Con la realizzazione del ponte sullo stretto, molti cittadini non sarebbero
sicuramente interessati dalla grande opera, anzi, mancherebbero proprio i pendolari più regolari, quelli a cui il ponte avrebbe dovuto fare un gran favore, cioè agli abitanti di Reggio, di Villa, e di Messina i quali avrebbero gli accessi alle rampe del ponte talmente lontani dai rispettivi centri abitati da dover preferire comunque e sempre il vecchio traghetto o gli aliscafi. Il ponte per queste persone non è sicuramente una valida alternativa. Inoltre questi -grandi ingegneri- sono certi che in caso di sisma il ponte resisterebbe? Il 28 dicembre scorso è stato celebrato il centesimo anniversario del più forte terremoto mai subìto a memoria d’uomo, dall’intero bacino del Mediterraneo. Reggio Calabria e Messina furono rase al suolo da un sisma di XI-XII grado della scala Mercalli, che causò la morte di 100.000 persone con conseguente maremoto. Siamo veramente sicuri che il rischio di costruire una struttura del genere nella zona a più elevata sismicità del Mediterraneo sia sufficientemente basso? Reggerà nel tempo un ponte di 3.360 metri di lunghezza a campata unica che è stato commisurato a magnitudo 7,1 Richter, visto che alcuni esperti hanno segnalato che il prossimo sisma potrebbe essere ancora più forte di quello del 1908? Per non parlare poi dello sconvolgimento idrogeologico che sarebbbe a dir poco catastrofico! Si tratterebbe prima di tutto di impiantare ad oltre 50 metri di profondità, due piloni alti quasi 400 metri per un totale di circa 500.000 metri cubi di cemento. Per fabbricare tutto quel cemento poi, ci vuole il calcare che deve venire dalle zone vicine, il che significa aprire decine di nuove cave nell’area dello stretto con sfregio ambientale irreversibile di intere colline e versanti, fino allo stravolgimento vero e proprio della carta topografica. Nello scavare le due fosse, si tirerebbero fuori otto milioni di metri cubi di terra, sabbia, ghiaia, e detriti rocciosi. Ma dove verrebbero smaltiti questi materiali? E in quanto tempo? E con quali mezzi? Inoltre lo scavo del pilone
siciliano comporterebbe secondo gli studi idrogeologici il prosciugamento del lago di Ganzirri. Infine bisogna tener conto anche di un territorio oltremodo
vulnerabile. La messa in sicurezza del territorio non dovrebbe venire prima della costruzione di qualsiasi opera? Non sarà il caso di farsi sfiorare dal dubbio che ci sia un impiego migliore di tutti quei miliardi? E allora, se i dubbi di natura tecnica e scientifica sono così numerosi, se il buon senso è venuto drammaticamente a mancare, e tutti, Governo in primis, sono spinti dalla mania di grandezza, se non ci sono evidenti benefici e vantaggi per le popolazioni locali, è lecito chiedersi: a che cosa serve il Ponte sullo Stretto di Messina? Non sarebbe più utile per la Calabria e la Sicilia convogliare le immense risorse del ponte per lo sviluppo di un territorio che necessita come il pane di strutture e di servizi? Pensiamoci tutti, e pensiamoci ora, prima che sia troppo tardi! Un cordiale saluto.
Emanuele Ferrara da Prato
