La segnalazione di un cittadino messinese, che invoca il rispetto delle ordinanze
MESSINA – Segnalazione WhatsApp al 366.8726275: “Siamo alle solite. Barche e cime (corde utilizzate a bordo delle imbarcazioni, n.d.r.) a mare a Capo Peloro. I bagnanti dove devono farsi il bagno? Nel pantano? Se si fa male un bambino o un anziano, con le cime, chi paga? L’ordinanza quando la fate rispettare? Alla fine della stagione balneare? Sindaco e Capitaneria di porto, venite a controllare. Mi riferisco a una spiaggetta frequentata da molti bambini. A voi la risposta, amministratori di Messina che vi fate vedere solo per le elezioni. Ricordiamoci che siamo Bandiera Blu”.


Ma tutti questi problemi nascono solo adesso? Mi ricordo che fino a qualche decennio fa, o poco più, le spiagge libere erano piene di barche e accessori, spiagge frequentate anche dal sottoscritto e per quanto ne so non si è mai fatto male nessuno, anzi ci si sdraiava di fianco a qualche barca in cerca di frescura.
Sono le cime e le barche in acqua a creare pericolo per inciampo e possibilità di sbattere sul bordo dello scafo, come pure le barche non dovrebbero stazionare nè in spiaggia (divieti Capitaneria) né in acqua. Le leggi sono cambiate rispetto agli anni ’60 e ’70, quando non esistevano, perchè sono cambiate le frequentazioni degli arenili e specchi d’acqua antistanti, di conseguenza sono stati realizzati e distinti gli utilizzi per motivi di sicurezza.
Se scegliete di venite a Capo Peloro, sapete già che è un borgo di pescatori, ma se la zona non vi piace il litorale messinese è abbastanza lungo da trovare una spiaggia isolata, senza bambini che giocano liberi. I bambini si abituano a osservare l’ambiente e a muoversi di conseguenza. È bene che sappiano che nella campana di vetro non si può stare a lungo o si rischia di diventare “bamboccioni”
Hanno trasformato la Messina marinara in una Rimini squallida e chiassosa. Le barche e le attività che si svolgevano nelle spiagge facevano parte di una cultura locale che non si fermava alle feluche. La socialità sulle spiagge è ormai quella delle torme di ombrelloni piene di mamme e bambini urlanti e delle “rustute” serali (quelle non si toccano) con carbone e legna bruciata con i chiodi poi nascosta sotto 2 centimetri di sabbia. Non mancano i karaoke organizzati per feste di compleanno di Chevin, Giessica et al che si protraggono fino alle 2 di notte. Ma il problema sono le barche, le cime a mare, i corpi morti. La legislazione è cambiata, è vero, ma non ha considerato le diversità dei territori. E solo a Messina c’ è stata la caccia al pescatore. Una barca nel nostro litorale non può andare a mare senza questi ausili che sono stati utilizzati da generazioni di pescatori a vario titolo nello stretto di Messina. Durante le sciroccate tutte le persone dei villaggi rivieraschi, pescatori e non, si ritrovavano sulla spiaggia per aspettare l’ultimo che tornava e per mettere in salvo le barche. La comunità esisteva grazie al mare non grazie all’ ombrellone e alla sdraietta che si abbandonano puntualmente sulla spiaggia a fine stagione.
Infine, solite storie messinesi, stressato da ordinanze, gestapo di porto , censimento barche da presa in giro, regalo la mia barca che va a finire in un posto vicino Ganzirri, perché tanto lì la gestapo del mare non da fastidio. Ma fatemi il piacere…
Comprendo il commento di Gulliver, ma di pescatori con licenza commerciale non ne esistono più di 5-6 su tutta la riviera nord a partire dal torrente Giostra. Di pescatori con licenza sportiva, la percentuale maggiore possiede motoscafi che stazionano in darsene e campi boa. Tutto il resto sono abusivi, in ogni caso poca roba e gente che si diletta solo nei fine settimana. I borghi “di pescatori” sono solo ricordi finiti alla fine degli anni ’70. Il metro è la scomparsa di quelle botteghe che realizzavano e vendevano materiale per pescatori professionali, come pure la chiusura di tanti negozietti per pescatori amatoriali. Oltre a un’attenta e continua osservazione delle barche da pesca in mare, e dal tipo di pesca praticata.