Il professore Giovanni Randazzo indica soluzioni possibili per la zona ionica del Messinese in linea con il dossier di Legambiente
MESSINA – Quale ricostruzione dopo gli enormi danni provocati dal ciclone Harry? Giovanni Randazzo, professore ordinario di Geologia ambientale e dinamica costiera dell’Università di Messina, suggerisce soluzioni che evitino gli errori del passato nel rispetto dell’ambiente.
Professore Randazzo, “Il ciclone Harry: cronaca di un disastro annunciato e della gestione fallimentare del litorale ionico” s’intitola il dossier di Legambiente, che ha appena presentato. Che ne pensa del punto di partenza dello studio?
“Lo condivido in pieno. E deve servire da stimolo per le amministrazioni”.

Lei stesso ha evidenziato, in un intervento, che il problema sorge laddove si è tentato di “ingabbiare” la costa: “L’erosione ha colpito duramente le piazzette aggettanti dei lungomari e i tratti adiacenti alle strutture artificiali”. Quali sono allora le soluzioni per evitare che si ripetano gli errori attuali, dato che gli eventi climatici fuori dall’ordinario sono destinati a ripetersi?
“La costa, per come l’abbiamo immaginata finora, non potrà reggere agli effetti dei cambiamenti climatici che si manifesteranno con mareggiate sempre più frequenti e di maggiore intensità. Per quanto riguarda la fascia jonica sarebbe utile trovare un’alternativa a quella che oggi è la tangenziale costiera jonica che passa per i lungomari. I lungomari dovrebbero essere riportati a livello del mare, vegetati e destinati all’uso ludico e ricreativo delle spiagge”.
Un primo passo importante per avviare bene la ricostruzione?
“Sarebbe utile rivedere i Piani di utilizzo del Demanio marittimo, rivedendo la tempistica delle concessioni e assicurandosi che siano assolutamente rimovibili. Evitare qualsiasi intervento che non sia inserito correttamente nell’intera unità fisiografica che va da Capo Sant’Alessio a Capo Scaletta. Realizzare un masterplan (documento di pianificazione strategica a lungo termine, n.d.r.) complessivo per l’intera area potrebbe servire a dare le regole per operare sotto comuni regole di buon senso”.
Ed ecco le proposte di Legambiente Sicilia per la ricostruzione:
- “Riforma della L.R. 78/76. Modificare l’art. 15 eliminando l’eccezione per le “Zone B”. Il rispetto
della fascia di 150 metri deve essere assoluto, tanto più a ridosso delle zone classificate R4 (rischio
molto elevato) dal Pai Coste. È un provvedimento a costo zero. - Demolizione delle opere abusive realizzate entro i 150 metri dalla battigia.
- Incentivi all’arretramento. Finanziare l’arretramento volontario degli immobili danneggiati.
Non è un sussidio, ma un investimento a lungo termine per non lasciare alle future generazioni il
conto di una difesa insostenibile. - Opere flessibili. Dove la difesa è indispensabile e l’arretramento impossibile, utilizzare solo opere
rimovibili o adattabili, rinunciando a strutture rigide che riflettono le onde. - Ripensamento viabilità costiera. Ricondurre alla loro funzione di passeggiata lungomare le
attuali strade tangenziali in frangia alla spiaggia, adattandole ed eliminando gli aggetti. - Pianificare un riassetto della viabilità a monte, integrandola con quella principale già esistente
- (la S.S. 114 e l’ Autostrada A18).
- Riequilibrio sedimentario. Riattivare la capacità di trasporto dei sedimenti da parte dei corsi
d’acqua, compromessa dalle “sistemazioni idrauliche” che impattano sull’alimentazione dei litorali. - Strutture per la balneazione e per attività connesse, effettivamente stagionali, quindi da rimuovere
a fine stagione estiva. - Concessioni e autorizzazioni demaniali: da rilasciare solo in presenza di Pudm (Piano di utilizzo
del demanio marittimo), che deve essere redatto secondo obiettivi di adattamento ai cambiamenti
climatici e minimizzazione dell’occupazione delle spiagge demaniali. - Rimozione dei servizi a rete (acquedotti, fognature, ecc.) dalle spiagge e dalle aree soggette a
erosione meteo-marina”.
