E’ trascorso un anno dal giorno della collisione fra il Segesta Jet e la portacontainer Susan Borchard ma il ricordo di quei drammatici momenti è ancora vivo. La sensazione di trovarsi su quel rottame galleggiante, il buio, la paura di colare a picco, di non farcela, spesso fanno capolino.
Antonino Vazzana, 40 anni è uno dei 151 passeggeri che quel pomeriggio si trovavano sul Segesta Jet. Pendolare anche lui, come molti di quelli che si trovavano sul monocarena. Vive a Messina ma ogni giorno sbarca a Reggio dove lavora come impiegato in una società privata. Anche quel 15 gennaio, alle 17,05 si è imbarcato sul Segesta per tornare a casa. Pochi minuti dopo si è rischiata la più grande catastrofe mai avvenuta nello Stretto: “A pensarci oggi –racconta Nino Vazzana- mi sembra così strano. Ho la sensazione di aver vissuto la scena di un film, uno di quelli di azione in cui l’aereo sta per cadere o la nave sta per affondare e tutti urlano, scappano, il terrore della morte li pervade. Oggi posso dire di essere un miracolato, come tutti i sopravvissuti. Quel giorno, per come sono andate le cose, potevamo morire tutti e non solo i quattro membri dell’equipaggio, vittime innocenti di quella disgrazia-.
– Cosa ricorda del momento della collisione?
“Ero seduto nella fila centrale del Segesta, poco più avanti della porta. Stavo leggendo il giornale quando all’improvviso ho sentito una botta fortissima. Subito ho pensato che avessimo urtato qualcosa, uno scoglio o addirittura che fossimo finiti contro la Madonnina del porto. Mi ricordo che sono finito per terra, si sono spente le luci e siamo rimasti nel buio più pesto. Non si vedeva niente, sentivo solo le urla della gente e i lamenti dei feriti. Ho provato a rialzarmi ma ero tutto indolenzito. Così mi sono trascinato fino al portellone centrale-.
– Nell’oscurità cosa riusciva a vedere?
“Poco, più che altro sentivo e questo accresceva il panico perché ancora non capivamo cosa fosse accaduto. Per prima cosa mi sono tolto il giubbotto ed ho cercato il salvagente ma ho dovuto fare tutto da solo perché il personale di bordo era in cabina e non sapevamo, fra l’altro, che c’erano dei morti. Dei carabinieri e dei poliziotti che viaggiavano con noi si sono attivati per chiamare i soccorsi con i telefoni cellulari ed aiutavano i feriti. Poi qualcuno ha aperto il portellone del Segesta ed abbiamo capito. La prua della nave si era conficcata all’interno dell’aliscafo, squarciandolo quasi a metà. La cabina era completamente schiacciata e si è capito subito che lì era successo qualcosa di terribile. A questo punto la Borchard ha acceso le luci, ha lanciato alcuni battelli di salvataggio ed abbiamo cominciato a prendere coscienza-.
– Lei cosa ha fatto a quel punto?
“Sono uscito fuori ed ho atteso che arrivassero i soccorsi mentre tutto intorno a me c’era una grande confusione anche perché non era scongiurato il rischio di affondare. Per fortuna i soccorritori sono arrivati immediatamente. Dopo dieci minuti dalla collisione già alcuni elicotteri volteggiavano sulle nostre teste. Subito dopo sono arrivate le pilotine. Sulla prima hanno fatto imbarcare i feriti più gravi, le donne ed i bambini. Io sono salito sulla seconda e mi hanno condotto alla Capitaneria di porto di Messina e da lì in ospedale. Devo dire che anche in questa fase tutto ha funzionato a meraviglia. Mi hanno fatto gli accertamenti e dopo circa un’ora mi hanno dimesso. Se c’è stata una cosa positiva quella sera è l’aver constatato che la macchina dei soccorsi ha funzionato brillantemente-.
– Lei si è fatto un’idea sulla dinamica dell’incidente?
“Francamente non ho un quadro molto chiaro della situazione. Quando sei sull’aliscafo non stai lì a guardare le navi che transitano o le precedenze. Quando mi hanno interrogato ho detto di aver avuto la sensazione che l’aliscafo abbia compiuto una virata e che si fossero spenti i motori. Ma non potrei giurarci-.
– A distanza di un anno quali ferite sono rimaste dentro di lei dopo un’esperienza così drammatica?
“I primi tempi sono stati un incubo. Per dieci giorni non sono uscito di casa e restavo sempre a letto. Oggi stranamente non ho paura di salire sull’aliscafo ma ho il terrore di prendere l’aereo. Quel luogo chiuso, quei sobbalzi mi riportano alla mente l’incidente. Certo quando siamo in mezzo allo Stretto e c’è un po’ di mare o qualche rumore sospetto sobbalzo ancora. Ma tutto sommato a me è andata di lusso. Purtroppo quattro lavoratori non ce l’hanno fatta ed oggi i nostri pensieri doverosamente saranno interamente rivolti a loro-.
