L'autore ed il coprotagonista si sono ritrovati insieme, per discutere l'esperienza della trasposizione da due diversi punti di vista.
Confronto stuzzicante quello avvenuto, lo scorso sabato 1 Febbraio presso il Teatro Vittorio Emanuele, tra Mimmo Gangemi e Maurizio Marchetti. Autore ed attore si sono ritrovati insieme per presentare l’uscita della fiction “Il giudice meschino” (in onda su Rai 1 tra il 3 e il 4 Marzo), tratta dall’omonimo romanzo di Gangemi, nella quale Marchetti ricopre il ruolo di coprotagonista. I due hanno così avuto modo di descrivere l’esperienza della realizzazione, ciascuno dal proprio personalissimo punto di vista. Per Gangemi, che ha assistito alle riprese ricoprendo un ruolo di consulente (oltre che apparire in un cammeo, come ha raccontato con divertita ritrosia), la trasposizione cinematografica di un’opera letteraria era un’esperienza nuova, alla quale ha preso parte con viva curiosità. Un’occasione, per l’ex ingegnere calabrese, per scoprire i meccanismi di un’arte tanto differente da quella letteraria, ma altrettanto affascinante. Egli ha reso partecipe il pubblico in sala del suo stupore, di fronte ad alcune differenze sostanziali; ad esempio il tempo creativo, molto più rapido nel cinema, così come la costruzione delle scene, apparsagli un po’ meccanica nell’infinita ripetizione di una singola sequenza. Di contro il processo creativo della scrittura, ha spiegato Gangemi, è molto più lento, metodico, quasi enfatico. L’autore ha anche messo a confronto la ricezione emotiva del pubblico di fronte ai due diversi tipi di proposta. Anche in questo caso, egli afferma, il cinema si distingue per l’immediatezza. L’emozione, se ben costruita, attraversa lo schermo in un lampo e si abbatte di colpo sull’animo impreparato dello spettatore. Nella lettura, invece, la riceviamo a ondate, la cui frequenza è legata al modo in cui il lettore reagisce agli eventi mentre li legge. E’ ciò a determinare la rapidità con cui si decide di voltare pagina e proseguire nella lettura, di lasciarsi sopraffare o meno dagli eventi narrati. Lo scrittore calabrese non ha potuto evitare di sottolineare la sofferenza causatagli da taluni tagli subiti dalla sua creazione, pur riconoscendoli come necessari per la resa televisiva. In ogni caso si è definito soddisfatto, tanto per la riuscita della trasposizione, quanto per l’interpretazione data da Marchetti del personaggio del boss don Mico Rota. Dal canto suo l’attore, che si è autodefinito “un appassionato di teatro di matrice letteraria”, ha voluto insistere sulla necessita, quando si traspone un opera letteraria al cinema o in teatro, di riuscire a cogliere l’anima, lo spirito dell’autore, pur presentandolo sotto un’altra veste. Se l’autore continua a rispecchiarvisi, anche in un contesto creativo che si concede molte licenze, si può dire che l’esperimento sia riuscito. A conclusione della dialettica tra i due ospiti, si è aperto un interessante dibattito con il pubblico circa il fatto che, all’epoca in cui è ambientato il romanzo, la mafia fosse considerata quasi un’autorità, alla pari se non al di sopra di quella statale: un organismo governativo interno, capace di risolvere quelle questioni delle quali lo stato si disinteressava. A chiusura dell’incontro, infine, l’attenzione è stata riportata sulle due forme d’arte, a sottolineare la bellezza di ciascuna nelle rispettive peculiarità.
