Più che mai necessario comprendere e far capire le ragioni della protesta
Un decreto trasformato in legge, la Tremonti n.133/08. Di certo non il miglior modo per discutere una Riforma, che è comunque ritenuta unanimemente essenziale ed inderogabile.
Chi cerca di documentarsi direttamente alla fonte, tentando di scorgere elementi di riforma tra le pagine del decreto convertito in legge, trova solo tagli. Tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario di 500 milioni nei prossimi tre anni e complessivi 1500 nel quinquennio venturo che rischiano di mettere in dubbio il funzionamento degli atenei e di molti servizi agli studenti; blocco delle assunzioni e del turn over. Previsto poi il ricorso a finanziamenti privati: le Università pubbliche potranno deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato, portandosi dietro il rischio ovviamente di compromettere l’autonomia dell’Università a livello di Ricerca, perché è indubbio che comanda chi ci mette i soldi.
Ma c’è di più: le fondazioni universitarie subentrerebbero in tutti i rapporti e nella titolarità dell’intero patrimonio dell’Università, fattore che oltre al rischio di perdita dell’indipendenza si connette con quello del calo di qualità dell’Università pubblica specie nelle regioni meno disposte ad elargire fondi, perché di fatto non ne hanno più, con il rischio evidente di creare un’Università di serie A, laddove i fondi siano notevoli o l’Università sia privata ed un’Università di serie B, laddove la stessa non riesca ad ottenere fondi (aree depresse o regioni italiane con pochi fondi da elargire) o rimanga in maggior misura pubblica. E lo statuto? Approvato sempre con decreto (ormai una consuetudine) da parte del Ministero dell’Economia. Potrà prevedere per l’appunto l’ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati. Alle fondazioni universitarie continueranno però ad applicarsi tutte le disposizioni vigenti per le Università statali in quanto dichiarate compatibili con la natura privatistica delle fondazioni medesime.
Quali le possibili conseguenze, oltre alle già paventate, che balzano immediatamente agli occhi? Ne parliamo con persone che di Università vivono ogni giorno ed i problemi li conoscono bene. “Non c’è alcun progetto di riforma in atto, ma solo un programma di tagli indiscriminati ma ben discriminanti nell’iniziativa del governo attuale- – mi confessa allarmato il prof. Antonino Anastasi, docente di Scienza Politica presso la facoltà di Scienze Politiche di Messina. “La sola parvenza di riforma, criticabile o meno, casomai è quella effettuata nei confronti della scuola elementare, da parte del decreto Gelmini, nel quale è previsto l’accorpamento di classi sotto la direzione di un maestro unico. Qui, in tema d’Università, non c’è invece assolutamente niente: si devono solo recuperare dei soldi per la crisi, le banche e magari anche per Alitalia e si raccolgono drenando fondi già asfittici e miserrimi alla Ricerca.- Una logica strategica nella quale il Ministro dell’Economia, grazie allo stesso decreto convertito in legge che porta il suo nome, “decide dei tagli e tutti gli altri li eseguono, con giustificazioni ‘postume’- – conclude il professore: “Ma da quando in qua, riforme pur necessarie ed indiscutibili ma molto delicate come quella dell’Università si decidono per decreto, senza alcuna convocazione delle parti in causa? Il dubbio che l’attuale governo stia procedendo a tagli nei confronti esclusivi delle categorie dalle quali ha raccolto meno in termini di consenso e che ciò faccia parte di una più larga strategia, ci sfiora davvero: e sarebbe un errore grandissimo per chi dovrebbe aspirare a rappresentare tutte le parti sociali, nessuna esclusa.-
“Sono leggi come queste che affogano (e le fornisco una citazione dell’autorevole ‘Nature’, perché il ridicolo di questi provvedimenti è ormai palese nel mondo intero) il futuro del nostro Paese.- – commenta amareggiato il prof. Guido Signorino, ordinario di Economia applicata presso la facoltà di Scienze Politiche di Messina. “Siamo al paradosso: ci viene indicato che saranno posti in essere alcuni provvedimenti per garantire la competitività del sistema. Ma come si fa ad essere competitivi riducendo degli investimenti già al minimo delle risorse di un Paese che aspiri ad un minimo di programmazione culturale? I fondi federali degli USA destinano per il sistema universitario l’1,6%; l’Italia, fanalino di coda in Europa, tra i Paesi Ocse, solo lo 0,8%: dove pretendiamo di andare con tali numeri?? La logica- – continua Signorino – “totalmente miope è quella che segue la mera esigenza di far cassa, altro che riforma. E guardi che io non sono nemmeno acriticamente contrario ai privati e alle fondazioni, previste dalla legge: il problema è piuttosto di governance. Non possiamo certamente svendere le Università agli eventuali finanziatori!- Un richiamo alla coerenza tra una diagnosi e la terapia da effettuare è marcato da parte del professore: “Ci dicono che abbiamo la broncopolmonite, che l’Università ha questa seria patologia e poi c’ingessano e rischiano di portarci al rattrappimento delle membra. In tv, nel salotto di Porta a Porta, vediamo Brunetta sostenere che la riforma non la possono fare i professori: bene. Ma così non la fanno nemmeno i politici, perché la sola cosa che viene operata è una serie di tagli. Una riforma seria è ben altro: dovremmo, ad esempio, discutere di un problema di reclutamento delle persone medesime dei professori incaricati, delle modalità di carriera dei docenti, del rapporto tra studenti e Università, visto che abbiamo un numero elevatissimo di studenti non frequentanti e dato che lo stato delle infrastrutture è, per usare un eufemismo, ‘antiquato’, oltre ad un numero elevatissimo di studenti fuori corso, ovvero che non completano gli studi in periodo ‘fisiologico’. Vogliamo sederci ad un tavolo per discuterne? Io stesso sarei pronto anche ad avanzare proposte, se solo volessero ascoltarci. Ma non hanno alcuna intenzione di farlo.-
La legge 133/08 per l’Università e la Ricerca così come il decreto Gelmini per la Scuola, rispondono alla medesima logica anche per Lillo Oceano, segretario generale della Funzione Pubblica della Cgil di Messina. “Precari che non verranno stabilizzati o che perderanno il posto- – afferma Oceano – “tagli ai fondi, come quello del Finanziamento Ordinario nelle Università e nella Scuola che rischiano di determinare la fine di entrambe, ignorando che il diritto allo studio è una garanzia costituzionale e che la cultura produce progresso e avanzamento della persona. Stiamo rinunciando al nostro futuro ed un Paese che arriva a tanto è un Paese che rischia la totale decadenza morale ed economica.-
