Continua la rubrica sulla città da riscoprire a cura del Comitato degli artisti e del collettivo Messina scrive
Testo di Alda Sgroi e disegno di Giuseppe Romano

MESSINA – Al centro della scena la “Messina abbandonata”. Un progetto corale nato dalla sinergia tra il Comitato degli artisti e il collettivo Messina scrive per riaccendere i riflettori su tredici tesori del patrimonio locale lasciati all’incuria. Un progetto che Tempostretto sposa: ogni settimana spazio a un tesoro messinese nascosto. Oggi il racconto si concentra su Palazzo Scardino a Maregrosso.
Se i muri potessero parlare: un racconto su Palazzo Scardino a Maregrosso
di Alda Sgroi
Quante volte avrete sentito dire – o l’avrete affermata voi stessi – la frase: “Ah…se i muri potessero parlare!”. Ogni edificio ha un’anima e una storia, più o meno interessante, da raccontare. Io di anime ne ho mille, una diversa per ogni epoca, e ho visto Messina, la mia controversa città, subire continue metamorfosi. Sono Palazzo Scardino e le mie radici, qui a Maregrosso, affondano in un periodo alquanto lontano.
- Dai resti di un fortino rivoluzionario le mie vecchie mura vengono costruite per necessità: affrontare l’assedio borbonico. I messinesi rivoluzionari costruirono un’area per contrastare l’esercito, un esercito che non permetteva alla Sicilia di avere libertà e indipendenza. Controllare il Bastione Don Blasco era la chiave per quella rivolta sociale. Il vecchio edificio, mio antenato, venne distrutto da colpi di cannoni avversari.
- In questo contesto sorgo io, sublime esempio di architettura neoclassica. I Borboni riuscirono a edificare strutture che erano connubio tra elementi decorativi moderni e architetture fatte di solidi mattoni portanti. Il proposito per il mio destino era uno: fungere sia da abitazione sia da bottega.
- Il sisma che colpì lo Stretto distrusse tutto. Tutto, ma non me. Grazie alla mia robustezza, riuscii a rimanere intatto tra le macerie di una Messina che doveva rinascere.
Dai ruderi rinacque una nuova città che viveva il suo periodo di grande espansione: grandi mercati, fiorente economia e un mare che si configurava come una grande promessa. - Un lungimirante imprenditore decise di investire su di me: il Cavaliere Scardino. Non a caso, il mio nome di battesimo sarà per sempre legato al suo. Divenni un grande impianto per la conservazione delle carni, un esempio di tecnologie all’avanguardia che furono emblema per il progresso di Messina. Giuseppe Scardino fu Carmelo entrò in affari con importanti imprenditori americani. Intrattenne rapporti con l’esercito, grazie a un accordo stipulato con cui promise provvigioni per sfamare il fabbisogno delle truppe. La ferrovia gli permise di arricchirsi e fu uno degli artefici del protagonismo di Messina in tutto il panorama europeo.
- Cosa rimane di me? E delle mie origini? Solo il ricordo, in realtà. Ancora potete ammirare i resti di quell’antico fortino o le mie decorazioni spiraliformi, ma di quell’età dell’oro messinese non rimane più nulla. L’abbandono: questo è il mio futuro. Attorno a me un tempo c’erano industrie, oggi rifiuti e menefreghismo. Ma in fondo, il tempo passa e l’importanza delle storie si affievolisce. E con loro i protagonisti. La speranza, però, non svanisce mai. Io, ancora in piedi dopo qualche secolo, attendo che tutti conoscano le mie mille pareti.
Alda Sgroi
In evidenza opera di Giuseppe Romano (disegno a matita color seppia): Palazzo Scardino, Maregrosso (Messina), con scena di vita quotidiana, 1901.

