Il sordo stridio che proviene dal cuore delle nostre automobili, logorate e sfinite dagli accidenti delle strade che percorrono, un giorno coprirà persino il fastidioso quanto comune rumore del solito traffico. Pezzi meccanici allo sbando che si lamentano invano, respirando qualche metro di rotolamento puro, per ripiombare presto nell’abisso delle voragini. La scoperta del sottosuolo, degli strati successivi del passato operaio che ha coperto i nostri viali, è un’esperienza che pochi hanno il privilegio non solo di immaginare ma perfino di sperimentare. Ma noi messinesi abbiamo prerogative ulteriori. Per giorni e giorni abbiamo vissuto momenti, o meglio, ore indimenticabili. Abituati alle buche ormai note, eravamo capaci di evitare le più grandi per affrontare le meno insidiose. Provetti slalomisti, abituati a non parlare con i nostri passeggeri perché troppo impegnati a imprecare, avevamo raggiunto una certa abilità nella scelta delle traiettorie migliori, quando, a un certo punto, la chiusura-del-Boccetta ha scatenato reazioni delle quali nessuno di noi si sentiva capace. Aggrappati a speranze impossibili le abbiamo tentate tutte per arrivare in tempo agli appuntamenti di lavoro, per non fare incavolare mogli, mariti, figli, … amanti … e così abbiamo scoperto strade nuove, buche nuove e nuove imprecazioni. Le abbiamo tentate tutte, ma le ore passavano inesorabili e incuranti della nostra premura. E ci siamo accorti che, una volta tanto, non ci sono figli e figliastri, ma tutti, davvero tutti, in ogni angolo della città percorso alla ricerca di inesistenti scorciatoie, abbiamo le nostre belle buche da scansare. Evviva l’uguaglianza.
Un giorno poi accadrà, inevitabilmente, che, con grande pubblicità e ovvia evidenza, quei baratri ai quali ci eravamo persino affezionati, vigilando la loro evoluzione, accompagnando la loro crescita, intuendone la presenza sotto la pioggia, scompariranno, sostituiti da un tappetino di asfalto nuovo di zecca. E noi messinesi che, buoni come siamo, dimentichiamo in fretta, troppo in fretta i troppi torti subiti, e dimentichiamo facce, nomi e cognomi di chi, con troppa disinvoltura e altrettanta incompetenza ci ha promesso mari e monti, saliremo soddisfatti sulle nostre automobili sfrecciando per le vie cittadine, ubriachi dell’odore di nuovo. E cercheremo un bellissimo parcheggio in seconda fila (perché “tanto di qua i vigili non passano mai”) per andare a prendere un caffè (“adesso il tempo ce l’abbiamo”) e discutere con l’avventore di turno “di quanto i ficiru beddi sti stradi”.
E, con un amaro sorriso, avanti ancora.
