La Messina da riscoprire: Palazzo Pettini a Salice

La Messina da riscoprire: Palazzo Pettini a Salice

Autore Esterno

La Messina da riscoprire: Palazzo Pettini a Salice

domenica 12 Aprile 2026 - 10:53

Nuovo appuntamento con 13 tesori nascosti della città illuminati da artisti e scrittori. Testo di Federico Lotta, illustrazione di Michela De Domenico

Testo di Federico Lotta, illustrazione di Michela De Domenico

MESSINA – Nuovo appuntamento con “Messina abbandonata”: 13 tesori nascosti illuminati da artisti e scrittori. Un progetto corale nato dalla sinergia tra il Comitato degli Artisti e il Collettivo Messina Scrive per riaccendere i riflettori su tredici tesori del patrimonio locale lasciati all’incuria. Un progetto che Tempostretto sposa: ogni domenica spazio a un tesoro messinese nascosto. Stavolta tocca a Palazzo Pettini, a Salice.

Trompe l’oeil
di Federico Lotta
(Palazzo Pettìni – Salìce)

Ormai vuota, la federa restava nel corredo la cosa più preziosa. Due lembi di canapa grezza cuciti insieme,
colmi di lana caddata, erano stati il comodo appiglio durante il viaggio interminabile verso le Americhe.
Un viaggio lungo, povero, sporco, fetido; gli si rigiravano le budella a Santo ogni volta che pensava alla
miseria che condiva la sua vita, e aveva deciso che quel viaggio sarebbe stato l’ultimo momento in cui si
sarebbe sentito una cosa inutile. Inutile e senza soldi. Questo sapeva – e poc’altro -: u monicu da Massa
senza soddi non ni canta missa. Questa frase risuonava nella sua testa come una cantilena, come un monito che aveva sempre messo una barriera tra sé e chi contava veramente. Una barriera fatta di sguardi ora pietosi, ora schifati, a tratti violenti e colmi di superiorità. Santo voleva quegli occhi, freddi e alteri, voleva guardare tutti dall’alto verso il basso, voleva sentirsi in potere di giudicare, di comandare, di decidere; voleva sentirsi alla pari di quelli che non fanno niente per meritare rispetto e obbedienza, se non nascere: i don, i baroni, i conti e i principi. Anche lui, come loro, voleva meritare gli stessi ossequi, gli stessi vossiabenedica. Ma anche lui, come loro, voleva meritarsi tutto questo senza fare niente, senza faticare e muovere un dito. E visto che Dio non aveva voluto farlo nascere con uno stemma, ci avrebbe pensato lui a comprarne uno.

Quella federa un tempo piena di lana – nessuno sa come – si riempì di denaro. Alcuni dicono che aveva
imbrogliato qualche mafioso di Nuova York, altri che aveva vinto tutto giocando a carte. Insomma, pare che a Dio qualcosa doveva, dopotutto, importare di Santo. È vero, non lo aveva fatto nascere nobile, ma gli aveva dato la capacità e la furbizia di ottenere quei soldi. Soldi che gli sarebbero bastati per diventare Don, don Santo. Santo non ci pensò due volte, e con quel cuscino pieno di denaro, fece ritorno nel suo paese, Salìce. Poco prima della sua partenza il Conte Pettìni aveva messo in vendita il palazzo e i poderi del suo feudo, ora non gli restava che acquisire tutto e fare la vita che sognava e meritava.

Il palazzo era grande, grande quasi quanto la nave che lo aveva portato in America. Più piccolo dei grattacieli che aveva visto lì, ma abbastanza grande da soddisfare ogni sua voglia di superiorità. Abbastanza grande da dimenticare quelle due stanze buie e spoglie dove aveva passato gran parte della sua vita e che aveva, fino a quel momento, chiamato casa. Qui ce n’erano tante di stanze: luminose, pulite, colorate. Tutto era colorato, i pavimenti, le pareti e i soffitti. A terra c’erano piastrelle e tappeti, morbidi e caldi. In alcune stanze i tappeti stavano anche appesi alle pareti, come quadri. E quando Santo disse alla moglie Angela che la signora sul tappeto appeso in sala da pranzo le somigliava, lei lo rimproverò: arazzo è, quale tappeto.

Santo iniziò a conoscere i nomi delle cose che lo circondavano, degli ambienti che ora abitava. Imparò che non si mangiava in cucina ma nel tinello, e che il tinello non era la stessa cosa della sala da pranzo. L’uno serviva per i pasti di tutti i giorni, l’altra per le feste e le cene importanti. Le piastrelle nelle stanze più belle e più grandi, si chiamavano maioliche: colori accesi e lucide. Le altre, invece, si chiamavano cementine: opache e rustiche. Santo imparò che i muri dipinti si chiamavano affreschi. Il salone più grande aveva soffitti affrescati di rosa, un rosa acceso, lo stesso colore delle spezzaquattare. Santo amava trascorrere del tempo in quella grande stanza.
Agli angoli del soffitto c’erano dei cerchi dipinti che gli parevano oblò, e dentro essi un paesaggio diverso: una torre, una vigna, un campo di grano, un veliero tra le onde. Chiuso in quella stanza si sentiva a Piano Comi, a Marmora, al castelluccio. Tutti luoghi che ora gli appartenevano. Luoghi dove tante persone lavoravano per lui, che chiedevano a lui la paga, che chiedevano a lui aiuto, che gli rivolgevano un vossiabenedica. Perché ormai Santo era divenuto per tutti don Santo.

Federico Lotta

Illustrazione di Michela De Domenico: Santo, partito da Spartà senza niente, ritorna da Nuova York con una federa piena di soldi e una moglie. Ora può permettersi di acquistare il palazzo nobiliare del conte Pettìni e diventare Don Santo.

Articoli correlati

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Premi qui per commentare
o leggere i commenti
Tempostretto - Quotidiano online delle Città Metropolitane di Messina e Reggio Calabria

Salita Villa Contino 15 - 98124 - Messina

Marco Olivieri direttore responsabile

Privacy Policy

Termini e Condizioni

info@tempostretto.it

Telefono 090.9412305

Fax 090.2509937 P.IVA 02916600832

n° reg. tribunale 04/2007 del 05/06/2007

Questo sito è associato alla

badge_FED