Costretto a difendersi ad oltre 1200 chilometri da casa. Disavventura ma a lieto fine per un imprenditore reggino
Un lungo calvario iniziato nel 2017 e terminato con l’assoluzione, lo scorso 5 luglio, per non avere commesso il fatto. Vittima del gioco perverso di alcuni, il titolare di una nota e apprezzata attività imprenditoriale del settore auto a Reggio Calabria che ha vissuto anni da incubo. Ad oltre 1200 chilometri di distanza dalla sua Reggio, innanzi al Tribunale di Treviso, è terminato il lungo iter giudiziario che ha visto coinvolto anche il coimputato dall’accusa di aver frodato una società di assicurazioni auto inoltrando richieste di risarcimento danni per un sinistro automobilistico mai verificatosi.
Una vicenda che si sarebbe potuta arrestare con l’archiviazione e che invece ha fatto si che l’imprenditore venisse iscritto nel registro degli indagati accusato di aver truffato la Generali Assicurazioni S.p.a. Ma ad essere imbrogliato, invece, è stato proprio lo stesso imprenditore. Infatti, è stato lui, all’indomani dell’avviso delle conclusioni delle indagini preliminari, a sottoporsi immediatamente a interrogatorio, producendo documentazione utile alla ricostruzione del reale verificarsi degli accadimenti.
Decisiva è risultata essere poi la consulenza tecnica del grafologo forense, Vincenzo Comi e, ancor di più, l’esame dello stesso consulente che innanzi al Tribunale di Treviso ha offerto una puntuale e convincente dimostrazione scientifica del fatto che le firme apposte non potessero essere riconducibili alla mano dell’imputato. L’ulteriore prova documentale riversata in atti dagli avvocati Sergio Laganà e Giuseppe Zampaglione e le testimonianze assunte dalla difesa hanno palesato, anche sotto il profilo della prova logica, l’inconsistenza degli addebiti mossi.
