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“Un mercoledì da leoni”, il surf, il Vietnam e lo scorrere del tempo

Pierluigi Siclari

“Un mercoledì da leoni”, il surf, il Vietnam e lo scorrere del tempo

domenica 24 Febbraio 2019 - 08:30
“Un mercoledì da leoni”, il surf, il Vietnam e lo scorrere del tempo

Quello dei film ambientati nel mondo del surf è un sottogenere ricco di titoli poco fortunati, apprezzati da una nicchia di appassionati ma quasi totalmente ignorati dal grande pubblico e dalla critica. Tra le eccezioni possiamo citare The Endless Summer, del 1966, che però è in realtà una pellicola documentaristica, Point Break, successo del 1991 con Keanu Reeves e Patrick Swayze di cui è stato prodotto un remake nel 2016, e soprattutto Un mercoledì da leoni, titolo originale Big Wednesday, diretto da John Milius e uscito nel 1978.

Un mercoledì da leoni, che dopo il passaggio poco remunerativo nelle sale è diventato col tempo un vero cult movie, ha un forte carattere autobiografico, avendo il regista trascorso la propria giovinezza a Malibù, in California, esattamente come i protagonisti del film.

Dopo gli studi universitari, Milius dimostrò un grande talento per la scrittura, realizzando nel 1969 la prima stesura di Apocalypse Now e firmando, in seguito, Corvo Rosso non avrai il mio scalpo e L’uomo dai sette capestri. Passato alla regia, ottenne consensi con Dillinger, nel 1973, e Il vento e il leone due anni dopo. Per il suo terzo film, Un mercoledì da leoni appunto, Milius decise di concentrarsi sui temi che gli erano cari: l’amicizia, l’amore per il surf e in generale per le sfide, il destino di una generazione devastata dalla guerra in Vietnam, riuscendo a regalare al pubblico – che lo avrebbe capito solo in seguito – una pellicola indimenticabile.

Il film inizia nel 1962, o meglio in occasione della grande mareggiata da sud dell’estate del 1962. L’opera è divisa in quattro capitoli, ognuno intitolato con una mareggiata, un anno e una stagione: dopo la prima, abbiamo infatti la mareggiata dall’ovest dell’autunno del 1965, quella da nord dell’inverno del 1968 e quella, gigantesca, da est della primavera del 1974.

Il primo capitolo rappresenta per i protagonisti – Matt Johnson (interpretato da Jan-Michael Vincent), Jack Barlow (William Katt) e Leroy Smith (Gary Busey) – l’età della spensieratezza. I tre amici condividono la stessa passione per il surf, in cui hanno tanto talento da essere definiti in apertura dal narratore i re di un regno particolare. Quando non sono sulla tavola, chiacchierano sul pontile col costruttore di tavole Bear (quello del marchio poi diventato celebre), frequentano feste movimentate, non disdegnano le scazzottate e gli sconfinamenti in Messico a far baldoria.

Nel secondo capitolo – autunno ’65 – la situazione è meno felice: mentre Jack lavora come guardaspiaggia, Matt inizia a non accettare lo scorrere del tempo e i cambiamenti della vita, e beve sempre di più. Inoltre compare lo spettro della guerra in Vietnam. Chiamati alla visita di leva, quasi tutti i ragazzi si ingegnano in cerca dei modi più originali per farsi riformare. Matt e Leroy ci riusciranno, fingendo rispettivamente un problema a una gamba e disturbi mentali, a differenza del personaggio secondario Waxer, che verrà arruolato e perderà la vita in Vietnam. Jack, da sempre il più riflessivo e il più legato al senso del dovere, non cercherà neanche di scansare la chiamata.

Nell’inverno del ’68, ambientazione del terzo capitolo, Matt ha messo la testa a posto: ha una moglie e una figlia, non beve più, spende con oculatezza, però si sente fuori posto in una California di cui non capisce le mode. Jack torna vivo dal Vietnam, ma nel frattempo la sua fidanzata ha sposato un altro. Leroy, dal canto suo, continua a ridere in faccia alla vita nonostante le poche soddisfazioni.

Il finale, con la grande mareggiata del ’74, dà ai protagonisti la possibilità di affrontare, sotto un cielo da dipinto e davanti al pubblico delle grandi occasioni, le onde attese da più di una generazione di surfisti.

Benché sia la stessa sceneggiatura a parlare spesso di sport (Ho praticato lo sport per stare con gli amici, ma ora è tutto finito dice Matt in un momento di scoramento), sarebbe riduttivo definire Un mercoledì da leoni un film sullo sport. Le scene in mare potrebbero comporre un imperdibile documentario sulla bellezza e sulla maestosità della natura, e sul coraggio dell’uomo di sfidarla, ma l’opera scava in fondo puntando verso ciò che appare ancora più terribile di un’onda alta diversi metri, e cioè il passare del tempo e il nostro conseguente invecchiare. Un mercoledì da leoni ci ricorda cosa conta davvero nella vita, senza essere mai smielato e senza annoiarci, ma al contrario divertendoci e lasciandoci senza fiato.

La curiosità: all’epoca delle riprese William Katt e Jan-Michael Vincent erano già ottimi surfisti, mentre Gary Busey dovette imparare a surfare prima delle riprese. Più di dieci anni dopo, Busey partecipò anche a Point Break, interpretando il detective Pappas, l’unico a collegare le rapine al centro dell’indagine del film al mondo dei surfisti.

La citazione: Un amico serve quando hai torto. Quando hai ragione non ti serve a niente (detta da Bear a Matt).

La scena cult: l’incontro dei protagonisti sulle scale che conducono alla spiaggia e il loro andare verso la grande mareggiata del ’74 meriterebbe un discorso a parte; citiamo allora la chiacchierata notturna di Matt, Jack e Leroy sulla tomba dello sfortunato Waxer, vero e proprio manifesto della nostalgia, dell’ottimismo non privo di consapevolezza e dell’amore per la vita.

Perché vederlo: perché, anche senza salire sulla tavola, probabilmente in tanti abbiamo vissuto stagioni simili a quelle raccontate e ne sentiamo la mancanza.

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