Prima città siciliana per numero di disoccupati donne. In provincia lavora solo il 29,2%. Le testimonianze di due ragazze tra sogni e speranze. Chi ancora aspetta le condizioni adatte per coronare i desideri di maternità e chi sta per terminare la scuola nell'indecisione più totale
Da questo punto di vista le femministe più accese possono unire la propria lotta a quella di molti uomini. Nelle insidie che si trovano nel mondo del lavoro la parità sembra essere assoluta, anche se i dati parlano ancora di una netta prevalenza degli uomini in termini di impiego e soprattutto a livello salariale. Le difficoltà nell’accesso alle professioni dipendono però sempre meno frequentemente dal sesso. Il quadro tetro è complessivamente più dipendente dalle condizioni attuali, in primis quelle connesse al mercato aperto, ogni giorno più vasto e al contempo difficile da gestire, soprattutto in direzione occupazionale.
Per un quadro numerico sulla situazione della condizione femminile nella Provincia di Messina in rapporto al lavoro, abbiamo attinto dalla relazione resa dalla consigliera di parità della Commissione pari opportunità di palazzo dei Leoni, Mariella Crisafulli, illustrata nella seduta dello scorso 25 marzo. I dati parlano chiaro: nella provincia di Messina il tasso di occupazione femminile è del 29,2%. La città dello stretto si classifica, insieme ad Enna e Palermo, tra le 3 province siciliane che spiccano tra i primi 5 posti in Italia per numero di disoccupati donne. Ma a Messina vanta anche un altro primato. Tra il 2007 e il 2008 ha visto aumentare la disoccupazione femminile di ben 4,8 punti percentuali e le donne disoccupate sono passate da 13.000 nel 2007 a 17.000 nel 2008. A queste statistiche va aggiunta la condizione di coloro che, scoraggiate dalle condizioni di mercato del lavoro, smettono di cercare un’occupazione.
Inoltre si registra l’aggravarsi della situazione giovanile, la cui partecipazione al mercato del lavoro locale è estremamente bassa (circa il 21% per le donne giovani, quali il 30% per gli uomini), confermando che le nuove generazioni restano una componente debole e marginale nel mercato del lavoro. -Pur trovandoci in presenza di una forza lavoro qualificata – si legge nella relazione -, possibilmente in possesso di un titolo di studio medio-alto (medici, ingegneri, creativi, ricercatori, architetti, etc), l’assenza di lavoro porta con sé la conseguenza del grave fenomeno della migrazione giovanile, producendo un ulteriore impoverimento culturale del territorio-. Ciò si evince ad esempio dal rapporto BankItalia del 2008, che rivela come nello stesso anno sono andati via dalla nostra città quasi 3000 messinesi, in gran parte giovani laureati, per una media di circa di 8 persone al giorno.
Tornando al femminile, un dato da non sottovalutare è quello relativo all’incremento della partecipazione occupazionale in rosa. La quota maggiore è infatti legata alla presenza di lavoratrici extracomunitarie, soprattutto badanti, impegnate prevalentemente nella cura dei bambini o nell’assistenza agli anziani. In Provincia si registra un sensibile calo in agricoltura (si sono persi dal 2007 al 2008 circa 1200 posti e di questi il 40% era costituito da manodopera al femminile), mentre nel turismo, nel commercio e nei servizi sono a rischio circa 1000 posti e nella scuola altri 1000, di cui il 70% riguarda l’occupazione femminile.
Come nelle scorse settimane ai numeri abbiamo deciso di affiancare le testimonianze di chi queste condizioni le vive sulle proprie spalle. La prima voce è quella di una ragazza di 36 anni, desiderosa di maternità ma ancora frenata dall’incertezza del futuro: «Un senso di impotenza misto a rassegnazione è quello che più spesso mi avvilisce pensando ad un futuro che riesco a costruire a fatica, figuriamoci ad immaginarlo. Ho compiuto da poco 36 anni e sebbene abbia ancora tutta la vita davanti, perché ne sono ben consapevole anch’io, non sempre riesco ad essere positiva nell’affrontare le difficoltà quotidiane. So bene di potermi ritenere più che fortunata perché guardandomi intorno vedo quanto sofferenza c’è, ma la mia non-condizione lavorativa non mi permette di essere serena. Per un periodo ho occupato un posto come segretaria presso un’agenzia immobiliare, ciò di cui mi sono dovuta acccontentare non potendo né volendo andare via da Messina. La mia paga era di 400 euro mensili. Dopo qualche tempo, a causa di alcuni problemi familiari, sono stata costretta a lasciare il lavoro, un lavoro che pur non essendo il sogno della mia vita mi permetteva comunque di avere quel pizzico di indipendenza economica che, ancor più alla mia età, risulta -vitale-. Con il mio compagno avremmo il desiderio di mettere su famiglia, e sebbene in questo momento la mia più grande voglia sia proprio quella di diventare mamma, la grande gioia è oscurata dall’ansia e dalla preoccupazione di non poter dare a mio figlio il dignitoso futuro che invece meriterebbe. Il mio fidanzato è purtroppo disoccupato e, ad eccezione di qualche lavoro salturio e in nero, non è certo nelle condizioni di potere garantire la serenità economica e dunque mentale per noi, figuriamoci per tre. Così, giorno dopo giorno, navighiamo a vista, nella speranza che qualcosa cambi pur facendo noi stessi il possibile cercando sempre di rimboccarci le maniche. Quanto al -mio-, anzi nostro desiderio di poter mettere al mondo un bambino, non ci rimane che aspettare, aspettare che i tempi siano migliori. Anche in questo caso la ragione deve purtroppo prevalere sull’istinto, anche sul più naturale degli istinti: quello materno».
Le cose, come riportano anche le statistiche, non vanno certemente meglio per i più giovani, spesso ammaliati da speranze e promesse che si mescolano ai -nuovi miti- imposti dai mass media. Questo il racconto di Barbara, 19anni, studentessa di un’Istituto tecnico della Provincia: «La frase più comune che sento pronunciare alle mie coetanee, è quella di voler sfondare nel mondo dello spettacolo, qualsiasi sia la strada da seguire. Quella più -gettonata- rimane sempre l’ipotesi -Amici- di Maria De Filippi. Tutte sognano di ballare, cantare o recitare, altre ancora invece di sfilare e per questo ci pensa il -Grande Fratello- o -parenti affini-. Io ho idee e progetti ben diversi, ma ho tanta paura di non riuscire a realizzarli. I fatti e la realtà che mi circonda sembrano infatti dare ragione a loro. La strada più semplice per ottenere ciò che si vuole dalla vita è la televisione o perchè no la scelta del compagno giusto? Io non la penso così. A me cosa rimane da fare? Quale strada seguire? Provo a sentire i consigli dei miei genitori e degli amici ma sono confusa. Mi trovo ad un bivio, davanti a me la scelta di decidere il futuro: proseguire gli studi, trovandomi poi a dover comunque lavorare in un call-center, o posticipare la scelta di qualche anno per poter diventare un’operatrice telefonica con tanto di laurea? Studiare e lavorare? Questa società -ci- ha fatto capire che non ne vale proprio la pena. Chiamatemi pessimista, o se preferita disfattista. Spero che il tempo mi dia una risposta, una risposta spero diversa da quella che mi sono già data io». (Foto talkbehind.com – Correlati in basso gli altri due articoli del viaggio nel -non lavoro-)
