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Distanziamento, Dpcm, mascherine. Un anno di Covid ha cambiato il nostro modo di parlare

Francesca Stornante

Distanziamento, Dpcm, mascherine. Un anno di Covid ha cambiato il nostro modo di parlare

giovedì 31 Dicembre 2020 - 18:04
Distanziamento, Dpcm, mascherine. Un anno di Covid ha cambiato il nostro modo di parlare

Abbiamo imparato a usare termini ed espressioni del settore medico-scientifico. Preso in prestito parole dai libri di storia. E anche a Messina non sono mancati i nuovi tormentoni

Il Covid non ha cambiato solo le nostre vite. La pandemia che ha stravolto il 2020 che ci lasciamo alle spalle ha rivoluzionato tutto. Quotidianità, gesti, abitudini. Abbiamo dovuto imparare che tutto ciò che prima era normale routine e rassicurante consuetudine era diventato il veicolo più rapido di un virus che ha trovato il mondo impreparato. Per dire tutto questo abbiamo dovuto anche trovare parole nuove. Il Covid ha cambiato anche il nostro lessico quotidiano, il nostro modo di parlare. In questo 2020, termini che prima erano settoriali e di nicchia, oggi sono di uso comune.

Lockdown e distanziamento

Le parole che sicuramente di più hanno segnato l’anno del coronavirus sono due: lockdown e distanziamento sociale. L’Italia ha scelto un termine inglese forse per smorzare l’angoscia di quel confinamento che ci ha rinchiusi dentro casa per due mesi a inizio pandemia. Da quel momento il lockdown è diventato l’arma per combattere la diffusione del covid. Insieme al distanziamento sociale. Stop ad abbracci, baci, strette di mano. Per proteggersi bisogna stare almeno ad un metro di distanza. Ci si saluta con pugni e gomitate. Parola d’ordine: distanziamento.

I termini medici e scientifici

Abbiamo prestissimo iniziato ad usare un vasto campionario di termini che fino a pochi mesi fa erano dell’ambito medico-scientifico. La pandemia, i test sierologici qualitativi e quantitativi, il tampone molecolare, i posti letto, le terapie intensive e sub-intensive, l’indice di contagio, il paziente zero, la curva epidemiologica, i sintomatici, gli asintomatici, i paucisintomatici. I virologi e gli infettivologi sono diventati gli ospiti fissi di tutti i programmi televisivi e abbiamo imparato a capire e usare il loro linguaggio. Tamponare non significa più urtare qualcuno con l’auto, ma fare un tampone per scoprire abbiamo preso il covid. Essere positivo, nel 2020, è diventata la cosa peggiore da sentirsi dire. E poi ci sono le mascherine. Ormai nostre fedelissime compagne di giornata. Non si può uscire di casa senza. “Hai preso la mascherina” è come chiedere se hai preso le chiavi di casa. “Ho dimenticato la mascherina” è il nuovo “ho dimenticato il cellulare”. Con una differenza: senza cellulare si può andare in giro, senza mascherina no.

Le sigle: dai Dpcm alla Dad

Anche le sigle hanno fatto irruzione nel nostro parlare quotidiano. La regina indiscussa è una: DPCM. Abbiamo imparato a vivere secondo “misure” e “restrizioni” definite nei Dpcm, i decreti del presidente del consiglio dei ministri. Ma abbiamo scoperto anche i dpi, cioè i dispositivi di protezione individuale come guanti e mascherine, l’Oms, cioè l’Organizzazione mondiale della Sanità. I nostri bambini e ragazzi hanno fatto scuola con la “dad”, la didattica a distanza. Abbiamo scoperto che è importante che l’indice “Rt” non vada oltre un certo valore perché significa che i contagi corrono troppo velocemente.

I nuovi colori dell’Italia

Eravamo abituati a un’Italia con il tricolore verde, bianco e rosso. Il Covid ci ha fatto vivere in un Paese prima zona rossa, poi gialla, poi arancione, poi in un puzzle colorato. Il 2020 è stato scandito da una “fase 1” e da una “fase 2”, dalla prima ondata, dalla seconda ondata e ora si teme per la terza. “Quarantena”, “isolamento” e “coprifuoco” sono ormai nei racconti di chiunque, un anno fa erano parole da libri di storia. E dalla storia, forse perché eravamo impreparati al coronavirus anche dal punto di vista linguistico, abbiamo preso in prestito parole come “siamo in guerra”, “eroi”, “trincea”, “armi”, “combattere”. Il termine “virale”, usato negli ultimi anni soprattutto per fenomeni legati al web, è tornato ad avere il suo significato originale da virus.

Ci siamo dovuti muovere con “autocertificazione” al seguito per giustificare dove andavamo. I nostri familiari, zii, cugini e parenti con il covid sono diventati “congiunti”. Stare in gruppo è diventato un “assembramento”, che purtroppo in tanti non hanno ancora capito bene come si dice correttamente e dicono “assemblamento” che significa tutt’altra cosa. E’ cambiato il nostro modo di lavorare, ma anche il modo di definirlo: e così per tanti è iniziato lo “smart working”.

A Messina: dal babbìu al “vi becco”

Anche Messina ha avuto i suoi nuovi tormentoni che sono entrati nel linguaggio quotidiano. Modi di dire ed espressioni lanciate dal sindaco Cateno De Luca durante le sue dirette social quotidiane. Ormai celebre il “vi becco” che De Luca usava per scoraggiare i messinesi a uscire di casa durante il lockdown. Ancora più famoso il “babbìu” introdotto per etichettare i comportamenti sconsiderati in questi mesi di pandemia. Immancabili le “ordinanze” che come i dpcm sono diventati la bibbia da consultare per sapere a che ora chiudono i negozi, quando si può uscire e se si può fare attività fisica.

La Renault 4

I droni sono diventati una specie di occhio del grande fratello, il mantra della “massima autorità sanitaria cittadina” risuona ogni volta che De Luca parla di covid. E poi il “gabinetto di guerra” che altro non è che la sede della Protezione civile di Messina da cui il sindaco faceva le sue dirette, la Family card che ormai è una sorta di carta bancomat per fare la spesa. A Messina il covid ha poi fatto tornare di moda la “Renault 4” che è diventata l’auto più chiacchierata d’Italia e simbolo di chi si sposta da nord a sud in barba a decreti, ordinanze e lockdown. E purtroppo la parola “sciatori” a Messina dallo scorso marzo ha acquisito un’accezione totalmente negativa. A Messina gli sciatori non sono più solo le persone che vanno a sciare, tutti ricorderanno i tristissimi giorni di quei rientri dalla settimana bianca a Madonna di Campiglio, i contagi, le black list che correvano sui social.

Ma chiudiamo questo 2020 con quello che è stato il primo motto che ha unito l’Italia intera: andrà tutto bene. Oggi non ne siamo più così convinti. Ma non dobbiamo perdere la speranza di tornare a vivere senza pensare a mascherine, assembramenti, quarantene, contagi e Covid. Di tornare a vivere in un mondo in cui essere “positivi” è il dono più bello che si possa avere.

Francesca Stornante

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