Il disastro nel Messinese, ecco perché il ciclone Harry è stato così distruttivo FOTO

Il disastro nel Messinese, ecco perché il ciclone Harry è stato così distruttivo FOTO

Daniele Ingemi

Il disastro nel Messinese, ecco perché il ciclone Harry è stato così distruttivo FOTO

mercoledì 21 Gennaio 2026 - 14:00

Nell'analisi dell'esperto Ingemi le ragioni della violenta mareggiata. Trasformato il Mar Ionio in un'arena di onde oceaniche. Con altezze oltre i 9-10 metri

Quella del 20 gennaio 2026 verrà ricordata come una delle mareggiate più violente che abbiano colpito le coste ioniche della Sicilia orientale. Forse come intensità eguagliabile all’evento storico del 1985 e a quello del 1972. Superato di gran lunga l’evento del 13 gennaio 2009. Oggi abbiamo visto cosa è in grado di fare lo Ionio, eppure se pensate che questo sia l’evento limite possibile va detto che ci possono essere situazioni ancora peggiori di questa, che per fortuna hanno tempi di ritorno ultradecennali, se non secolari. Una data che rimarrà nella memoria collettiva delle comunità ioniche. Non sara’ facile da dimenticare.
Interi centri rivieraschi danneggiati e lungomari cancellati dal mare. L’area maggiormente colpita dalla mareggiata è quella che va dall’abitato di Scaletta Zanclea, poco a sud di Messina, fino alla costa Siracusana, dove interi tratti di lungomari sono stati distrutti, con danni ingenti a infrastrutture, strade e abitazioni.
Denominato “Ciclone Harry“, questo fenomeno ha trasformato il Mar Ionio in un’arena di onde oceaniche, con altezze che hanno superato i 9-10 metri, invadendo le aree costiere e lasciando una scia di distruzione. In questo articolo, analizzeremo le cause meteorologiche, i meccanismi scientifici che hanno reso l’evento così distruttivo e gli impatti specifici sulle zone colpite, basandoci su previsioni meteorologiche e osservazioni post evento.

La nascita di Harry

L’evento ha avuto origine da un profondo ciclone extratropicale formatosi sull’entroterra tunisino, a seguito dell’affondo di una saccatura atlantica fino al cuore dell’entroterra desertico algerino. Ma un ruolo decisivo è stato giocato dall’interazione tra la corrente a getto polare e quella subtropicale sull’Africa settentrionale.
Il ciclone, caratterizzato in realtà da due differenti minimi al suolo, che dalla Tunisia si muovevano verso il Canale di Sicilia e il Canale di Sardegna, si è spostato dalla Tunisia verso il Canale di Sicilia e di Sardegna, bloccato da un’area di alta pressione sull’Europa orientale.
Questa configurazione ha creato un gradiente di pressione superiore ai 40 hPa, con il minimo depressionario sotto i 995 hPa contrapposto a massimi oltre i 1040 hPa in Europa orientale. Di conseguenza, si sono attivati venti intensi da est e sud-est sullo Ionio, sulla Sicilia e sulla Calabria, con raffiche che hanno superato i 100 km/h e picchi locali fino a 120-150 km/h sui rilievi, come il monte Etna.
I venti dominanti sono stati quelli di Scirocco (da sud-est), lunedì 19, e Levante (da est) martedì 20 gennaio, originatisi in parte dal Peloponneso e dal mare a ovest di Creta, e in parte dalle coste della Cirenaica, in Libia.
Questi venti hanno soffiato per oltre 48 ore, trasferendo un’enorme quantità di energia cinetica alla superficie marina e generando un moto ondoso imponente. La mareggiata ha raggiunto il picco nella notte tra il 19 e il 20 gennaio, con onde di swell a periodi lunghi che si sono abbattute sulle coste esposte.

Perché le onde sono state così energetiche e distruttive?

La distruttività di questa mareggiata non è stata solo una questione di intensità dei venti, ma di una combinazione di fattori idrodinamici e meteorologici che hanno amplificato l’energia delle onde. Innanzitutto, il “fetch”, ovvero la distanza percorsa dal vento sulla superficie marina senza ostacoli, ha giocato un ruolo cruciale.
In questo caso, il fetch ha superato i 750 km, estendendosi dallo Ionio meridionale fino alle coste siciliane. Un fetch così ampio, unito a venti di forza tempesta persistenti per almeno 26 ore, ha permesso alle onde di svilupparsi pienamente, raggiungendo altezze significative di 6-7 metri e massime oltre i 10 metri. Queste “muri d’acqua” hanno colpito le coste con una forza erosiva enorme, devastando lungomari privi di barriere naturali.
Ma il vero elemento amplificatore è stato l’interferenza costruttiva tra due moti ondosi distinti. Il primo, più intenso, è stato generato dai venti di Levante e Scirocco attivi da oltre 48 ore (dalla serata di domenica 18) sullo Ionio centrale e meridionale.

Le onde anomale hanno formato muri alti fino a 10 metri, rendendo la mareggiata eccezionalmente distruttiva

A questo si è sovrapposto un secondo swell prodotto dai venti di Grecale (da nord-est) e Levante che, nella serata del 20 gennaio, hanno spazzato l’area tra la bassa Calabria, fino al Catanese. Quando due swell si sovrappongono in fase, ovvero con creste e cavi che coincidono, si crea un’interferenza costruttiva che amplifica l’altezza delle onde.
Questo è lo scenario peggiore per lo Ionio. Le onde anomale hanno formato autentici muri alti fino a 10 metri, rendendo la mareggiata eccezionalmente distruttiva. Video e fotografie dall’evento, come quelli ripresi a Aci Castello, Letojanni o Santa Teresa di Riva, testimoniano questi fenomeni, mostrando onde che si infrangono con violenza inaudita sulle strutture costiere.
In termini scientifici, l’energia di un’onda è proporzionale al quadrato della sua altezza: un’onda di 10 metri trasporta quattro volte l’energia di una di 5 metri. Inoltre, il periodo lungo delle onde (tipico degli swell oceanici) ha permesso loro di penetrare più in profondità nelle aree costiere, causando allagamenti e erosioni che hanno superato le difese umane.

Gli impatti sulle coste del Messinese ionico e catanese

Le coste della Sicilia orientale, esposte direttamente allo Ionio senza protezioni significative, hanno subito il peggio. Nel Messinese ionico, aree come Letojanni e Roccalumera sono state colpite da onde alte che hanno invaso lungomari e strade, allagando contrade e causando danni a strutture balneari.
A Letojanni, il lungomare è stato sommerso da onde potenti, con l’acqua che si è riversata nelle vie adiacenti.
Nel Catanese, la situazione è stata altrettanto drammatica. A Catania, il porto è stato travolto da onde che hanno allagato strade e travolto auto, con il lungomare Ognina trasformato in un fiume in piena. Aci Castello ha visto una super mareggiata abbattersi a tarda sera, con onde eccezionali che hanno eroso la costa rocciosa e invaso le aree urbane.
Fondachello, frazione di Mascali, ha riportato strade allagate e danni alle abitazioni, con il Mar Ionio che è entrato letteralmente tra le case. In tutta la provincia, si sono verificati allagamenti diffusi, con piogge intense che hanno aggravato gli effetti della mareggiata.

La lezione appresa da questo evento eccezionale

Questa mareggiata del 2026 non è un episodio isolato ma un evento avvenuto in nuovo clima, dove preesistono delle condizioni di base che possono intensificare i cicloni mediterranei e eventi estremi (fenomeni temporaleschi).
Le coste siciliane, vulnerabili per la loro esposizione e la mancanza dei sistemi dunali che un tempo esistevano su questi litorali, necessitano di interventi urgenti, come ripascimenti sabbiosi e opere di ingegneria naturalistica che possano ripristinare quegli ambienti costieri naturali, che un tempo ammortizzavano l’energia di queste tempeste.
Le previsioni accurate, come quelle emesse prima dell’evento, hanno permesso di mitigare alcuni danni ma la forza della natura ha dimostrato i limiti umani. Studi futuri su interferenze ondose e fetch potrebbero aiutare a prevedere meglio questi “mostri marini”, salvando vite e infrastrutture.

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