Uno sguardo sulle realtà ai margini
MESSINA – La cronaca registra fenomeni. Il ferimento di un senza tetto, in circostanze da chiarire, e il pestaggio subito da un detenuto da parte del compagno di cella: ecco due avvenimenti che illuminano scenari nascosti, rimossi. Il carcere e la strada. La violenza e gli orrori del mondo. La miseria e l’emarginazione. La salute mentale e la marginalità.
La vita in strada e in ospedale il pensiero al cane lontano
Lo chiamano clochard o barbone. O senzatetto o senza fissa dimora. Di fatto, una persona che vive in strada, con il suo flauto e soprattutto il suo cane. Sabato scorso è finito in ospedale con una mascella rotta e una notevole precoccupazione per il cane lontano, dopo il ricovero, e ritrovato in queste ore.
Le indagini sono in corso ma ci interessa sollevare il velo e guardare davvero alle esistenze allo sbando o comunque figlie della strada.
Vite precarie
Giorni e notti sopra una banchina o su un marciapiede: così si consumano vite precarie. Prima dell’intervento dei volontari e dei Servizi sociali, in primo piano sono storie e persone da comprendere, spesso con l’alcool come maledetto rifugio e il cane come unico rapporto affettivo.
Aveva dichiarato mesi fa a Tempostretto frate Giuseppe Maggiore, impegnato alla stazione: “Vivono in strada ma hanno bisogno solo di rispetto e attenzione, qualunque cosa facciano. Non hanno bisogno invece di pregiudizi, né di qualcuno che gli dica cosa devono fare o come devono campare”.
La rimozione del carcere
Non parliamo poi della grande rimozione che reprime ogni riflessione sul carcere come strumento adeguato sul piano della funzione rieducativa della pena. Allora vicende tragiche, come quella recente, o i suicidi a livello nazionale e le condizioni complessive degli istituti di pena, ci raccontano di un mondo ai margini. Una terra lontana che molti pensano che non li riguardi. Per quanto “noi ci riteniamo assolti, siamo lo stesso coinvolti”.

Articolo da impaginare. È l’immagine speculare dello stato dei fatti. Aumenta il benessere in termini di ricchezza, ci preoccupiamo di quel che si vede e non dell’animo che soffre. Serve parlarne, scuotere le teste di chi non vede ciò che è sotto gli occhi di tutti.
Il carcere serve a punire, molto prima che a rieducare.