo reale, stando attenti però nel creare il giusto equilibrio. Studenti, famiglie e insegnanti attenti alla realtà dei fatti sanno bene che il rapporto col mondo imprenditoriale significa miglioramento della qualità dell’offerta formativa.
Non c’è cosa più frustrante, oggi, per un’insegnante, di vedersi trattato allo stesso modo di tutti gli altri, qualunque sia il proprio impegno. Dovunque – negli altri settori e nelle scuole di altri paesi – chi lavora bene è premiato. Solo nella scuola italiana questo non avviene. Con la nuova legge la professione docente è articolata in tre livelli (docente iniziale, docente ordinario e docente esperto) a cui corrisponde un distinto riconoscimento giuridico ed economico della professionalità maturata. La formazione degli insegnanti avverrà nei corsi di laurea magistrale e nei corsi accademici di secondo livello, con la previsione di un periodo di tirocinio e la creazione di un albo regionale da cui attingere. Sono previste valutazioni periodiche dei docenti, in base all’efficacia dell’azione didattica.
Dulcis in fundo, viene istituita un’area contrattuale della professione docente. Vale a dire: il contratto degli insegnanti sarà scorporato da quello di segretari e ausiliari ( personale ATA ), mestieri indispensabili ma di natura differente. Scompariranno le attuali rappresentanze sindacali d’istituto (le famigerate Rsu) in cui sono anche i degnissimi ATA a decidere come vanno ripartite anche fra gli insegnanti le (poche) risorse aggiuntive. La scuola avrebbe bisogno di rivedere profondamente gli assi culturali su cui poggia la relazione didattica, molto se n’ è detto, ben poco è stato fatto, avrebbe bisogno di attivare concretamente e rapidamente gli strumenti valutativi che le permettano una vera responsabilizzazione e autonomia professionale, avrebbe bisogno di far crescere una vera cultura dell’autonomia a dispetto delle intrusioni burocratiche, avrebbe bisogno di un investimento vero in risorse umane ed economiche.
Aldo ficara
