Nel suo ultimo libro, il critico letterario Giulio Ferroni rievoca i miti e scrive un "Panegirico dello Stretto" opponendosi alla grande opera
Anche la letteratura contro il progetto ponte sullo Stretto. Così viene descritto il nuovo libro del critico letterario Giulio Ferroni dal titolo emblematico “Tra Scilla e Cariddi. Panegirico per lo Stretto” (Editori Laterza): “Dal passaggio di Ulisse tra Scilla e Cariddi alle varie riprese del mito, con i transiti succeduti nel corso del tempo, fino ad altri racconti e ad altri sguardi che la letteratura ha fissato sullo Stretto. Dalla fiaba di Colapesce agli esiti della moderna letteratura siciliana, fino a quel capolavoro novecentesco che è Horcynus Orca: Giulio Ferroni, finissimo letterato, scrive un panegirico per lo Stretto a mostrare l’offesa che l’idea stessa di un ponte porta al lascito del passato e a tutta la vita presente”.

Per lo scrittore Emanuele Trevi, quello di Ferroni è “un appassionante saggio. La necessaria base di partenza di una proposta concreta di azione civile che comporta l’attribuzione di un profondo senso morale alla condizione di eredi di un passato così straordinario sotto ogni profilo”. Un modo per opporsi a “una cultura predatoria”, che agisce con “la complicità delle nuove tecnologie” (“La Lettura” del Corriere della Sera, 26 luglio 2026).
Il no al ponte: “Preoccupazione per il danno ambientale, storico e civile”
L’autore “dichiara, fin da subito, che il libro nasce da una preoccupazione e da un disappunto: preoccupazione per il danno ambientale, storico, civile, che costituirebbe il progettato ponte sullo Stretto. Disappunto (salvo poche eccezioni) per l’indifferenza degli intellettuali di fronte a questa violazione di un luogo capitale dell’identità italiana ed europea, del mito classico, della bellezza, della storia, del lavoro e del dolore umano. Il libro intende mostrare come l’idea stessa di un simile ponte, tanto più nelle tragiche circostanze che il mondo sta vivendo, rappresenti profanazione del lascito del passato e del presente. Non un ‘volano dello sviluppo’, come si sente ripetere, ma un’alterazione definitiva di un habitat naturale e storico, che va difeso fino in fondo. Mito, storia, letteratura, vengono convocate come segni necessari di resistenza alle offese che oggi aggrediscono la natura e la vita”.
Le suggestioni dello Stretto e l’incognita ponte
Nell’ambito della suggestione letteraria vengono in mente pure le riflessioni del gesuita e teologo Antonio Spadaro nel suo libro “La Sicilia è un sentimento. Viaggio sul limite dello stretto” (Touring Club Italiano) e sul quotidiano “L’Avvenire” (25 agosto 2025): “La questione tecnica diventa secondaria rispetto alla questione culturale, che appare trascurata e forse umiliata: se perdiamo il senso e il “genio del luogo” cancelliamo la forza della cultura e delle identità. I progetti di ponte sullo Stretto incarnano l’impulso a risanare artificiosamente lo strappo con una protesi impoetica che riduce l’alterità, annullando il senso stesso di quel tratto di mare, cancellandolo. Lo Stretto di Messina, con la sua alterità visibile e irriducibile, con il suo traffico reciproco e la sua memoria mitica, ci insegna che qualunque forma di collegamento tra le sponde deve rispettare la distanza che attraversa”.


Quanti luoghi naturali meravigliosi sono stati deturpati dall’uomo per costruire le città dove oggi vive? Il luogo dove oggi sorge Messina, ma potrei citare migliaia di altre città come Milazzo per esempio, sono di una bellezza devastante a livello ambientale e paesaggistico, quindi non sarebbero dovute sorgere per preservare l’ambiente, giusto? Eppure a Milazzo è stata costruita persino una raffineria. Questo è un vero schifo! Non un ponte.
Rispetto tutte le opinioni e non dico che sia giusto o sbagliato, ma c’è un prezzo da pagare per il progresso.
Per preservare questi luoghi l’uomo avrebbe dovuto continuare a vivere nelle caverne, vivere come fanno tutte le creature della terra che non costruiscono città ma tane e nidi.
Quindi mi chiedo, che senso ha oggi continuare ad avercela con un ponte quando tutto è già stato compromesso perché fa parte della natura dell’uomo costruire? Nessun senso. Chi pensa il contrario è un utopista.
D’accordissimo con Antonio,l’Italia non progredisce perchè ci sono ancora questi signori che pontificano continuamente,e con i quali il modo sarebbe fermo all’era paleolitica.Purtroppo in Italia non si cerca petrolio,non si cerca gas,il nucleare non ne parliamo,però ci lamentiamo quamdo ci artriv ano le bollette,questa è l’Italia,questi sono gli Italiani,ed ecco perchè siamo una nazione arretrta.
Infatti perché continuare a costruire , continuare a compromettere, perché si è già fatto. Perché non vedere oltre,cambiare strada, conservare quanto di bello abbiamo, come si a non capire cosa verrebbe distrutto, forse ancora una volta,dopo il 1908, la nostra stessa identità che nel bene e nel male,si rispecchia nelle acque sacre dello Stretto.
Anche nel 1909, dopo il terremoto, si propose di radere al suolo ciò che era rimasto e di lasciare al posto di Messina solo un unto di raccordo ferroviario per il traghettamento, “tanto ormai è tutto distrutto…” Invece qualcuno disse di no. Perché il salvabile si può salvare. Anche lo Stretto.
L’ autore del volume dimostra di vedere lontano e di non essere ingannato da specchietti per le allodole. Il ponte non è una panacea, anzi…