Italia, Paese delle corporazioni che aspirano a diventare caste
Perdonate lo sfogo che sconfina ampiamente nel populismo, ma ne abbiamo le tasche piene.
Dopo i magistrati, i notai, i giornalisti, gli avvocati, i farmacisti, i medici e tante altre corporazioni – spudoratamente protette da onnipotenti Ordini, Associazioni e lobby più o meno ufficiali -, pronti a protestare appena si tocca qualcuno dei loro sostanziosi privilegi, in un momento in cui (l’altra) mezza Italia è a rischio di licenziamento, i lamenti dei lavoratori dello spettacolo legati ai tagli del Fus (Fondo unico per lo spettacolo), ci fanno venire il mal di stomaco.
Certo, i tagli sono significativi: 550 milioni in 3 anni, una riduzione da 567 a 378 milioni nel solo 2009, ma sono inerenti a somme che, per la maggior parte, finiscono nelle tasche di chi non si può certo definire bisognoso.
Abbiamo ancora nelle orecchie le patetiche giustificazioni di Iva Zanicchi – assenteista a Strasburgo a causa di un contratto per una serie di spettacoli, firmato prima dell’elezione a parlamentare europeo che le impediva di partecipare alle sedute -, a maggior ragione non possiamo che restare basiti di fronte al grido di dolore dei vari Barbareschi, Melandri, Carlucci, Veltroni, Monicelli, Verdone e compagnia … cantante.
C’è chi minaccia lo sciopero fiscale (come se i 400 milioni di IVA che gli spettacoli fruttano all’erario li pagassero gli artisti) e chi si dichiara pronto a bloccare la Mostra del Cinema di Venezia (tragedia epocale, rispetto alla quale la possibile chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese diviene una bazzecola).
Tutti però unanimi nel riconoscere che bisogna cambiare radicalmente il (vergognoso) sistema di erogazione dei fondi.
Il che, tradotto in linguaggio popolare, vuol dire che da decenni si fa uso e abuso delle risorse pubbliche, finanziando – praticamente a fondo perduto – con milioni di euro spettacoli di bassa qualità, disertati dal pubblico pagante.
O fiction televisive con i soliti noti che parlano in romanesco.
Per non parlare del denaro che finisce per saldare conti che con l’arte non c’entrano nulla.
Una previsione? Si attiverà Gianni Letta, potentissimo esponente del partito romano – artisti, produttori, maestranze e affini vivono per il 90% nella capitale ed è lì che vanno a finire i soldi del fondo -, ormai così trasversale a tutti i gruppi politici da avere sostenitori persino nella Lega della fu Roma ladrona.
Da buon emulo di Richelieu, Letta convincerà Berlusconi e Tremonti a ricostituire, più o meno per intero, il fondo; col tacito appoggio dell’opposizione.
Nel nome della libertà della cultura, una delle tante libertà di … di marxiana memoria che, anche per la sinistra di oggi, sono prioritarie rispetto alle libertà da … i bisogni.
