In scena a Messina, dall'intensa drammaturgia di Joppolo, regia convincente di Bonaventura e cast brillante. Da vedere
MESSINA – Dall’1 all’11 aprile, con eccezione del periodo dal 4 al 6, sempre in serale, “I Carabinieri – Farsa sulla guerra” in scena a Messina. Uno spettacolo programmato presso la Saletta Laudamo, al di fuori dell’odierna stagione teatrale del Vittorio Emanuele, la riuscita produzione Teatro di Messina-Centro di Produzione Teatrale, tratta dalla intensa drammaturgia di Beniamino Joppolo, con la convincente regia di Roberto Zorn Bonaventura, che ha diretto con arguzia una congerie di interpreti. Così Monia Alfieri, Marina Cacciola, Gianluca Cesale, Gerri Cucinotta, Vincenzo Palmeri, Antonio Previti e Damiano Venuto, riuniti in un brillante e coeso cast, hanno saputo ricoprire i rispettivi ruoli in guisa davvero magistrale.
La profondità dello script, punteggiata dalla sua messa in scena in questa nostra contemporaneità, ove l’evocazione degli scenari bellici ha trovato tristo riscontro reale, ha reso la performance davvero densa e necessaria per lo sguardo critico e beffardo con cui si è concepito il formale e ipocrita meccanismo organizzativo sottostante.
La guerra, come riporta fedelmente l’abstract registico “quel fatto che uno avanza e ammazza i nemici”, è stata infatti ben orchestrata, contenendo in sé l’illusione dell’esistenza di una logica ricompensatoria, “id est” che i conquistatori possano esercitare un diritto, siano in grado di ammaestrare la violenza ed abbiano necessità dunque del nostro consenso. Il tutto è apparso ironicamente razionale, come calzante è stato il richiamo dei carabinieri alla belligeranza quale investimento futuro con insita possibilità di riscatto, come riportato addirittura in una redazione contrattuale sottoscritta.Tutto è stato assurdamente e ritualmente preparatorio dell’irreparabile, dello schianto inevitabile. Il conflitto bellico, tutti i conflitti bellici, affondano in congegni di tal fatta, ove le parole, se ben argomentate, fanno germinare pericolose illusioni che tutto travolgono lasciando gli eroi senza cittadinanza. Ecco la famiglia umile, con il capofamiglia scomparso “per morte naturale”, la madre in costante contatto con la sua immagine in foto, i figli Michelangelo e Leonardo, destinati per chiamata del Re, attraverso i due Carabinieri, a combattere contro i nemici del sovrano e la più giovane, Anna, quali vittime naturali di un sistema schiacciante.
Dopo il conflitto, che causerà ai due giovani lesioni gravissime, senza che ne abbiano riportato alcun vantaggio, sarà la volta della rivoluzione contro il monarca perdente, e poi di un nuovo conflitto, e saranno ancora e sempre penalizzati.
Le scene sono state essenziali ma di gran significanza, con al centro una grande cornice turchese, ad evocare la presenza del defunto quale nume tutelare familiare, con a lato un grande tamburo, e davanti una poltroncina rossa destinata alla vedova, sulla destra tre sedie bianche, e sulla sinistra una panca, anch’essa bianca. Realizzati con cura i costumi di Cinzia Preitano, che è riuscita, entrando nella psiche dei personaggi attraverso una giusta ricerca, a srotolare l’intreccio e la storia in cui convergono i significati, dissezionando le componenti per immergersi in esse e reimmaginarle.Le rare musiche, alcune ben note, hanno evidenziato i momenti topici. Postremo devo richiamare il severo giudizio di un anti-militarista d’eccellenza, quale Bertolt Brecht, che ha asserito a riguardo, fra le altre riflessioni, “Il soldato prega più di tutti gli altri per la pace perché è lui che deve patire” e “La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state le altre guerre… Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente”.
Tornando all’amaro apologo joppoliano del1945, pubblicato solo a far data dal1959 e testo teatrale più noto del drammaturgo – che aveva quale primo titolo “I soldati conquistatori” – ambientato in un paesino siciliano nei primi del ‘900, è innegabile che questo esemplare di teatro letterario irriverente, il cui linguaggio immaginifico, colmo di suoni e pregno di slanci vitali, è piena espressione del genere in parola, è oggi più che mai moderno e ci parla anche delle guerre contemporanee: esse infrangono i diritti umani, esprimendo tutto il marcio di un sistema economico-sociale attraverso cui le grandi potenze dominanti hanno distrutto l’ordine internazionale.
Non posso, ancora, non fare cenno alla bella “piece” del 1962, diretta da Roberto Rossellini al Festival dei Due Mondi, con quella perfetta sua chiusa drammatica, le indovinate scene di Renato Guttuso e le persuasive interpretazioni di Pupella Maggio, Turi Ferro e Gastone Moschin, fra gli altri ed alla realizzazione nel 1963 del pervicace lungometraggio “Les Carabiniers” di Jean Luc Godard, su impulso dello stesso Rossellini.
Anche “I carabinieri” del 1994, con adattamento drammaturgico di Ninni Bruschetta e Francesco Calogero e direzione dello stesso Bruschetta, del cui cast hanno fatto parte Massimo Piparo e Maurizio Puglisi, ha espresso la giusta distanza dalla tragedia della guerra e dalla crudezza dei fatti concreti. Lo spettatore è stato chiamato, anche nella “mise en scene” attuale, ad essere parte attiva di questa visione critica, unitamente ad attori e regista ed a lui è stato lasciato lo spazio residuale-poetico, alla sua coscienza. E il folto pubblico ha espresso convinto gradimento verso questo spettacolo che ha toccato inevitabilmente e con forte impatto le nostre corde più intime.
